“I Masnadieri” al Teatro di San Carlo di Napoli

“I Masnadieri” al Teatro di San Carlo di Napoli

Napoli, Teatro San Carlo, Stagione Lirica 2011/2012
“I MASNADIERI”
Melodramma in quattro parti su libretto di Andrea Maffei, dalla tragedia  Die Rauber di Friedrich Schiller
Musica di Giuseppe Verdi
Massimiliano Moor GIACOMO PRESTIA
Carlo AQUILES MACHADO
Francesco VLADIMIR STOYANOV
Amalia LUCRECIA GARCIA
Arminio WALTER OMAGGIO
Moser DARIO RUSSO
Rolla MASSIMILIANO CHIAROLLA
Orchestra e Coro del Teatro di San Carlo
Direttore Nicola Luisotti
Maestro del Coro Salvatore Caputo
Regia Gabriele Lavia
Scene Alessandro Camera
Costumi Andrea Viotti
Nuovo allestimento del Teatro di San Carlo in coproduzione con il Teatro La Fenice di Venezia
Napoli, 29 marzo 2012
Parliamoci chiaro. Al di là dei volenterosi sforzi, il libretto che Maffei aveva creato per i Masnadieri non è certo da antologia della letteratura per musica… e la musica di Verdi è in generale lontano dai fasti dell’Attila (assai più accattivante sul piano della drammaturgia) e da quelli dell’imminente approdo al lido shakespeariano. Eppure quest’opera, oggi dimenticata, all’epoca (e parliamo del 1847) riscosse un successo incredibile al punto da essere definita, al fianco dell’Ernani, l’opera più popolare del Maestro. Oggi conserva qualche punto di interesse, da ricercarsi non tanto nelle arie quanto piuttosto sia nel meraviglioso preludio di apertura con l’assolo di violoncello, che nella scrittura corale, animata sì da un piglio guerriero (e risorgimentale) assai più vispo di quello dell’Attila, ma comunque raffinata e di sicuro effetto. Per il resto, la vicenda dei due fratelli, bello e fortunato l’uno (Carlo), assai meno l’altro (Francesco) scorre fra convenzioni e qualche sparuta assurdità, non ultima la riapparizione di Massimiliano e l’omicidio di Amalia nel finale.
Insomma, per renderla credibile in teatro occorrono due ingredienti fondamentali: una bacchetta ispirata e un allestimento accurato in grado di convertire le oasi deboli del tessuto drammatico in punti di forza. La produzione del Teatro di San Carlo (con “La Fenice” di Venezia), può dirsi riuscita per metà. Nicola Luisotti, di fresco nominato direttore musicale della Fondazione napoletana, dopo l’illuminata prova scaligera con l’Attila, si conferma musicista di prima categoria, e nello specifico verdiano ispirato. Consapevole della posizione occupata dai Masnadieri nella produzione verdiana, li legge in controluce lasciando intravedere da un lato gli echi del Nabucco (visibili fin dal preludio) e dall’altro il peso dei grandi capolavori successivi. Luisotti divide poi la partitura in due emisferi musicali, quasi come a marcare quella coesistenza sulla scena di due sfere, quella privata e quella pubblica. Nella prima di queste, che corrisponde ai drammi dei personaggi, l’orchestra si distende in una cantabilità trasognata, intrisa ora di sofferenza ora di speranza, prediligendo i colori, piegando le esigenze del tempo musicale a quelle del sentimento e della parola (superbi i rallentando e rubati). La sfera pubblica è invece quella dello scontro con la massa rozza e irruenta dei masnadieri, dei briganti, massa della quale lo stesso protagonista è combattuto primus inter pares. Qui Luisotti sceglie felicemente la via del contrasto, spesso ricorrendo a tempi raddoppiati, governando le masse sancarliane con gesto di esemplare chiarezza. Due i momenti più coinvolgenti sotto questo aspetto: il coro che chiude il II atto «Su fratelli corriamo alla pugna» e quello del III «Le rube, gli stupri, gl’incendi, le morti». Se nel primo caso il piglio e la risorgimentale baldanza della pagina verdiana sono filtrate da una certa eleganza, nel secondo, il raddoppio di tempo, oltre che rivelarsi drammaticamente efficacissimo e coinvolgente, è irruento e vigoroso. Meriti da condividersi con il coro del teatro, che vive una felicissima stagione raggiungendo qui vertici di perfezione. Ad istruirlo, Salvatore Caputo che cura assai bene rapporti e colori fra le sezioni e con l’orchestra, ad eccezione della sola pagina a cappella «Godiam ché fugaci», dove la polifonia risulta schiacciata, la parola troppo sacrificata e il piglio guerriero latitante.
