“Lucia di Lammermoor” al Pergolesi di Jesi

“Lucia di Lammermoor” al Pergolesi di Jesi

Jesi, Teatro Pergolesi – Stagione Lirica di tradizione 2012
“LUCIA DI LAMMERMOOR”
Dramma tragico in tre atti
Libretto di Salvadore Cammarano
dal romanzo “The bride of Lammermoor” di Walter Scott
Musica di Gaetano Donizetti
Lord Enrico Ashton JULIAN KIM
Lucia SOFIA MCHDELISHVILI
Sir Edgardo di Ravenswood GIANLUCA TERRANOVA
Raimondo Bidebent  GIOVANNI BATTISTA PARODI
Lord Arturo Bucklaw ALESSANDRO SCOTTO DI LUZIO
Alisa CINZIA CHIARINI
Normanno  ROBERTO JACHINI VIRGILI
FORM – Orchestra Filarmonica Marchigiana
Coro Lirico Marchigiano “V. Bellini”
Coro del Circuito Lirico Lombardo
Direttore Matteo Beltrami
Maestro del coro Pasquale Veleno
Regia Henning Brockhaus
Scene e costumi Josef Svoboda
Ricostruzione allestimento scenico Benito Leonori
Costumi Patricia Toffolutti
Coreografie Emma Scialfa
Coproduzione dei Teatri del Circuito Lirico Lombardo: Grande di Brescia, Sociale di Como AS.LI.CO., Ponchielli di Cremona, Fraschini di Pavia; della Fondazione Pergolesi Spontini di Jesi, Teatro dell’Aquila di Fermo, del Teatro Coccia di Novara e Teatro Alighieri di Ravenna
Jesi, 23 novembre 2012

