Bari, Teatro Petruzzelli:”L’Italiana in Algeri”

Bari, Teatro Petruzzelli:”L’Italiana in Algeri”

Bari, Teatro Petruzzelli, Stagione Lirica 2012
“L’ITALIANA IN ALGERI”
Dramma giocoso in due atti su libretto di Angelo Anelli
Musica di Gioachino Rossini
Mustafà SIMON ORFILA
Elvira LAVINIA BINI
Zulma ELENA TRAVERSI
Haly ENRICO MARABELLI
Lindoro EDGARDO ROCHA
Isabella CHIARA AMARU’
Taddeo VINCENZO TAORMINA
Orchestra e Coro del Teatro Petruzzelli
Direttore Daniele Rustioni
Maestro del coro Franco Sebastiani
Regia Fabio Ceresa ripresa da Jean-Pierre Ponnelle
Scene e costumi Jean-Pierre Ponnelle
Allestimento del Teatro alla Scala
Bari, 14 novembre 2012
La stagione operistica del teatro Petruzzelli – dopo le arroventate polemiche sulle ingerenze politiche che hanno attanagliato la Fondazione, attualmente commissariata – finalmente si riapre puntando, come ha esplicitato il commissario straordinario Carlo Fuortes in conferenza stampa, sull’eccellenza degli allestimenti e sul prestigio delle firme registiche. Non stupisce allora che lo spettacolo di riapertura autunnale abbia proposto la ripresa dello storico allestimento dell’Italiana in Algeri (Teatro alla Scala di Milano 1973/74) confezionato da Jean-Pierre Ponnelle (1932-1988) e ora curato da Fabio Ceresa. Come dire: ripartiamo dalla fonte della moderna regia d’opera, fonte ancora fresca e gustosa; ripartiamo da una classicità al quadrato, quella del melodramma di Rossini, mai uscito dal repertorio in quasi duecento anni di storia (la ‘prima’ risale al 22 maggio 1813) e quella della regia di Ponnelle capace di concretizzare un’assoluta simbiosi con il libretto e la partitura dell’Italiana in virtù di una sagace corrispondenza tra parola, musica e gesto. Le scelte prossemiche, i meccanicismi gestuali, l’ironia mimica di Ponnelle negli anni ’70 crearono un duraturo modello che ancora oggi viene riproposto da molti registi. Il distacco ironico e metalinguistico tipico della poetica di Ponnelle funziona al meglio proprio quando va ad abbinarsi con gli atteggiamenti compositivi rossiniani che muovevano da un’analoga concezione della comunicazione teatrale, “tutta ideale” e al tempo stesso disincantata, a tratti sadica. Esperire dal vivo l’eleganza dei costumi e della scena fissa ideati da Ponnelle è un’emozione forte per chi ha avuto modo di vedere quella messinscena soltanto in DVD. L’unico rischio connesso a una simile operazione è quello di cadere nella prevedibilità del déjà vu. Delle tre componenti che fondano lo spettacolo d’opera (parola, musica, azione) si pretende, infatti, che la terza, quella appunto legata alla gestualità, al movimento scenico, al dramma agito, sia sempre cangiante; ci si aspetta che il regista proponga una ‘sua’ Italiana, che la ambienti magari in Afghanistan, che ne dia almeno due o tre riletture-ricontestualizzazioni-ricreazioni; in una parola: che succeda qualcosa di nuovo (qui l’unica novità è stata una concessione a certo trito localismo per cui Taddeo non dichiara ad Haly di essere «di Livorno ambedue» bensì «noi due? Simm’ de Bari»; novità evitabile ma che il pubblico ha apprezzato con una sonora risata). Tuttavia, ogni tanto fa bene rilassarsi e concentrarsi sulla bellezza già nota, forti della tranquillità di sapere che durante il terzetto dei pappataci o nel finale primo i cantanti si muoveranno in quello o in quell’altro modo. Sapere quello che accadrà dal punto di vista registico assicura la tranquillità del pieno godimento estetico (ma ciò, beninteso, può accadere soltanto per chi la regia di Ponnelle già la conosceva).
L’orchestra del Petruzzelli – quella configuratasi dopo le osteggiate (da chi già in orchestra suonava) selezioni svoltesi nel locale conservatorio di musica – in verità deve ancora tararsi sul piano della compattezza e brillantezza sonora. È infatti mancata l’atmosfera smagliante intrinseca alla partitura rossiniana, forse a motivo di una complicità che gli stessi orchestrali ancora non possiedono (fa specie che nel libretto di sala non figurino i loro nomi). Peccato, perché Daniele Rustioni si è prodigato con uno straordinario impegno gestuale (che in più punti tradiva un’emulazione del Muti anni ’80) nel tentativo di restituire al pubblico la verve dell’Italiana. Buoni gli stacchi di tempo (solo a tratti emergeva un’eccessiva contrazione) pulito il suono, anche se a rischio di monocromia (assenti le percussioni turchesche); fuori luogo per un eccesso di figure arpeggiate la realizzazione del basso continuo al fortepiano. Il coro maschile della Fondazione, preparato da Franco Sebastiani, è efficace tanto sul piano vocale che attoriale.
Il cast si è mostrato coeso e capace e di divertirsi (e dunque di far divertire) sul palco. Simon Orfila è un Mustafà perfetto nella misura in cui sa essere terrificante e al tempo stesso grottesco. Cristallina l’Elvira di Lavinia Bini, che ha regalato acuti luminosi e precisione nella dizione. Isabella è incarnata dalla voce di Chiara Amarù, scurissima, drammatica e ampia nella sonorità, a suo agio nelle fiorettature morbide e fantasiosa nei passi d’agilità (che sa variare con gusto). Il Lindoro di Edgardo Rocha è più che buono nel fraseggio e sicuro negli acuti, ottimo per l’omogeneità di registro e per sonorità complessiva. Vincenzo Taormina impersona con intelligenza un Taddeo più gentiluomo che babbeo, caricato solo nella misura in cui il ruolo gli permette. Corretti e preparati Enrico Marabelli (Haly) ed Elena Traversi (Zulma). Prossime repliche il 18 e 20 novembre prossimi. Foto Carlo Cofano

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