Bari, Teatro Petruzzelli:”Götterdämmerung”

Bari, Teatro Petruzzelli, Stagione Lirica 2010 / 2011
“GOTTERDAMMERUNG” (Il crepuscolo degli dei)

Terza giornata in tre atti del ciclo “Der ring des Nibelungen”
Libretto e musica di Richard Wagner
Siegfried IAN STOREY
Gunther THOMAS GAZHELI
Alberich JOHMI  STEINBERG
Hagen BJARNI THOR KRISTINSSON
Brünnhilde NINA WARREN
Gutrune MARIA GRAZIA PANI
Waltraute, Seconda Norna JESSIE RAVEN
Prima Norna DEBORAH HUMBLE
Terza Norna MRTA  CALCATERRA
Woglinde VALENTINA FARCAS
Wellgunde SARAH  ALLEGRETTA
Flosshilde ESTHER MINUTILLO
Coro e Orchestra della Fondazione Teatro Petruzzelli di Bari
Direttore Stefan Anton Reck
Maestro del Coro Franco Sebastiani
Regia Walter Pagliaro
Scene e costumi Luigi Perego
Luci Luigi Saccomandi
Bari, 25 ottobre 2011
Si è concluso il 25 ottobre al teatro Petruzzelli di Bari il progetto – iniziato nel 2008 quando ancora quel teatro completava la sua tormentata ricostruzione dopo il rogo del ’91 – che ha portato la musica del Ring per la prima volta nel capoluogo pugliese; un’operazione culturale coraggiosa, resa possibile anche grazie alla sinergia tra l’ente lirico e l’Università (compendiata nella persona del germanista Domenico Mugnolo) e premiata da uno straordinario (forse inatteso) successo di pubblico.
La Götterdämmerung – primo nucleo diegetico della tetralogia wagneriana poi divenuta la ‘giornata’ conclusiva di una saga costruita a ritroso attraverso prequel – è un’opera di difficile inquadramento  considerata la sua oscillazione tra le istanze del Musikdrama e i lasciti del melodramma romantico (inteso come una miscela del Bellini di Norma e di Meyerbeer).
Dall’ambiguità di questo progetto drammaturgico bifronte (rivolto al passato e all’avvenire) può generarsi il rischio di deragliamenti stilistici orientati ora verso Aida, ora verso l’espressionismo di Berg; pericolo del tutto evitato dall’intelligente lettura di Stefan Anton Reck direttore dal gesto granitico ma appassionato, pignolo nel dettaglio ma alieno da sfilacciamenti e derive puntillistiche. Alla concentrazione e al rigore del direttore ha corrisposto il colore dell’Orchestra della Fondazione Petruzzelli, giunta a una maturità piena (forte anche dei successi di una recente tournée americana) e davvero invidiabile se rapportata alla giovane età dei suoi componenti; ottoni dall’intonazione perfetta, chiarezza nelle polifonie timbriche, dominio delle gradazioni di intensità (specie negli impervi momenti di crescendo fonico), piglio deciso negli stacchi di tempo: per dirla con Schumann «signori giù il cappello».
L’osticità della Götterdämmerung si rivela ancor più sul piano delle scelte registiche e scenografiche: basterebbe osservare i bozzetti scenici di Joseph Hoffmann per rendersi conto di quanta parte delle velleità teatrali wagneriane, nel primo allestimento del 1876, restarono sulla carta e di quanto fosse ancora fortissimo l’influsso della scena romantica a fondale dipinto. Se è vero poi che le foto di scena delle prime rappresentazioni a Bayreuth fanno pensare a una sagra della birra, è anche vero che quelle dei più recenti allestimenti rimandano al Visconti della Caduta degli dei (1969) trasudando un surplus ideologizzante che ha sempre leso il povero Wagner, ben prima dell’indebita appropriazione del suo teatro da parte di Hitler. Che fare allora? Mettere elmi alati a corpulente valchirie e a baffuti asterix? O fare di Brünnhilde la Marie del Wozzeck?
Tra i due eccessi si pone la via seguita dal regista Walter Pagliaro – in perfetto connubio con il virtuosismo scenotecnico di Luigi Perego – che ha puntato a sfrondare Wagner di Bakunin, Feuerbach, Nietzsche, Schopenauer & C. per recuperarne una più autentica dimensione di drammaturgo-artigiano, di uomo di palcoscenico. Ecco allora l’idea di riproporre un codice prossemico piuttosto statico (in linea con l’attorialità ingessata degli anni 1870-80), di riattivare i ‘praticabili’ sconfinanti nella platea (attraversata per intero dal corteo funebre di Siegfried), di portare in scena il cavallo manichino (la presenza di Grane è davvero ingombrante, quasi imbarazzante) o di incarnare il Reno con un enorme velo mosso da mimi. Proprio il Reno, secondo Pagliaro, va considerato il vero protagonista della saga e il suo slogan («il Reno siamo noi» noi uomini del 2011 privati della nostra lucentezza da una società corrotta) si esplicitava nei due minuti conclusivi quando i flutti di stoffa cadevano a terra e le sagome dei mimi avanzanti in controluce verso il proscenio osservavano sgomenti la destituzione degli dei (visivamente compendiata nella statua di Wotan abbattuta alla stregua di quelle dei dittatori novecenteschi). Pagliaro, insomma, ha optato per una gestualità naif, evitando di sovrapporre una semantica corporea a quella musicale, già di per sé troppo fitta; una scelta di umiltà davanti alla musica di Wagner, infranta solo dall’infelice trovata di far sedere continuamente su una ‘regista’ il regisseur Hagen, malvagio burattinaio di una vicenda sporca e becera in quanto umana, troppo umana. Visivamente suggestivo il continuo gioco di luci (Luigi Saccomandi) sempre connesso all’azione e capace d’impreziosire una scenografia essenziale e al tempo stesso opulenta.
Buone, non ottime (e comunque non al livello dell’orchestra) le voci nel loro complesso. Il soprano Nina Warren (Brunnhilde) è voce e attrice ritagliata sul teatro espressionista del quale ha portato gli eccessi nelle tessiture vocali wagneriane (che invece le chiedevano maggior fluidità nei passaggi tra registri); il tenore Ian Storey (Siegfried) vocalmente e fisicamente possente non ha reso le tante sfumature espressive connesse al personaggio; ai limiti della propria resistenza fisica il baritono Thomas Gazheli (Gunter) e il soprano Maria Grazia Pani (Gutrune; peraltro influenzata nell’ultima replica ma rimasta comunque sul palcoscenico); migliore la prova del basso Bjarni Thor Kristinsson che non ha ceduto alle tentazioni di un anacronistico sprechgesang né a eccessi caricaturali attribuendo ad Hagen una tensione degna dell’unico vero cattivo di tutto il Ring. Più che pregevole la prova del Coro della fondazione Petruzzelli (compatto e preciso nell’intonazione, ottimo nelle dinamiche) diretto da Franco Sebastiani e preziose le voci comprimarie (in particolare Valentina Farcas, Sara Allegretta e Hannah Esther Minutillo, rispettivamente Woglinde, Wellgunde e Flosshilde), testimonianza della cura e dell’amore con cui è stata portata avanti nell’arco di quattro anni (in un grande centro del bistrattato Mezzogiorno d’Italia) una simile avventura musicale e intellettuale.Foto Carlo Cofano – Teatro Petruzzelli di Bari