La seconda metà della produzione funziona assai meno, poichè l’allestimento Gabriele Lavia è inadeguato al cimento di Luisotti. Con la complicità Alessandro Camera per le (brutte) scene e di Andra Viotti per i (brutti) costumi, ambienta la vicenda (citiamo dalle note di regia) «in un vecchio palcoscenico, un tetto sfondato, terra sparsa, foglie secche», degno della peggiore parte del Bronks e assai adatto solo alla bernsteiniana West Side Story. Questa landa desolata diventa luogo d’incontro del disagio, della protesta e della rabbia dei masnadieri, una rabbia che si manifesta anche nei coloratissimi murales che “decorano” le pareti: su quella di sfondo campeggia un grande teschio con ai lati la scritta “libertà o morte”. Ad “ornare” questa cornice, riflettori e luci di varia natura, che seppur non scevri da sporadici effetti intriganti, in linea di massima non elevano certo la gradevolezza del quadro. Una sola l’entrata in scena, al centro, in corrispondenza del teschio, un grande portone: da lì, fra l’altro, entrano ed escono tutti, compresi i masnadieri e Massimiliano (a proposito, caro Lavia, è ridicolo che sia nascosto nello stesso covo da cui escono i briganti!). Tutta l’opera, ad ogni modo, si svolge qui, riconducendo l’azione ad un’unità di luogo non richiesta dal compositore e che disturba molti momenti dell’opera, uno su tutti la grande scena di Francesco nell’atto Atto IV.
Una volta segnalato un timido lavoro sui personaggi (ad esclusione della grande scena di cui sopra), occorre tracciare un bilancio: al terzo cimento verdiano, dopo i graziosi esiti della Giovanna D’Arco al Festival Verdi, quelli dubbiosi dell’Attila scaligero, Lavia getta la spugna e svolge qui un lavoro complessivamente sommario. Perfino i due protagonisti maschili sono tratteggiati secondo usi della più bieca convenzione: Carlo è bello, aitante e prestante, Francesco malato, gobbo, paralizzato ad un braccio (forse a seguito di un conflitto a fuoco), non «meno fortunato» (come lo vuole Verdi) ma “sfigato”! Nella mente di Lavia, Francesco diventa quindi un diverso, un reietto, un redivivo Rigoletto, con buona pace del significato che una simile figura ha nella drammaturgia verdiana. Peccato, perché Vladimir Stoyanov si impegna davvero al massimo per ridare dignità al personaggio di Francesco, con voce certo non immensa in termini di volume ma verdiana nell’animo e nelle intenzioni, dotata grande eleganza nella cantabilità (commovente l’intonazione di «Vuoi piangere in eterno?»), nobile nell’accento, attenta alla causa della parola.
Al suo fianco, il Carlo Aquiles Machado, che da principio stupisce sia per l’acquisito phisique du rôle sia per l’effetto che ottiene all’attacco del recitativo «Quando leggo Plutarco». Da qui le prime considerazioni, sulle quali l’emozione gioca un ruolo fondamentale: la voce è maturata molto, si è fatta maschia, compatta e robusta specie nel registro centrale. Con il senno di poi però si scopre schiettamente lirica preziosa nel timbro e nella linea (e lo vedi ad esempio in «Di ladroni attorniato») ma prestata al repertorio verdiano, senza cioè avere tutte le carte in regola per affrontarlo. Carlo non è il Duca di Mantova e a lungo andare l’organo del tenore patisce alcune disomogeneità timbriche (vedi «O mio castel paterno»), una ricerca dell’effetto con la tendenza ad un canto piuttosto aperto. Tutto questo lo porta a forzare anche il registro acuto: accade per esempio fin dalla Cabaletta I atto «Nell’argilla maledetta», sicchè l’appuntamento con «Caduto è il reprobo» nel IV atto risulta disatteso per affaticamento. Su Lucrecia Garcia, quanto osservato in occasione della recente Norma salernitana si conferma solo in parte. Permane quella tendenza alla mera meccanicità nei cantabili che, se in Bellini veniva bilanciata dalla distensione dell’arcata melodica, in Verdi è assai più evidente, anche per via quel distacco (forse dovuto all’ostacolo della lingua) fra l’interprete e la cantante, che deficita nella compartecipazione emotiva alla causa del personaggio. Di contro, al fianco di un volume davvero ragguardevole (e gli spazi del San Caro non sono quelli ridotti del Verdi), la voce ha acquistato una notevole eleganza nel canto virtuoso (lo vedi fin dalla cavatina), nel legato e nel glissando, con punte di eccellenza nel duetto con Machado del II atto. Il resto del cast è in larga parte assai valido: dall’eccellente contributo di Giacomo Prestia alla causa di Massimiliano a quello di Dario Russo come Moser, che a dispetto della giovine età è voce di basso di rango superiore e di qualità sopraffina (con un repertorio selezionato, fra qualche anno potrà giustamente aspirare a pieno titolo a grandi ruoli verdiani). L’Arminio Walter Omaggio e il Rolla Massimiliano Chiarolla, sono piuttosto timidi e deboli. Al termine successo vivissimo per tutto il cast, anche se Nicola Luisotti meritava un ulteriore sforzo di generosità: infondo, senza il suo fondamentale contributo, questi Masnadieri si sarebbero lasciati dimenticare troppo presto!
Foto Francesco Squeglia – Teatro San Carlo

 

 

 

 

 

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