Dal Rof 2006: “Adelaide di Borgogna” e “Stabat Mater”

Pesaro, BPA Palas Teatro 2, Rossini Opera Festival 2006
ADELAIDE DI BORGONA”

Dramma in due atti di Giovanni Schmidt.
Musica di Gioachino Rossini
Revisione sulle fonti apografe di Casa Ricordi a cura di Gabriele Gravagna e Alberto Zedda
Ottone
DANIELA BARCELLONA
Adelaide PATRIZIA CIOFI
Berengario LORENZO REGAZZO
Adelberto JOSE’ MANUEL ZAPATA
Eurice BARBARA BARGNESI
Iroldo/Ernesto STEFAN CIFOLELLI
Orchestra Haydn di Bolzano e Trento e Coro da Camera di Praga
(M.o del coro: Luboir Matl)
Direttore:Riccardo Frizza
Esecuzione in forma di concerto. Serata dedicata alla memoria e in ricordo di Patric Schmid Pesaro, 17 agosto 2006
“STABAT MATER” Per soli, coro e orchestra.
Musica di Gioachino Rossini
Soprano DARINA TAKOVA
Mezzosoprano ANNA BONITATIBUS
Tenore DMITRY KORCHAK
Basso  MICHELE PERTUSI
Orchestra del Teatro Comunale di Bologna Coro da Camera di Praga
(M.o del coro: Luboir Matl)
Direttore: Alberto Zedda
Serata dedicata al V Centenario della fondazione dell’Università degli Studi “Carlo Bo” di Urbino Pesaro 18 agosto 2006
Il Rossini Opera Festival, per la prima volta nella sua lunga storia iniziata nel 1980,  propone  un’opera in forma di concerto: Adelaide di Borgogna.  Un avvenimento inusuale assai strano in quanto le raffinate proposte del festival marchigiano sono sempre state caratterizzate sia  per la revisione critica (prodotta dalla Fondazione Rossini) che per gli allestimenti affidati a  celebri firme  che è superfluo elencare. Assistiamo pertanto a questa nuova via, creata probabilmente per una delle stars locali: Daniela Barcellona, la quale dopo il Falliero della scorsa edizione, aggiunge al proprio repertorio un altro ruolo en-travesti l’Ottone dell’opera in oggetto. Adelaide di Borgogna nacque al Teatro Argentina in Roma il 27 dicembre 1817  dove ebbe uno scarso successo e  pochissime repliche, e cadere quindi nell’oblio fino al 1984, quando il Festival della Valle d’Itria propose la versione critica sulle fonti originali curata da Gabriele Gravagna e Alberto Zedda. Un importante recupero  valorizzato dalla presenza di due autorevoli protagoniste quali Mariella Devia e Martine Dupuy. Un silenzio di oltre 150 ,  se vogliamo incomprensibileanni  perché Adelaide, pur non essendo un capolavoro nel senso letterale, è  una partitura  di gran fascino, dove spicca l’elemento cavalleresco, epicheggiante trattato  in chiave di fierezza e solennità,  tale da rendere aulica anche le espressioni amorose di Adelaide ed Ottone . Tutto ciò non deve far pensare ad un Rossini “giovanile”. All’epoca di  Adelaide egli era già un affermato compositore, con capolavori quali Tancredi, Italiana, Barbiere, Cenerentola e Gazza ladra; ma in  questa partitura Rossini trova una strada diversa, permeata di  cavalleresca nobiltà. Probabilmente l’opera fu scritta  frettolosamente (seguì di solo 5 settimane la prima di Armida a Napoli), considerando che la sinfonia è una rielaborazione di quella della Cambiale e che molte formule erano già state usate in altri lavori, ma come ricorda Celletti, Rossini ha sempre considerato Adelaide un lavoro affatto secondario, giacché il primo atto lo riutilizzò tre anni più tardi in Eduardo e Cristina, ricordandoci che il pesarese era un severo giudice di se stesso. L’esito  è stato modesto, a cominciare dalla direzione svogliata e inerte di Riccardo Frizza, il quale non va oltre un anonimo accompagnamento con l’apporto della volenterosa Orchestra Haydn di Bolzano e Trento. Nel cast delude l’Ottone di di Daniela Barcellona: vocalità dura e sovente a disagio nelle difficili incursioni nel registro acuto; anche Patrizia Ciofi, protagonista, pur elargendo una spiccata musicalità è carente nel canto d’agilità quasi al limite delle sue possibilità risolto in modo alquanto approssimativo. Di José Manuel Zapata, Adelberto, si può ammirare solo la bella voce,  manca  tutto il resto, mentre troviamo discutibile inserire l’aria “Alle voci della gloria”, seppur spesso aggiunta da Rossini in suoi lavori per dare un “Primo Basso” un pezzo solistico, ma Lorenzo Ragazzo, Berengario, non lo è stato per uno stile non del tutto appropriato. Rossini compose lo Stabat Mater in coppia con l’amico Tadolini, scrissero circa 6 pezzi ognuno, per l’arcidiacono di Madrid don Varela e fu eseguito il Venerdì Santo del 1833 nella capitale spagnola. Morto il prelato, gli eredi vendettero lo spartito all’editore Aulagnier. Rossini che non voleva far circolare la partitura incompleta, musicò le sezioni scritte da Tadolini, riducendole a quattro, ed iniziando un contenzioso con l’editore, dal quale uscì vittorioso, vendendo poi il nuovo spartito al parigino Troupeans. La prima esecuzione pubblica avvenne a Parigi al Théâtre Italien il 7 gennaio 1842 e i solisti furono G. Grisi, E. Albertazzi, il tenore Mario e Tamburini, in pratica il gotha canoro del tempo. Da ricordare che nel marzo successivo Stabat Mater fu rappresentato a Bologna dove il compositore curò personalmente la preparazione, ma prego l’amico Donizetti di dirigerne l’esecuzione. Scritto al culmine della sua creatività compositiva, dopo l’addio al teatro avvenuto nel ’29, lo Stabat risente della formazione giovanile dei maestri don Malerbi e padre Mattei, che attraverso un linguaggio armonico, un’orchestrazione ricercata e la grandiosità delle parti, esprime uno dei punti più alti dell’aspetto musicale del pesarese. Sul podio un mirabile Alberto Zedda, che con il valido contributo dell’Orchestra del Comunale di Bologna, cesellava da manuale lo spartito. Tra i solisti spiccavano Darina Takova per lucentezza di smalto e la morbidezza e saovità nell’ emissione e Michele Pertusi per accento e  lo stile impeccabile. Dmitry Korchak, pur evitando il difficoltoso re nell’aria, si dimostrava giovane di belle speranze ed incisivo mentre Anna Bonitatibus pur nella solida professionalità  che la contraddistingue, appariva piuttosto affaticata. Ottima la prestazione del coro da Camera di Praga, gratificato dal direttore con il bis del finale.

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