“The rake’s progress” al Teatro alla Scala

“The rake’s progress” al Teatro alla Scala

Teatro  Alla  Scala – Stagione D’Opera e Balletto 2008/2009
“THE  RAKE’S  PROGRESS”
(La carriera di un libertino)
Opera in tre atti – Favola di Wistan Hugh Auden e Chester Kallman
Musica di Igor Stravinskij 
Trulove  ROBERT  LLOYD
Anne  EMMA  BELL
Tom Rakewell  ANDREW  KENNEDY
Nick Shadow  WILLIAM  SHIMELL
Mother Goose  JULAINNE  YOUNG
Baba the Turk   NATASCHA  PETRINSKY
Sellem  DONALD  BYRNE
Keeper TAIHWAN PARK
Solista del coro  Massimo Pagano
Clavicembalo Paolo Berrino
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
(M.o del coro: Bruno Casoni)
Direttore David Robertson
Regia di Robert Lepage
ripresa da Sybille Wilson
Scene  Carl Fillion
Costumi  François Barbeau
Luci  Etienne Boucher
Coreografia  Michael Keegan-Dolan
Video  Boris Firquet
Nuovo allestimento in coproduzione con Theatre Royal de La Monnaie, Bruxelles; Royal Opera House, Covent Garden, London; Teatro Real Madrid; Opéra National de Lyon; San Francisco Opera Association Realizzazione “Le Projet Ex Machina” (Quebec)
Milano, 12 maggio 2009

Questo Rake’s Progress di Igor’ Stravinskij è  il primo titolo di un trittico molto interessante che il  Teatro alla Scala  dedica al teatro del’900. Seguiranno “Assassinio nella Cattedrale” di Ildebrando Pizzetti e “A Midsummer Night’s Dream” di Benjamin Britten. L’opera mancava  dalla Scala da quasi trent’anni e si ripresenta adesso in un allestimento dall’ottimo impatto teatrale. “La carriera di un libertino” , uno dei maggiori successi della Biennale Musica di Venezia  del 1951, andò in scena l’11 settembre alla Fenice, diretta dall’autore ( e nelle recite successive  Ferdinand Leitner)  con un cast che vedeva i nomi di Robert Rounseville, Elisabeth Schwarzkopf, Otakar Kraus e Jennie Tourel e  la regia di Carl Ebert. Grande successo di pubblico e critica divisa o molto perplessa.La vicenda, o favola, è liberamente ispirata ad un ciclo di otto quadri settecenteschi di William Hogart che Stravinskij ammirò all’Art Institute di Chicago nel 1947. Tali dipinti e incisioni su rame raffigurano i costumi della società del tempo,  allo scopo in essi una palese critica morale, titolati: L’eredità, Il risveglio, L’orgia, L’arresto per debiti, Il matrimonio, La casa da gioco, La prigione, Il manicomio. Stravinskij , dopo aver portato in scena Mavra , cercava il soggetto per un’altra opera e la visione dei quadro Hogarth, gli offrì lo spunto che cercava e grazie ai  librettisti, Auden e Kalmann, il lavoro fu completato in tre anni, con grande impegno del compositore, sia  nella drammaturgia che nella musica. La vicenda del protagonista, dalla personalità  fragile e  facile preda di forze che se ne prendono gioco, rimanda, come quella degli altri protagonisti del teatro stravinskiano, all’amaro, fatalistico pessimismo del compositore e alla sua sfiducia nella storia. Coerentemente la musica rappresenta una sorta di sintesi della poetica del primo Stravinskij quello neoclassico,prima della clamorosa svolta stilistica da lui attuata. L’opera con il suo susseguirsi di numeri chiusi, recitativi “secchi” o “accompagnati”, arie, duetti, ecc. appare come un esercizio musicale raffinatissimo,  moderno, con forti richiami a compositori del passato: Gluck, Rossini, Verdi tanto per citarne alcuni. Semmai è il libretto ad apparire limitato,rispetto alla musica, e appare , troppo pedante e poco sintetico, anche se la vicenda attualizza in parte, e solo sotto taluni aspetti, il diabolico patto tra Faust e Mefistofele di goethiana memoria.  Questa produzione scaligera ha avuto un punto di forza nello spettacolo  di Robert Lepage ( lo si può anche vedere in DVD, registrato a Bruxelles) pur attualizzando la vicenda lo fa con garbo ed eleganza, senza forzature nel cercare colpi d’effetto truci. Il registra si adopera a sottolineare quali sono oggi le tentazioni umane, e anche la credulità del protagonista, non raggirato ma sapientemente “guidato” dal diavolo impersonato dall’imbonitore  Shadow. Le bellissime scene di Etienne Boucher spaziano dal Texas  dei pozzi di petrolio, alla Broadway e Hollywood anni ’60, con i costumi eleganti di François Bernau, fanno immedesimare il pubblico in un mondo fantastico, non senza la retorica che tutto ciò che luccica spesso non è che fumo.  Debole la direzione di David Robertson, direttore conosciuto e assai preparato, ma nella continua ricerca del dettaglio perde un po’ il ritmo e il senso della narrazione, che in quest’opera deve essere incalzante e frenetico. Ottimo comunque il suo disimpegno nella dinamica orchestrale, con la splendida risposta dell’ensemble scaligero, a cui va accomunata l’ottima perfomance del coro. Andrew Kennedy è stato un Tom scenicamente  credibile e coinvolgente anche se con uno spessore poco consistente. Analoga considerazione per la ben più timbrata e precisa Emma Bell, Anne, con un registro acuto abbastanza faticoso, riscattato da una buona linea di canto soprattutto nei momenti più lirici e languidi. Ottimo e perfettamente in ruolo William Shimell, un istrionico Shadow, feroce, falso, abbietto, ancora in possesso di uno smalto vocale pregevole anche se la parte non presenta difficoltà particolari. Bene Robert Lloyd nella breve e patetica parte del padre, come altrettanto frizzante Julianne Young quale Mother Goose. Un gradino più basso Natascha Petrinsky una Baba dalla voce  troppo leggera e stilisticamente arrangiata. Successo incondizionato per tutti, ma con un merito in più per la messa in scena. Fotografie di Marco Brescia, Archivio Fotografico del Teatro alla Scala

 

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