Jesi, Festival Pergolesi Spontini 2011: “La Salustia” di Pergolesi

Jesi, Festival Pergolesi Spontini 2011: “La Salustia” di Pergolesi

Jesi, Teatro Pergolesi, XI° Festival Pergolesi Spontini
“LA SALUSTIA”

Dramma per musica in tre atti da un adattamento anonimo di Alessandro Severo di Apostolo Zeno
musica di Giovanni Battista Pergolesi
revisione critica a cura di Dale Monson. Edizioni Fondazione Pergolesi Spontini
Marziano VITTORIO PRATO
Salustia SERENA MALFI
Giulia LAURA POLVERELLI
Alessandro FLORIN CEZAR QUATU
Albina GIACINTA NICOTRA
Claudio MARIA HINOJOSA MONTENEGRO
Accademia Barocca de “I Virtuosi Italiani”
direttore Corredo Rovaris
regia Juliette Deschamps
scene Benito Leonori
costumi Vanessa Sannino
luci Alessandra Carletti
Nuovo allestimento
Jesi, 2 settembre 2011

Ha preso il via il 2  settembre 2011 al Teatro Pergolesi di Jesi l’XI edizione del Festival Pergolesi  Spontini con l’opera La Salustia, primo capolavoro di Giovanni Battista Pergolesi del 1731, nel nuovo allestimento con la regia di Juliette Deschamps, le scene di Benito Leonori, i costumi di Vanessa Sannino. L’opera era stata già allestita a Jesi nel 2008. Corrado Rovaris ha diretto  l’Accademia Barocca de I Virtuosi Italiani con strumenti originali e un cast di specialisti del canto barocco.
La revisione critica, edita dalla Fondazione Pergolesi Spontini, è stata condotta a cura di Dale Monson. A tale proposito è intressante inserire alcune note storiche sull’opera: composta nel 1731, Salustia è la prima opera di Pergolesi, rappresentata a Napoli al Teatro di San Bartolomeo, quando il compositore – allievo di uno dei Conservatori napoletani – aveva solo 21 anni. Poco prima che la Salustia andasse in scena l’improvvisa morte di uno dei protagonisti, il celebre soprano evirato Nicolò Grimaldi detto Nicolino, costrinse Pergolesi ad alcune sostanziali modifiche: la parte di Marziano, scritta per Grimaldi, venne affidata al tenore Francesco Tolve, mentre la parte di Claudio, destinata in origine a Tolve, fu assegnata ad una altro soprano evirato Nicolò Conti detto Gizziello. Sulla base dei manoscritti dell’epoca è stato possibile ricostruire entrambe le versioni di Salustia, quella prima della morte di Nicolino e quella dopo i cambi di ruoli. La produzione jesina ha proposto la versione dell’opera mai ascolta in tempi moderni, quella che ascoltarono i napoletani alla prima esecuzione. Si è trattato quindi di una “prima esecuzione” con arie e recitativi mai ascoltati.La musica di Salustia – ha spiegato il musicologo Dale Monsonrivela chiaramente il talento del giovane e promettente compositore: non mancano padronanza e abilità con cui esprime gli affetti nel dramma e l’immediatezza di ciascuna parola: il patetico, l’indignazione e la collera, le tenere espressioni dell’amore, la chiara determinazione dell’azione virtuosa. Malgrado le difficili circostanze della sua creazione, l’opera ci arriva oggi a testimoniare il talento di Pergolesi, la promessa, la sua posizione di faro illuminante nell’evoluzione della cultura europea moderna”.
Al centro del dramma sono gli intrighi in seno alla famiglia dell’imperatore romano Alessandro Severo (che, nato nel 208 d.C., regnò tra il 222 ed il 235) e di sua moglie Salustia causati dalla gelosia di Giulia, madre dell’imperatore. Una saga familiare all’insegna della crudeltà: Salustia, innamorata dell’imbelle sposo Alessandro, è oppressa dall’imperatrice madre che la impone ripudio e degradazione e spinta verso l’orrore del complotto e del delitto dall’ira di suo padre, Marziano, assetato di vendetta. Solo l’inflessibile rigore morale guida Salustia sulla strada della virtù fino al trionfo finale della sua straordinaria forza interiore. L’operazione di ripristino della forma originaria dell’opera era totale e si estendeva dalla filologia del testo alla scena che rappresentava lo spaccato di un vecchio teatro d’opera del 700: tre ordini di palchi ad arcate che potevano anche ricordare la romanità e un pavimento di mattoni in cotto a tratti sbreccati; ai lati tendoni laceri e vecchi sipari spioventi dall’alto. L’effetto di far piovere a un certo punto dall’alto polvere di gesso faceva  pensare davvero a un edificio fatiscente dove si consumasse la vicenda e lo spargimento di fogli e carte sul palcoscenico potevano alludere alla dispersione di qualche vecchio archivio.
