Milano, Teatro alla Scala: “La Bohème”

Milano, Teatro alla Scala: “La Bohème”

Milano, Teatro alla Scala – Stagione d’Opera e Balletto 2011-2012
“LA BOHÈME”
Opera in quattro quadri
Libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa
Musica di Giacomo Puccini
Rodolfo VITTORIO GRIGOLO
Schaunard MASSIMO CAVALLETTI
Benoit DOMENICO COLAIANNI
Mimì ANGELA GHEORGHIU
Marcello FABIO CAPITANUCCI
Colline MARCO SPOTTI
Alcindoro MATTEO PEIRONE
Musetta ELLIE DEHN
Parpignol CRISTIANO CREMONINI
Sergente dei doganieri ERNESTO PANARIELLO
Un doganiere ROBERTO LORENZI
Altro venditore ambulante MARCO VOLERI
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Coro di voci bianche dell’Accademia Teatro alla Scala
Direttore Daniele Rustioni
Maestro del Coro Bruno Casoni
Regia e scene Franco Zeffirelli (regia ripresa da Marco Gandini)
Costumi Piero Tosi (ripresi da Alberto Spiazzi)
Allestimento del Teatro alla Scala
Milano, 8 Ottobre 2012

Lo storico allestimento zeffirelliano de “La Bohème” di Giacomo Puccini ritorna puntualmente al Teatro alla Scala, in una serie di recite costellata dalla presenza in cartellone di alcuni grandi nomi della Lirica di oggi. Dopo mezzo secolo dalla sua prima messa in scena che risale appunto alla stagione scaligera 1962/63, lo spettacolo conserva intatto tutto il suo splendore e si conferma, ancora una volta, come la produzione che più d’ogni altra rappresenta l’eccellenza della Scala nel mondo e come l’ennesima dimostrazione delle straordinaria arte di Franco Zeffirelli. Emozionante l’apertura del sipario sulla scena del Café Momus che mostra il duplice piano scenografico, con l’interno del café in proscenio, dove si muovono i protagonisti dell’opera e l’affollata passeggiata sul corso parigino che si staglia sullo sfondo. Il coloratissimo e scintillante carretto dei giocattoli di Parpignol e l’entrata di Musetta sul calesse trainato da un cavallo bianco sono tocchi registici fortemente connotati che, lungi dal poter essere considerati kitsch, dimostrano invece tutto l’entusiasmo, la passione e l’amore che il regista ha sempre nutrito nei confronti del Melodramma. Il secondo atto, poi, con la Barriera d’Enfer in prospettiva, sovrastata da un cielo plumbeo e nevoso costituisce un colpo d’occhio assolutamente indimenticabile. Va da sé che i costumi originariamente ideati da Piero Tosi siano la ciliegina sulla torta di tutto un modo di concepire e realizzare uno spettacolo d’opera che, purtroppo, si è inesorabilmente avviato sulla strada dell’estinzione.
Sul versante musicale, il giovane direttore Daniele Rustioni si è districato dalle spire di una partitura che appare più semplice all’ascolto di quanto non sia nell’esecuzione: discreta routine, poche faville ed una tendenza piuttosto continua all’ipertrofia sonora, ma anche scelte dinamiche pertinenti ed un controllo lodevole in ogni settore.
Angela Gheorghiu porta la sua rodata Mimì sul palco del Piermarini. La prima cosa che si nota, oltre alla bella presenza che pare diffondere luce tutt’intorno, è l’assoluta naturalezza con cui il soprano rumeno si muove all’interno dello spazio scenico. Vocalmente parlando, la sua performance è andata in crescendo: leggermente sottotono al primo atto, anche a causa di un atteggiamento fin troppo rilassato e sbarazzino, migliora al secondo (il “Donde lieta” le riesce molto dolce ed espressivo) e solo all’ultimo quadro si assesta sul livello che compete ad una professionista della sua fama, ove realizza un ritratto vocale ed interpretativo davvero commovente. La voce della Gheorghiu non ha mai posseduto un volume importante ed oggi, dopo quasi vent’anni di carriera internazionale, lo strumento risulta affievolito ed un poco asciugato negli armonici; in tal senso, i momenti più concitati in orchestra hanno generato qualche ostacolo alla giusta espansione del suo canto nella sala, tuttavia il registro acuto risuona ancora brillante e setoso (bellissimo il do all’unisono con il tenore al termine del duetto “O soave fanciulla”). Ma la zampata dell’Artista emerge chiaramente dalla carezzevole resa della linea melodica e dalla squisita musicalità: da questo punto di vista, lo status di fuoriclasse è innegabile.
Al suo fianco, Vittorio Grigolo è un Rodolfo giovane e vigoroso. Il tenore romano sembrerebbe ancora acerbo per la scrittura pucciniana che, difatti, lo porta a qualche forzatura negli estremi acuti, ma l’emissione è sana (ottimo il controllo del passaggio di registro), ben immascherata ed il timbro accattivante. Per sua natura, Grigolo tende ad un’espressività, talvolta sopra le righe, che gli procura le simpatie del pubblico, ma che andrebbe forse dosata con maggiore parsimonia. Quisquilie a parte, la sua prova è risultata molto buona sotto ogni aspetto.
Il trio delle voci gravi non delude, ma nemmeno entusiasma, ad eccezione dello Schaunard di Massimo Cavalletti, attore disinvolto e cantante dotato di voce sonora. Fabio Capitanucci (Marcello) è un veterano di questo ruolo, in questa produzione ed in questo teatro: canta bene, con senso della misura, ma non interpreta in modo travolgente, oltre a mostrare qualche durezza nel registro acuto. Marco Spotti manca della risonanza che un basso nei panni di Colline dovrebbe avere e la sua “zimarra” sa di sbiadito, più che di malinconico. Ellie Dehn mostra la corda nella vocalità ispida di Musetta (il valzer scorre piuttosto sommessamente), però possiede un bel timbro (ad onta della dizione nebuolsa) ed una buona presenza scenica. Divertente il Benoit di Domenico Colaianni e di ottimo livello la prestazione del Coro del Teatro alla Scala diretto da Bruno Casoni. Foto Brescia e Amisano © Teatro alla Scala

 

 

 

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