Milano, Teatro alla Scala: “Les contes d’Hoffmann”

Milano, Teatro alla Scala: “Les contes d’Hoffmann”

Milano, Teatro alla Scala – Stagione d’Opera e Balletto 2011-2012
“LES CONTES D’HOFFMANN”
Opera fantastica in un prologo, tre atti ed un epilogo su libretto di Julies Barbier
Musica di Jacques Offenbach
Olympia VASSILIKI KARAYANNI
Giulietta VERONICA SIMEONI
Antonia ELLIE DEHN
La Muse, Nicklausse DANIELA SINDRAM
Une voix HERMINE MAY
Hoffmann ARTURO CHACON CRUZ
Spalanzani RODOLPHE BRIAND
Nathanael CYRILLE DUBOIS
Crespel, Luther WILLIAM SHIMELL
Andres, Cochenille, Frantz, Pitichinaccio CARLO BOSI
Lindorf, Coppelius, Dapertutto, Miracle LAURENT NAOURI
Hermann, Schlemil NICOLAS TESTE’
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala di Milano
Direttore Marko Letonja
Maestro del Coro Bruno Casoni
Regia Robert Carsen
Scene e costumi Michael Levine
Luci Jean Kalman
Coreografie Philippe Giraudeau
Produzione Opéra National de Paris
Milano, 21 gennaio 2012