Gli interpreti, tutti in costume settecentesco verosimilmente alla consuetudine del ‘700 che non prevedeva l’adeguamento all’epoca storica della vicenda, indossavano anche elementi di evidente estrazione moderna: le calzature d’epoca non erano per tutti, alcuni calzavano odierne scarpe sportive tinte di bianco. Gli ordini dei palchi sulla scena, essendo praticabili, permettevano ogni sorta di rimandi e di corrispondenze, non escluso il simbolismo di alto ( potenza e regalità) /basso ( umiltà e debolezza) durante le arie di furore di Giulia e le invettive contro Salustia. Il muro sottostante alle file di palchi terminava in un ingresso a sinistra ed durante l’opera veniva imbrattato altrnativamente con scritte e graffiti: i nomi prima di Salustia e poi di Giulia prima segnati a carboncino e via via oggetto di sfregio, la vignetta disegnata durante un’aria di un cannone che spara (con tanto di scritta fonosimbolica: “ boom”) e colpisce un volto spettrale, che una didascalia diceva essere quello di Giulia. Non sono mancati momenti di regia piccante non sempre di immediata intelligibiltà: il cunnilingus praticato da Marziano a Giulia, l’ingresso di Alessandro con una gallina viva in mano durante l’aria Giacchè vi piace o dei, il lancio di piatti e coppe di metallo dall’alto dei palchetti della scena che sono finiti anche nell’orchestra durante la scena del banchetto del secondo atto.
La scena fissa si è dimostrata comunque ampiamente multifunzionale nei momenti delle terme e dell’arena in cui Marziano sconfigge il leopardo fuori scena seguito dallo sguardo degli altri in un momento di grande suggestione. Cantanti ottimi tutti, hanno giocato le loro carte sul piano della moderazione e del buon gusto: la scelta di non inserire cadenze ad libitum se non brevissime da parte di Rovaris ha giovato non poco alla tempistica dello spettacolo; in particolare la vocalità piena di Serena Malfi in Salustia ha stagliato il patetismo fiero del personaggio con giusta pregnanza in tutti i registri, grandissima attrice cantante come sempre Laura Polverelli in Giulia che, sfoderata tutta la sua gamma di colori per un ruolo che anticipa le grandi figure femminili negative dell’opera successiva (Regina della Notte, Lady Macbeth), ha connotato anche le colorature di toni lividi ed alteri; anche il sopranista Florin Cezar Ouatu in Alessandro ha dimostrato di padroneggiare molto bene l’ardua tessitura vocale pergolesiana e l’andamento violinistico della parte vocale aiutato dai tempi staccati da Rovaris e da un’ottima impostazione che gli premette incursioni anche fulminee nella zona di petto senza far sentire troppo lo scalino di registro. Vittorio Prato in Marziano ha rivestito il personaggio di morbidi gesti vocali anche nelle zone impervie della tessitura, Giacinta Nicotra in Albina ha dato gioco alla sua apprezzabile capacità di cantare in movimento risultando sempre precisa e presente vocalmente e bella prova nel canto di sbalzo quella di Maria Hinojosa Montenegro in Claudio che ha dato spessore particolare al personaggio.
Tutti hanno dimostrato di ben seguire la gestualità musicale pergolesiana che si avvale di pause retoriche e di un’estrema varietà di figure ritmico-melodiche. Anche l’impiego efficace di strumenti filologici in orchestra (i corni originali)  ha aggiunto un ulteriore elemento di spettacolo. Il grande successo tributato dal pubblico al direttore Corrado Rovaris alla testa dell’Accademia Barocca de I Virtuosi Italiani, testimonia l’efficacia delle sue scelte e la capacità di restituire all’altezza della sua fama e all’attualità un Pergolesi primordiale e di raro ascolto.

 

 

 

 

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