Il terzo momento dell’omaggio a Josef Svoboda, al Teatro Pergolesi di Jesi nella prima di venerdì 23 novembre alle ore 21, ha  ripristinato le scene del grande scenografo boemo per la“Lucia di Lammermoor” di Donizetti. La regia di Henning Brockhaus, la direzione di Matteo Beltrami, i costumi di Patricia Toffolutti erano il corollario di un’operazione che, duole dirlo, non ha avuto lo smalto e la perfetta funzionalità scenica delle precedenti Puritani e Macbeth. Le note risorse tecniche di Svoboda, quali la maglia “psicoplastica”, apparivano più come una ostentata cifra stilistica del grande scomparso che come soluzioni funzionali alla scena; regia e costumi seguivano nel voler attualizzare in chiave otto-novecentesca ( non si capiva bene) la vicenda senza veramente inserirsi nel tessuto tragico della trama: lo sposino Arturo, divenuto gagà o Gastone alla Petrolini e sollevato a mo’di étoile dai figuranti danzatori, il coro atteggiato e vestito come il demi-monde di Traviata o come gruppo godereccio di esponenti della società capitalistica tedesca alla Brecht, la mise del tipo “Camera con vista” di Lucia e amiche mentre giocano a tennis, sono solo alcuni degli elementi che denotavano scarsa continuità con le perfette soluzioni sceniche di Macbeth. Più di una occasione per l’utilizzo della nota maglia “psicoplastica” è stata trascurata dalla regia: il racconto del fantasma nel primo e nel secondo atto, la tempesta, l’aria e il resoconto di  Raimondo, la stessa scena di follia. Tranne il primo quadro con baritono e coro che presentava un’interessante profondità scenica e temporale, le successive scene non sono andate al di là della scontata proiezione sul fondale plastico di vedute marine, margheritone, candele e muri sanguinolenti, eludendo le grandi possibilità  del tessuto, che alla fine dell’opera con il suicidio di Edgardo viene calato completamente e il personaggio muore sopra le sue pieghe mentre il coro di goderecci assiste  alla sua morte. Salvo vederlo usato alla stregua di una velatino che fa intravedere la forzata vestizione da sposa di Lucia prima del duetto con il baritono. E che dire della brutta presenza (le coreografie erano di Emma Scialfa) di due signore della società bene che si dimenavano scompostamente come marionette impazzite alla festa di matrimonio? Un non sense che non contribuiva alla resa teatrale e rendeva grottesco il tutto, anzi è proprio questo il carattere che si è voluto dare alla scena di follia in cui la pazza protagonista contraffa passi di danza con il fratello Enrico e bamboleggia con il cadavere insanguinato di Arturo. Risolvere tutto con un grand-guignol mi è parsa una soluzione veramente banale e semplicistica soprattutto con un dispiegamento così ricco di risorse, ma se la regia intendeva fare della tragedia di Lucia un dramma grottesco, bisogna dire che c’è riuscita benissimo.
Ciò non ha neppure contribuito all’exploit della vedette della serata che doveva essere il tenore Gianluca Terranova, Lord Edgardo nel nuovo allestimento della Fondazione Pergolesi Spontini e protagonista della fiction TV su Rai Uno dedicata ad Enrico Caruso. Dotato di un colore vocale scuro che fa pensare a quello di un tenore drammatico, Terranova presenta un’emissione che a tratti pare ricercare la posizione della note e il più delle volte prende la nota acuta come si suol dire “da sotto”. Questo non svilisce la indubbia bellezza e ampiezza della voce, bensì la tenuta stilistica: nel tenere a battesimo nel ruolo il giovane soprano georgiano Sofia Mchedlishvili, il tenore ha avuto il giusto riconoscimento dal pubblico, ma non ha trionfato come ci si aspettava. Nell’ambito della la sua commovente ed accesa interpretazione di Edgardo, ho apprezzato soprattutto la capacità di ammorbidire il suono e di alleggerire la voce in senso espressivo nei recitativi e nel duetto con la protagonista. Peraltro l’operazione giovani fatta dalla direzione artistica del Teatro Pergolesi che ha azzeccato la scelta del baritono coreano Julian Kim, che ha debuttato in Enrico Ashton ed è stato già acclamato interprete al Teatro Pergolesi di Jesi ne “I Puritani”, “Elisir d’amore” e “Il barbiere di Siviglia”: straordinaria pronuncia italiana e pienezza di appoggio sul fiato sono gli aspetti salienti di questo cantante generoso che non presenta grande estensione nel registro grave, ma è efficace in ogni frase, ed anche nel gesto scenico denota padronanza e misura; applauditissimo sin dalla puntatura acuta della cabaletta “La pietade in suo favore” fino alla fine. Anche la riapertura del taglio del duetto con il tenore gli ha dato ragione di mostrare pertinenza stilistica. Completavano la compagnia di canto Alessandro Scotto di Luzio (Lord Arturo Bucklaw), tenore chiaro e ben timbrato che non ha vacillato nella svettante frase dello sposino “A te ne vengo amico, fratello e difensor.”; Giovanni Battista Parodi (Raimondo Bidebent), dalla vocalità non facile ma ben timbrata,  non ha sempre affrontato con la dovuta morbidezza gli interventi della parte soprattutto nei momenti cadenzanti; quindi i buoni interpreti di comprimariato Cinzia Chiarini (Alisa) e il tenore marchigiano Roberto Jachini Virgili (Normanno), che non è riuscito ad emergere nella prima scena con il coro, ma la grana vocale è interessante e ben promettente. Per venire alla protagonista, il ventitreenne debuttante soprano georgiano Sofia Mchedlishvili, va detto che ha fatto quello che poteva e lo ha fatto al meglio delle sue potenzialità di soprano leggero tendente al lirico di coloratura: correttissima e precisa in ogni momento e in ogni passaggio, risultava perfettamente adeguata alla linea registica di Brockhaus che ha voluto Lucia bambina nella prima parte e bambola impazzita nella seconda (ricalcando forse la Olympia dei Contes di Offenbach? ma sono ruoli  molto diversi tra loro!), ed anche una Lucia priva di quello spessore che è appannaggio dei soprani drammatici.  Chiarezza e precisione hanno accompagnato la bacchetta di Matteo Beltrami, che ha seguito tempi tradizionali nel miglior senso del termine e ben riconoscibili senza cedere nulla alla ricerca di libertà condizionata da impulsi teatrali o da effetti di sorpresa, ben coadiuvato in ciò dal bel suono della FORM, Orchestra Filarmonica Marchigiana e dal buon impasto vocale del Coro Lirico Marchigiano “V. Bellini” diretto da Pasquale Veleno. Nella scena della pazzia l’impiego dell’arpa nella famosa cadenza  invece del tradizionale flauto è stata apprezzato dal pubblico jesino che aveva già ascoltato la rara versione con la glassarmonica nella precedente messa in scena di Lucia a Jesi nel 2007. Foto Binci © Teatro Pergolesi di Jesi

 

 

Share This

1 comment

  1. Giovanni

    Ho ascoltato il sprano georgiano di 23 anni a chi è venuto in mente di dare un ruolo così ad un soprano leggero senza alcuna esperienza??Lucia non è un soprano leggero lo vogliamo capire a parte la cadenza,che Donizetti non ha scritto,ci vuole un soprano lirico con facilità nei sovracuti…anche scenicamente troppo immatura per affrontare un ruolo di tale portata…Bravo il baritono coreano ma Terranova mi ha deluso…prestate più attenzione nello scegliere i cast!!!
    Molto male la direzione del M° Beltrami troppo piatta e senza colori e forti troppo eccessivi!!!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *