Palermo, Teatro Massimo:”Lucia di Lammermoor”

Palermo, Teatro Massimo:”Lucia di Lammermoor”

Palermo, Teatro Massimo, Stagione Lirica 2010/ 2o11
“LUCIA DI LAMMERMOOR”

Dramma Tragico in tre atti su libretto di Salvatore Cammarano, dal romanzo The Bride of Lammermoor di Walter Scott.
Musica di Gaetano Donizetti
Lucia Ashton DESIREE RANCATORE / OLGA PERETYATKO
Edgardo di Ravenswood  GIUSEPPE GIPALI / BULENT BEZDUZ
Enrico Asthon NICOLA ALAIMO / GIUSEPPE ALTOMARE
Raimondo Bidebent DEYAN VATCHOV / UGO GUAGLIARDO
Lord Arturo Bucklaw GIULIO PELLIGRA
Alisa PATRIZIA GENTILE
Normano IORIO ZENNARO
Coro,  Orchestra e Corpo di Ballo  del Teatro Massimo di Palermo.
Direttore Stefano Ranzani
Maestro del Coro Andrea Faidutti
Regia Gilbert Deflo
Scene e  William Orlandi
Coreografia Luciano Cannito
Luci Roberto Venturi
Allestimento in coproduzione con il Teatro delle Muse di Ancona.
Palermo, 14 e 17  giugno 2011

