Venezia, Teatro La Fenice: “I Masnadieri”

Venezia, Teatro La Fenice: “I Masnadieri”

Venezia, Teatro La Fenice, Stagione Lirica 2012/2013
“I MASNADIERI”
Melodramma tragico in quattro parti, libretto di Andrea Maffei, dalla tragedia Die Räuber di Friedrich Schiller
Musica di Giuseppe Verdi
Massimiliano, conte di Moor  GIACOMO PRESTIA
Carlo di Moor  ANDEKA GORROTXATEGUI
Francesco di Moor  ARTUR RUCINSKI
Amalia MARIA AGRESTA
Arminio CRISTIANO OLIVIERI
Moser CRISTIAN SAITTA
Rolla  DIONIGI D’OSTUNI
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Direttore Daniele Rustioni
Maestro del Coro Claudio Marino Moretti
Regia Gabriele Lavia
Scene Alessandro Camera
Costumi Andrea Viotti
Nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice  in coproduzione con Fondazione Teatro di San Carlo di Napoli
Venezia, 18 gennaio 2013

I masnadieri sono, dunque, tornati in laguna dopo tempo immemorabile: l’unica rappresentazione veneziana precedente risale, infatti, alla Stagione della Fenice di Carnevale-Quaresima1849/50. “Una delle sei opere brutte di Verdi, e nella classifica a ritroso occupa un posto di prima fila”, sentenzia implacabilmente Massimo Mila nella recensione alla ripresa scaligera del 1978, apparsa su “La Stampa” il 26 gennaio dello stesso anno. Un’opera che rivela – per temperare un giudizio così tranchant – tutto il travaglio degli “anni di galera”, quel periodo di convulsa attività, in cui il compositore di Busseto cercava di trovare una propria strada, ottenendo in alcune opere esiti alterni, cosicché a pagine di pedissequa adesione ai canoni della tradizione, si oppongono inaspettati squarci di bellezza, soprattutto nei passaggi strumentali e nei recitativi, che già fanno chiaramente intravedere il genio che verrà.
Pure gemme, seppur incastonate in un gioiello realizzato in lega non proprio nobilissima, brillano anche nella partitura dei Masnadieri. Pregevolissimo è il preludio, che condensa i due caratteri contrastanti dell’opera: da una parte la violenza truce cui si abbandonano con voluttà i giovani banditi, rappresentata dalle strappate iniziali e finali dell’orchestra, su cui si stagliano sinistre le volatine dell’ottavino; dall’altra l’intimo dramma dei protagonisti “positivi”, cui dà voce la struggente romanza intonata dal violoncello concertante. Ma anche il breve preludio, affidato ai soli legni, e il recitativo di Amalia (“Venerabile, o padre, è il tuo sembiante”), all’inizio della scena sesta della prima parte,  si impone per l’intensa espressività del canto e le originali scelte armoniche e timbriche. Ragguardevole, da questo punto di vista, anche la scena prima della parte successiva, dove la protagonista piange dinanzi al sepolcro di Massimiliano con l’accompagnamento cameristico di arpa, violoncello e contrabbasso, nonché, sempre in questa parte, la scena terza con il duetto tra Francesco e Amalia. E si potrebbe continuare …
Resta il fatto che il libretto confezionatogli da Andrea Maffei, allievo di Vincenzo Monti, pur encomiabile tentativo di traduzione in italiano delle diverse sfumature del testo schilleriano, ricco di asprezze lessicali, non mostrava quell’unità e coerenza drammatica, che Verdi riteneva indispensabili per la sua ispirazione. Non è un caso se la composizione dell’opera fu interrotta dal Maestro prima ancora di completare il secondo atto, per dedicarsi totalmente al Macbeth, affascinato dal genio di Shakespeare, che sentiva così affine alla sua concezione drammatica (unica eccezione rispetto all’abituale comportamento del compositore, che portò sempre a termine con costanza l’opera che andava componendo). E dire che il soggetto di Schiller, incentrato sul tema dell’aperta ribellione di un uomo messo al bando da una società filistea insieme ad una schiera di diseredati, andava a pennello al grande bussetano, sempre così sensibile a questa tematica, almeno nelle sue opere (si sa che nella vita era un uomo d’ordine). E certamente non si risparmiò pur di onorare l’impegno assunto con lo Her Majesty’s Theatre di Londra (tra l’altro era il suo primo lavoro commissionato fuori d’Italia), ma qualcosa raffreddò il suo iniziale entusiasmo. Di conseguenza, l’opera non è del tutto riuscita, ma non per questo era meritevole di un così lungo oblio, sparendo dalle scene, in Italia e nel mondo, per molti decenni.