Un’opera bellissima. Uno spettacolo che funziona alla perfezione. Un cast di cantanti-attori d’ottimo livello. Ecco “Les contes d’Hoffmann” andati in scena al Teatro alla Scala di Milano, nella produzione originariamente ideata da Robert Carsen per una passata stagione dell’Opéra National de Paris. Produzione che costituisce un efficace continuum con l’allestimento del “Don Giovanni”, ad opera dello stesso regista, con cui il teatro milanese ha inaugurato la nuova stagione lirica. Nella visione di Carsen, tutta la vicenda dei Contes ruota attorno alla rappresentazione del capolavoro mozartiano, il “Don Giovanni” appunto, evocato scenicamente, ma anche musicalmente, durante lo svolgersi dell’azione. Le note di regia spiegano il filo conduttore di tale concezione: “un artista (Offenbach) si dedica alle passioni di un altro artista (Hoffmann), il quale visse a sua volta nel mito di un terzo grandissimo artista (Mozart), nel quale si può forse ravvisare la Musa ideale, l’ispirazione suprema.” Così il pubblico scaligero viene accompagnato nei vaneggiamenti alcolici di Hoffmann attraverso una serie di punti di vista, o scorci, che svelano differenti prospettive del teatro, solitamente precluse al pubblico stesso: l’osservazione obliqua della rappresentazione dalle quinte, la visione del palcoscenico dalla buca dell’orchestra, fino all’inversione totale delle parti, con la ricostruzione sulla scena di un’intera platea, rivolta alla sala del Piermarini, richiamo allo stupefacente specchio liquido che appariva nell’allestimento del “Don Giovanni” inaugurale. Visivamente, almeno due momenti dello spettacolo rimangono impressi nella memoria: il terzetto nell’atto di Antonia, in cui la fanciulla moribonda si aggira per il golfo mistico, vessata da un ansiogeno Miracle, nel vano tentativo di raggiungere sul palco il fantasma della madre (in un magnifico e spettrale costume settecentesco) e l’apertura del terzo atto, quando le file di poltrone che simulano la platea, iniziano ad ondeggiare alternatamente, ricreando il movimento delle acque veneziane sulle note della famosa barcarola…sensazionale. In conclusione, va dato atto a Robert Carsen di aver saputo realizzare uno spettacolo convincente ed originale, efficacissimo nell’adempiere alla sua funzione di teatro nel teatro, come e più del precedente titolo del cartellone scaligero. Vocalmente parlando, il folto stuolo di protagonisti ha dimostrato, oltre che una preparazione musicale rifinita, un affiatamento scenico lodevole. Arturo Chacon Cruz nei panni di Hoffmann ha sostenuto una prestazione eccellente. Il tenore possiede un timbro lirico gradevole e caratterizzato da qualche suggestiva brunitura. Ad onor del vero, il prologo ed il primo atto l’hanno visto in leggera difficoltà nel proiettare i suoni (la voce ancora fredda faticava a trovare il giusto punto di fuga nella maschera), ma già all’inizio del secondo atto, l’emissione si è fatta più compatta e vibrante, fino all’atout dell’atto di Giulietta, in cui ha duettato con la bella cortigiana, esibendo grande padronanza del suo strumento e con una spavalderia del registro acuto davvero piacevole all’ascolto. L’aspetto giovanile e scarmigliato non ha mancato di renderlo simpaticamente attraente, in aggiunta ad una recitazione partecipe e brillante. Laurent Naouri che impersonava i vari travestimenti del cattivo della storia, ha cantato bene, molto bene nelle parti declamate (complice la madrelingua francese), mentre è risultato meno incisivo in quelle più cantabili. Alla sua caratterizzazione del malvagio è forse mancata una certa protervia, anche a causa di un portamento dinoccolato che è andato a smussare l’aspetto più autenticamente feroce del personaggio. Ciononostante, la disinvoltura scenica che l’ha contraddistinto ha saputo rendere compiutamente le altre sfaccettature interpretative, soprattutto quella più beffarda ed amaramente cinica. Sul versante femminile, ha spiccato la Musa/Nicklausse di Daniela Sindram, cantante versata ed attrice interessante. Al mezzosoprano tedesco, va in particolare riconosciuta l’abilità con cui è riuscita a diversificare l’emissione a seconda che vestisse i panni della Musa (più morbida e rotonda e con un acuto al fulmicotone nel prologo) o di Nicklausse (più ruvida e tagliente, al pari dell’interpretazione goliardica e scanzonata). Le note migliori della serata sono però venute dall’Antonia di Ellie Dehn: vocalmente ineccepibile, intonatissima e capace di un fraseggio dolente e carico di mestizia. Il personaggio è emerso in tutta la sua fragilità, anche attraverso un canto piuttosto teso durante il difficile terzetto, dove la spasmodica salita al re bemolle sovracuto ha siglato un momento di commozione musicale. Veronica Simeoni (Giulietta) è parsa sottotono quanto a volume (forse un’indisposizione stagionale), ma è risultata comunque convincente, soprattutto dal punto di vista scenico: il seducente look alla Anita Ekberg e le movenze da pantera sexy, ma mai volgare, hanno letteralmente riempito il palcoscenico della Scala, illuminandolo con un costume di rara bellezza. Purtroppo, ogni rosa ha la sua spina: il soprano greco Vassiliki Karayanni ha affossato irrimediabilmente ogni singolo intervento di Olympia con una voce pressoché inudibile, con un’emissione poggiata sul nulla e con un’intonazione imprecisa, nemmeno riscattate dalle variazioni eseguite con una sfilza di sovracuti piccoli e vetrosi. Anche riconoscendo l’emozione di un debutto scaligero in un ruolo tanto esposto, non è assolutamente possibile concederle la sufficienza. Molto bene le numerose parti minori, che in quest’opera assumono un notevole peso, tra le quali si è distinto William Shimell per l’autorevolezza vocale con cui ha impersonato Crespel e Luther. Alla guida di coro ed orchestra, Marko Letonja ha ottenuto un suono ovunque bello e dinamiche abbastanza appropriate, con una tendenza un poco insistita alla dilatazione ritmica. Foto di Brescia & Amisano per gentile concessione del Teatro alla Scala

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1 comment

  1. Marco

    Davvero uno spettacolo bellissimo che non accusa affatto gli oltre dieci anni di età!! A parte il bravissimo Naouri, il cast che ho ascoltato era diverso da quello recensito (Vargas/Gubanova/Kuhmaier/Gilmore) e, visto il parere sull’Olympia, forse sono stato più fortunato. Purtroppo, invece, non mi ha convinto invece fino in fondo la direzione, che ho trovato meno ricca di colori di quanto avrei sperato. Ma lo spettacolo è così valido che difficilmente si fa scalfire!!

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