Da un po’ di tempo in tutta Italia si moltiplicano le rappresentazioni di Lucia di Lammermoor. Dopo l’allestimento del Teatro La Fenice di Venezia, concluse le recite al Teatro Verdi di Trieste, tocca ora a Palermo, dove l’opera di Donizetti ha trionfato, riempiendo il Teatro Massimo in tutti gli ordini. È un dato che consola e allo stesso tempo non stupisce, considerando l’attrattiva che quest’opera da sempre esercita nel vasto pubblico. A maggior ragione ciò avviene nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Infatti, accanto ai titoli che normalmente si associano al Risorgimento musicale (La battaglia di Legnano, Ernani, I vespri siciliani e ovviamente Nabucco), alcuni teatri hanno deciso di celebrare il nostro paese mettendo in scena quelle opere che più hanno contribuito a creare la nostra identità, costruendola per il pubblico autoctono ed esportandola all’estero. Lucia di Lammermoor è una di queste, massimo esempio del melodramma romantico e del belcanto italiano che però, a differenza di altre, non è mai uscita dal repertorio, dalla prima rappresentazione del 1835 sino ai giorni nostri.
Anche alla luce di quanto detto, ci saremmo aspettati una nuova produzione: invece il Teatro Massimo ha scelto di riproporre l’allestimento del 2003, una coproduzione con il Teatro delle Muse di Ancona che non convinse allora e che continua ancora a non convincere. Le maggiori perplessità riguardano soprattutto la componente visiva, affidata al costumista e scenografo William Orlandi. Gli abiti ottocenteschi eccessivamente sobri, per lo più giocati sui toni del nero, come se i personaggi fossero a lutto. Scenografie spoglie, quasi inesistenti, ridotte a pochissimi elementi. La sedia che all’inizio sembra equiparata ad un trono, viene privata del suo valore simbolico e nel corso dell’azione (come nella scena del contratto di matrimonio) si limita ad accogliere i personaggi. La fontana, che dovrebbe costituire lo spunto concreto della prima aria della protagonista, sostituita da un’immagine stilizzata e poco realistica. Un po’ meglio nella scena finale, con la tomba innevata dei Ravenswood e il fondale dipinto che rappresenta in lontananza il castello degli Ashton (a dire il vero molto più simile alla dimora della disneyana Malefica che ad un maniero scozzese).
Pure misero il contributo del lighter designer Roberto Venturi. Il gioco di luci non riesce a costruire lo spazio scenico, sfruttando soltanto alcune aperture e offrendoci di fatto uno spettacolo desolatamente buio. Il fascio luminoso che proviene dalla finestra in alto, nella scena iniziale, riesce infatti a dissipare a fatica le brumose atmosfere della Scozia e anche nel colloquio fra Enrico e Lucia la luce entra debolmente, senza investire i personaggi. Più suggestiva l’illuminazione naturale nella scena della follia, prodotta da un candelabro al centro del palcoscenico che però, poco prima dell’entrata della protagonista, scende inspiegabilmente sino al pavimento. In aperto contrasto con la sobrietà del resto dell’opera, la presenza di questo elemento appare in questo caso del tutto superflua, visto che lo spazio è già saturo dei membri del coro e basta l’interprete a rappresentare con voce e gesti le immagini del testo. Il dettaglio del candelabro è comunque l’unica concessione ad un’asciuttezza scenica decisamente inopportuna, per quanto funzionale alla concezione del regista Gilbert Deflo che intende l’opera come dramma interiore, concentrato su “l’abbandono del corpo e dell’anima” e determinato dall’oppressione dei personaggi maschili. Una simile lettura necessita quindi, a maggior ragione, di interpreti sopraffini e di buone voci, poiché quest’ultime risaltano nude al centro dello spettacolo.
Il ritorno di Desirée Rancatore sulle scene palermitane è un avvenimento accolto ogni volta con grande attesa. La cura riservata ai personaggi è veramente lodevole e anche stavolta è stata ripagata con grandi ovazioni, ma nel caso di Lucia alcune riserve devono essere formulate. Nel complesso la voce del soprano palermitano ci sembra inadatta a ruoli come quello dell’opera donizettiana, o come Elvira dei Puritani (da noi ascoltata, sempre al Massimo nel 2008). La Rancatore senza dubbio riesce a dare il meglio di sé in altro repertorio: ne sono testimonianza, a Palermo, l’ottima prova nella Lakmé nel 2003, la buona Konstanze de Il ratto dal serraglio (2006) e soprattutto l’indimenticabile interpretazione di Olympia ne Les contes d’Hoffmann (2002). Al contrario in Lucia di Lammermoor determinate opacità nell’emissione, la mancanza di corpo nel registro medio, il tono miagolante di molti passaggi hanno costituito un innegabile ostacolo per la resa vocale del personaggio. Tutto questo si ripercuote sul piano della recitazione: nonostante gli sforzi, la Lucia della Rancatore appare più come una bimba spaurita e bamboleggiante, e non perviene mai a quelle vette di coinvolgimento drammatico che ci aspetteremmo, soprattutto nei momenti di intensità emotiva. Allo stesso tempo non è possibile non apprezzare i sovracuti perfetti, che emergono non tanto nell’aria di apertura (“Regnava nel silenzio”) ma nel cantabile della scena della pazzia (“Ardon gli incensi”). Qui la Rancatore perviene a risultati sicuramente migliori, facendo degli abbellimenti lo strumento ideale per la rappresentazione della follia. Non una follia tragica o straziante, ma una follia metafisica, quasi ultraterrena, e davvero priva di corpo e di anima, secondo la lettura di Deflo. Fra le braccia del “crudel fratello”, scambiato nel delirio per l’amato Edgardo, la protagonista incarna il definitivo abbandono del mondo terreno (“il terrestre velo”) e il suo muoversi in una dimensione del tutto sovrannaturale, magistralmente descritta dalla cabaletta (“Spargi d’amaro pianto”).
Spesso si dice che perché Lucia di Lammermoor abbia successo è sufficiente disporre di una buona interprete femminile. Non siamo d’accordo e proprio la rappresentazione di Palermo smentisce questo assunto. Infatti, in assenza di una Lucia impeccabile, in questo caso non ci viene in aiuto l’Edgardo di Giuseppe Gipali (corretto nell’interpretazione, vocalmente adatto, ma niente di più) bensì il monumentale Nicola Alaimo nel ruolo di Enrico. Nonostante non lo si possa definire un baritono donizettiano, la sua prova è davvero convincente. La voce si staglia con autorevolezza e per il corposo volume sovrasta quella degli altri personaggi. La dizione è chiarissima, soprattutto nei recitativi, e anche quando nell’impasto con le altre voci rischia di perdere il contatto con il pubblico, riesce a sviluppare con piglio sicuro il discorso musicale (come ad esempio nel celebre sestetto). Musicalmente attento alle indicazioni del direttore d’orchestra, Alaimo dispensa i momenti migliori nel duetto con Lucia, nel tempo d’attacco e nella stretta. I gesti misurati, ma di grande enfasi, segnano come dei marchi i punti di snodo dell’azione, in questa scena come nel resto dell’opera. Cattivissimo nel primo atto (“tremante” aspetta l’arrivo della sorella, ma siamo noi a tremare di fronte al possente recitativo) segue con scrupolo l’evoluzione psicologica del personaggio che, attraverso il sestetto, porta nuovamente al confronto con Lucia, ormai privata della ragione, e al rimorso per quanto compiuto. Ancor più interessante sarebbe stato ascoltarlo nella scena della torre di Wolferag, inspiegabilmente tagliata. Un vero peccato, poiché in tal modo si perde una delle caratteristiche dell’opera, e cioè l’alternanza fra la componente narrativa e quella del confronto fra personaggi.
A parte i tagli, la direzione di Stefano Ranzani ci è sembrata corretta, rispettosa dei tempi e tutto sommato aderente allo spirito donizettiano. Ripristinata invece la terza scena del primo atto che ha consentito al basso bulgaro Deyan Vatchkov, interprete di Raimondo, di espandere con agio una robusta vena melodica, forte anche di una presenza scenica del tutto adeguata. Poco convincenti Patrizia Gentile nel ruolo di Alisa e Iorio Zennaro in quello di Normanno; acerbo ma promettente il Lord Arturo di Giulio Pelligra. Deludente la prova del coro, spesso fuori tempo e poco organizzato. Nel secondo cast, al di sopra del pur bravo Giuseppe Altomare (Enrico) si collocano due cantanti: Olga Peretyatko nel ruolo di Lucia (voce interessante, per quanto talvolta imprecisa negli acuti, ma comunque più adatta a questo genere di repertorio) e l’ottimo Raimondo di Ugo Guagliardo. Il cantante, anch’egli palermitano, ha assai meno le physique du rôle da anziano precettore rispetto a Vatchkov, ma sul piano vocale stupisce per spessore ed intensità, distinguendosi nella quarta scena del secondo atto e cesellando alcuni momenti di elegante interpretazione. Un artista che per fisicità e carisma si presterebbe magnificamente al prototipo del giovane innamorato, molto più di Gipali o del poco curato Bülent Bezdüz; ma trasformare un basso in un tenore è impresa utopica e ci limitiamo a sperare che Lucia ad un certo punto fugga con Raimondo, salvando così l’integrità mentale e lasciando Edgardo a bocca asciutta, davanti alla tomba che rinserra il tradito genitore!
Ultime due repliche il 18 e 19 giugno
Foto Franco Lannino / Archivio Teatro Massimo

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