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2 Comments

  1. Luigi Paolillo

    Concordo in tutto per quanto concerne lo spettacolo barese cui ho avuto la fortuna di assistere domenica 23. Per amor di precisione, tuttavia, un passaggio (“opera di difficile inquadramento considerata la sua oscillazione tra le istanze del Musikdrama e i lasciti del melodramma romantico”) mi lascia perplesso: è vero che l’idea iniziale del ring è proprio la morte di Sigfrido; è ancor vero che W. scrisse il libretto partendo appunto da quella che è oggi la fine (Gotterdammerung) per poi risalire, passando per Sigfried e Walkure, a Rheingold. Questo percorso è responsabile del fatto che la struttura della giornata scritta per prima risenta ancora della forma classica dell’opera di gusto italiano (duetto d’amore, cavatina della soprano, etc etc).

    La musica del ring fu però scritta… nel senso inverso, partendo cioè dall’Oro del Reno. E in questo caso credo che la musica faccia la differenza. Tra l’altro esiste una profonda differenza stilistica tra oro del reno, walkiria e prima parte di sigfrido da un lato (e sigfrido in particolare soffre di questa dicotomia) e seconda parte di sigfrido e crepuscolo dall’altra. In mezzo W. sentì l’esigenza di cercare altrove (Tristano) nuova linfa alla sua ispirazione musicale. Gotterdammerung è l’esito finale di questa ricerca, fino al punto da dover cercare nuovi temi per Sigfrid e Brunnilde, che si affiancano a quelli esistenti. Esito finale che vuol dire anche punto più alto e maturo del Musikdrama, senza se e senza ma.

    Dopo ci sarà solo Parsifal, ma quella è tutta un’altra storia, non crede?

    Grazie e continuate così!

  2. Lorenzo Mattei

    Gentile Luigi Paolillo,
    grazie per il commento. è scontato che la musica della Gotterdammerung faccia riferimento alle partiture che la precedono ma le strutture prescrittive del libretto restano vincolanti e dunque generano una frizione tra l’idea di “numero” e l’idea di ‘prosa musicale’; Wagner, per Luca Zoppelli, scrisse il crepuscolo in modo più operistico perchè quelle forme erano metafora di una società corrotta; dunque l’ambiguità resta cifra di fondo di un’opera che volutamente è sospesa tra due mondi di concepire il teatro per musica. La cosa non vuol dire imperfezione stilistica, anzi piena maturità e dominio degli stili fatti funzionare a livello denotativo. Non è un caso che Parsifal sia “un’altra cosa”…

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