Angelo Manzotti “in progress” al Teatro La Fenice …

Festival Lo Spirito della Musica di Venezia, Teatro La Fenice, Sale Apollinee
“FARINELLI A VENEZIA” I trionfi del San Giovanni Grisostomo
Sopranista Angelo Manzotti
Direttore
Paolo Faldi
Orchestra Barocca di Bologna
in collaborazione con l’Associazione Festival Galuppi
Antonio Vivaldi:
Concerto in sol maggiore per archi e continuo Alla rustica RV 151
Leonardo Leo: “Catone in Utica”: ‘Cervo in bosco’
Antonio Vivaldi: Concerto per fl auto dolce, archi e continuo in fa maggiore RV 442
Riccardo Broschi: “Idaspe”: ‘Ombra fedele anch’io’
Antonio Vivaldi: Concerto per archi in re minore RV 128
Johann Adolf Hasse:”Artaserse”: ‘Fra cento affanni e cento’
“‘Parto qual pastorello’
Antonio Vivaldi: “Teuzzone”: Sinfonia
Geminiano Giacomelli: “La Merope”: ‘Quell’usignolo che innamorato’
Antonio Vivaldi: “Bajazet”: Sinfonia
Geminiano Giacomelli: “La Merope: ‘Sposa, non mi conosci’
Venezia, 2 agosto 2012 
[fine-scheda]
È ormai giunto felicemente alla conclusione nella città lagunare il Prefestival “Lo spirito della musica di Venezia”, che anticipa quello che sarà il festival vero e proprio nel corso del 2013. Sale Apollinee traboccanti di pubblico fino all’ultimo strapuntino nella serata dello scorso 2 agosto, per ascoltare il sopranista Angelo Manzotti e l’Orchestra Barocca di Bologna sotto la direzione di Paolo Faldi, che proponevano – intercalate a brani strumentali vivaldiani – alcune arie operistiche di stratosferico virtuosismo, composte tra il 1728 e il 1734 per le esibizioni al Teatro di San Giovanni Grisostomo (oggi Malibran) di Carlo Broschi, detto Farinelli, uno degli “evirati cantori” più osannati del Settecento. Si è rivisitato per l’occasione un periodo della storia del teatro musicale veneziano, che oggi per certi aspetti può apparire singolare, se non discutibile, e tuttavia rappresenta pienamente il gusto di un’epoca, tra l’altro, imprescindibile per comprendere i successivi sviluppi del “belcanto”, se è vero, com’è vero, che la tecnica dei castrati arrivò ad influire sulla formazione di un soprano famoso come Emma Calvé per il tramite di Domenico Mustafà, uno degli ultimi componenti evirati della Cappella Sistina, che fu tra i suoi maestri.
La voce dei castrati era uno strumento musicale potentissimo che racchiudeva in sé le caratteristiche timbriche e l’estensione complessiva delle voci maschili e femminili, fino alle voci bianche. In particolare l’ampia area polmonare, che si sviluppava in modo abnorme per effetto dello squilibrio ormonale causato dall’orchiectomia, permetteva fiati lunghissimi. Il tutto era sostenuto da una tecnica spericolata, costruita attraverso studi estremamente severi. Ne sapeva qualcosa proprio il Farinelli, quando ingaggiò un’estenuante gara di virtuosismo e resistenza con un celebre solista di tromba, riuscendo ovviamente a vincerla.  Tutto questo sia ricordato non per mero sfoggio di erudizione, bensì per evidenziare quanto la sfida lanciata da Angelo Manzotti risulti propriamente titanica, e conseguentemente vada incoraggiata per la grinta, la passione, la preparazione con cui l’artista di Marmirolo (Mantova) affronta brani concepiti per tanto particolari caratteristiche fisiche e vocali.
A onor del vero l’inizio della sua performance veneziana non è stato esaltante, il volume di voce era insufficiente e anche l’agilità e l’equilibrio dinamico lasciavano un po’ a desiderare. Tuttavia la grande professionalità del sopranista ha saputo superare qualche momento non troppo felice. Così è avvenuto nell’esecuzione della prima aria, “Cervo in bosco” dal Catone in Utica di Leonardo Leo  e sostanzialmente anche della successiva “Ombra fedele anch’io” dall’Idaspe di Riccardo Broschi (fratello del dedicatario del concerto). Più convincente e ricca di pathos, invece, l’interpretazione delle altre quattro arie in programma, altrettanti cavalli di battaglia per uno specialista del genere qual è Manzotti: “Fra cento affanni e cento” e “Parto qual pastorello”dall’Artaserse di Johann Adolf Hasse; “Quell’usignolo che innamorato” e “Sposa, non mi conosci” dalla Merope di Geminiano Giacomelli. Qui il sopranista ha progressivamente ritrovato se stesso per estensione e controllo della voce, intonazione, sgranatura delle colorature e quant’altro, confermandosi uno dei pochi, a livello internazionale, in grado di affrontare un repertorio così insidioso e meritandosi ripetuti applausi dalla platea. Che ha placato il suo entusiasmo solo per godersi due bis händeliani di sicuro effetto: l’aria di Ruggiero dall’Alcina (“Sta nell’Ircana”) e – dulcis in fundo“Lascia ch’io pianga”, l’aria di Almirena dal Rinaldo, nelle quali ha acquistato ulteriormente sicurezza, agilità, peso vocale ed espressività, mandando il pubblico letteralmente in delirio.
Inutile aggiungere che al successo complessivo della serata ha contribuito non poco l’Orchestra Barocca di Bologna diretta da Paolo Faldi, che ha accompagnato Manzotti con precisione, nitidezza di suono e stile esecutivo consono all’estetica musicale barocca: dal suono fermo, talora algido, degli archi alle sonorità asprigne dei corni naturali, al sempre rigoroso sostegno del  basso continuo. Tutte qualità che ovviamente si sono fatte apprezzare anche nell’esecuzione dei pezzi solo strumentali, dovuti al genio del Prete Rosso, nei quali l’ensemble bolognese ha confermato affiatamento tra le parti, padronanza tecnica e adeguatezza di stile. Notevole il flauto dolce di Paolo Faldi nel concerto per questo strumento, archi e continuo RV 442. Anche agli strumentisti e al  direttore-solista, dunque, erano rivolti i meritatissimi applausi che hanno riscaldato in vari momenti la serata.