Roma, Teatro dell’Opera: “La Gioconda”

Roma, Teatro dell’Opera, Stagione Lirica 2011/2012
“LA GIOCONDA”
Melodramma in quattro atti  su libretto di Arrigo Boito (firmato sotto lo pseudonimo e anagramma di Tobia Gorrio), tratto da “Angelo, tyran de Padoue” di Victor Hugo.
Musica di Amilcare Ponchielli
La Gioconda ELISABETE MATOS
Laura Adorno EKATERINA SEMENCHUK
Alvise Badoero ROBERTO SCANDIUZZI
La Cieca ELISABETTA FIORILLO
Enzo Grimaldo AQUILES MACHADO
Barnaba CLAUDIO SGURA
Zuane ENRICO IORI
Un cantore FABIO TINALLI
Isèpo GREGORY BONFATTI
Un pilota ANTONIO TASCHINI
Barnabotto MARCO CAMASTRA
Danze LETIZIA GIULIANI, ANGEL CORELLA
Orchestra Coro e Corpo di ballo del Teatro dell’Opera
Coro di Voci Bianche del Teatro dell’Opera di Roma
Direttore Roberto Abbado
Maestro del Coro Roberto Gabbiani
Maestro del Coro di Voci Bianche José Maria Sciutto
Regia, scene e costumi Pier Luigi Pizzi
Coreografia Gheorghe Iancu
Allestimento del Teatro dell’Opera in collaborazione con il Teatro Real di Madrid, il Teatro Liceu di Barcellona e la Fondazione Arena di Verona
Roma, 25 ottobre 2012

Spettacolo operistico di chiusura della attuale stagione del Teatro dell’Opera di Roma è stato questa Gioconda per la regia le scene ed i costumi di Pier Luigi Pizzi. L’opera viene ambientata in una Venezia nera e brumosa di fondo su cui si stagliano in contrasto i vivaci colori del coro, dei ballerini e dei costumi dei vari personaggi con un effetto di rara eleganza sul piano estetico, tra calli, canali, ponti e grandi scalinate. Il ritmo della narrazione e dei movimenti di scena è curatissimo, quasi sempre perfetto e in armonia con la musica tranne forse in alcuni momenti come l’arrivo di Gioconda all’inizio del duetto con Laura. Tuttavia questa ambientazione sulle scalinate con il continuo salire e scendere dei protagonisti, oltre a costringere ad alcuni piccoli e per la verità ininfluenti adattamenti del testo, Alvise stando per le scale nel duetto dice a Laura “scendete” e non “sedete” poichè non c’è nulla su cui sedersi, in alcuni momenti fanno arrivare la voce dei cantanti, di tutti indistintamente, in modo meno favorevole al pubblico, disturbando a nostro giudizio un po’ l’ascolto musicale. Magnifici i costumi, le luci e i movimenti delle masse e l’impatto visivo dell’insieme.
Quello che invece alla fine dello spettacolo dopo quattro atti ed un balletto lascia un po’ perplessi, ma forse questo è un fatto di gusto personale, è una sorta di monotonia che alla fine emerge da questa impostazione. Gioconda oltre a essere in sostanza l’unico Grand Opéra italiano rappresenta un po’ una sorta di summa di tutti i luoghi, gli stereotipi, e gli effetti, o secondo alcuni gli “effettacci”, del teatro d’opera ottocentesco e questo ne sostanzia e ne giustifica, secondo le regole del Grand Opéra, l’impianto ipertrofico e monumentale, la descrittività e la varietà dell’ambientazione dei vari atti e, in sintesi, la lunghezza. Non che lo spettacolo risulti noioso o pesante, ma tutto questo nell’arco complessivo della serata un po’ si perde, come se si ammirasse una splendida cartolina che però dura per 4 atti.
Molto bella la direzione di Roberto Abbado, attenta ad evidenziare la sapiente scrittura di Ponchielli e soprattutto sempre in grado di trovare le giuste proporzioni con il suono dei solisti e del coro, quest’ultimo davvero splendido per qualità del timbro, musicalità e colori espressivi trovati. Buona la prova del  corpo di ballo e magnifici e applauditissimi i due solisti della danza delle ore (Letizia Giuliani e Angel Corella), vivacizzata da una piacevole coreografia.
E veniamo finalmente ai protagonisti di questa che, piaccia o meno, è un caposaldo del repertorio operistico ottocentesco italiano, la conoscenza della quale crediamo possa dirsi imprescindibile per la comprensione di un’epoca e di tanti futuri sviluppi, anche al di fuori dell’ambito musicale.Gioconda era impersonata dal soprano Elisabete Matos. Voce sufficientemente ampia per la parte, musicalmente sicura sia pure con alcune asprezze e fissità nel registro superiore ha disegnato il proprio personaggio con prudenza e sostanziale correttezza nei primi atti, risultando coinvolgente nell’ultimo. Splendida la Laura di Ekaterina Semenchuk per omogeneità della voce, musicalità, intenzioni interpretative e nobiltà del portamento in scena. Enzo Grimaldo è stato il tenore Aquiles Machado. Ha cantato la sua parte con molta partecipazione e gusto musicale e con voce dalla non comune bellezza e, nonostante una figura non particolarmente accattivante, ha trovato sempre i giusti accenti ora commoventi, ora eroici o amorosi quando richiesti, realizzando un Enzo pienamente convincente sul piano teatrale. Barnaba è stato il baritono Claudio Sgura. Con voce ampia, dal timbro bello ed omogeneo in tutta l’estensione ha saputo rendere ottimamente la malvagità e la volgarità del proprio personaggio, sottolineandone anche la rozza pochezza ma evitando facili eccessi o cadute di gusto e superando indenne le difficoltà musicali della parte nonostante i continui movimenti imposti dalla regia. Splendida La Cieca di Elisabetta Fiorillo sia sotto il profilo scenico che vocale. Ed infine l’Alvise Badoero di Roberto Scandiuzzi. Bellissimo scenicamente, con un portamento regale e aiutato da uno splendido costume, ha costruito un Alvise di grande efficacia e di grande impatto all’ascolto. La sua magnifica voce di basso, omogenea e a completo suo agio in tutta l’estensione, ha saputo trovare sempre il giusto accento per rendere le varie situazioni drammatiche  con una capacità ormai purtroppo non comune di rendere la parola scenica e di fondere il testo con la musica da autentico belcantista. Complessivamente molto buoni gli altri interpeti: Enrico Iori (Zuane), Fabio Tinalli (Un cantore), Gregory Bonfatti (Isèpo), Antonio Taschini (Un pilota), Marco Camastra (Barnabotto). Alla fine grandi applausi per tutti.

 

 

3 Comments

  1. Valerio Bruzzone

    Mah, c’ero anch’io il 25, e sembra che abbiamo visto e sentito alcuni cantanti diversi.
    Concordo appeno sulla Semenchuk (prossima Dalila) e sulla Fiorillo. Abbastanza d’accordo sulla Matos, che avrei fischiato al primo atto, ma che si è redenta in corso d’opera (il suo “Ah, come v’amo” si è incagliato nelle buone intenzioni mal riuscite). Sgura: da ringraziare per averci evitato i “facili eccessi”, ma almeno avesse provato a fraseggiare ogni tanto! Scandiuzzi: ma solo io e i miei vicini di poltrona ci siamo accorti che il timbro si sfarina nelle note gravi? e un basso che non ha dei buoni gravi, che basso è?
    Machado: del fisico non me ne importa nulla, la voce sarà pure di non comune bellezza, ma a rari tratti, a spizzichi e bocconi. Ho sentito troppi acuti berciati e scivoloni della voce in suoni sgradevoli, soprattutto nel primo atto. Troppi belati da pecora, insomma. Mi ha dato l’imprssione di tenersi le poche forze per la romanza (eseguita più che dignitosamente) e per il resto, tirare ad arrivare alla fine. Questo passa il convento, per carità, ma non diamo del bravo a chi non lo è!
    Nell’insieme, comunque, ho trovato gradevole lo spettacolo.

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