Ben venga dunque questo nuovo allestimento, nato dalla collaborazione del Teatro La Fenice con il Teatro San Carlo di Napoli, atteso con interesse anche per la regia di Gabriele Lavia, coadiuvato da Alessandro Camera e Andrea Viotti, responsabili rispettivamente delle scene e dei costumi.
Come si sa, rappresentare il Verdi giovane, che gli antiwagneriani più viscerali additano, forse per partito preso, ad esempio di freschezza e spontaneità creativa in contrapposizione al cerebrale teatro musicale del nume di Beyreuth, richiede, una grande discrezione sia da parte del direttore, per non cadere, laddove la partitura è alquanto sbrigativa nell’orchestrazione e negli accompagnamenti, nei più grossolani effetti bandistici, sia da parte dei responsabili degli aspetti visivi, per cercare di rendere credibili o comunque fruibili, pur nel rispetto del testo, storie spesso abbastanza complicate per non dire strampalate. Ebbene lo spettacolo cui abbiamo assistito era certamente equilibrato dal punto di vista dell’interpretazione musicale, un po’ meno nel resto.  Daniele Rustioni, giovane e promettente direttore, ha saputo dominare – sorretto da un’orchestra generalmente precisa dopo qualche incertezza iniziale – la tellurica partitura verdiana con chiarezza e autorevolezza, instaurando una perfetta sintonia tra buca e palcoscenico, e marcando, senza mai perdere la compostezza stilistica, i contrasti di cui è ricca l’opera, e ai quali abbiamo poc’anzi fatto cenno.
Ma a questa interpretazione, che si sforzava di aderire alle intenzioni di Verdi, non ha corrisposto un allestimento scenico altrettanto ben concepito. La monotonia della scena fissa – lo squallido scorcio di un quartiere malfamato di qualche metropoli degli States, con le pareti dai mattoni a vista ricoperte da graffiti decisamente Dark e la scritta in caratteri gotici “Libertà o morte” che campeggia su quella di fondo  – può anche rendere visivamente il degrado sociale, la protesta, la rabbia feroce dei masnadieri, che gridano in faccia al mondo: “Le rube, gli stupri, gl’incendj, le morti/per noi son balocchi, son meri diporti”. Tuttavia poco si addice ad altri momenti dell’opera, nei quali emergono gli affetti, le paure, i desideri più riposti dei personaggi. Quest’unità di luogo finisce per appiattire un po’ tutto, eppure le didascalie del libretto parlano chiaro. Invece, nessuna traccia, ad esempio, del  “Recinto attiguo alla chiesa del castello” con, in disparte, alcuni sepolcri gotici, tra cui quello di Massimiliano Moor, davanti a cui dovrebbero risuonare le lamentazioni di Amalia (parte II) e neppure della “Fuga di parecchie stanze”, prevista per la scena in cui Francesco rivela il suo inquietante sogno (parte IV). Unica variante significativa l’accendersi di una selva di fari di diverso colore in alcuni momenti significativi del dramma, con effetti suggestivi, ma anche con quello, sgradevole, di abbagliare gli spettatori, essendo puntati verso di loro. Anche i costumi, novecenteschi,  dei banditi si adeguano generalmente a questa ambientazione scenica: soprabiti in pelle e stivali, cappelli a bombetta e a cilindro, pistole e mitra. Riferibile, invece, ad un lontano passato (chissà perché?) l’abbigliamento di Amalia …
Ma nonostante queste incongruenze, lo spettacolo “ha tenuto”, anche per l’ottimo livello del cast e del coro. Davvero splendida la prestazione del tenore basco Andeka Gorrotxategui, quale Carlo di Moor, che fin dal recitativo, aria e cabaletta iniziali ha sfoggiato un fraseggio molto incisivo e una bella voce gradevolmente brunita e omogenea, ferma e nel contempo vigorosa, con grande facilità negli acuti, padroneggiando il suo ruolo fino al tragico finale (“Caduto è il reprobo!”). Gli ha corrisposto una Maria Agresta (Amalia) assolutamente all’altezza, che nella scena e cavatina  (“Venerabile padre”-”Lo sguardo avea degli angeli”, parte I) ha dimostrato un ottimo controllo della voce dal timbro puro, ferma e brillante, in grado di affrontare senza forzature o incertezze la zona  acuta come i passaggi virtuosistici. I due protagonisti insieme, poi, hanno brillato per nitore del fraseggio e intensità espressiva nel duetto della parte II, e in quello con cui si apre la parte successiva.
Impressionante nella sua tenebrosa cattiveria il Francesco di Moor di Artur Ruciński, che il regista – forzando ancora una volta la mano a Verdi – ha voluto connotare come espressionisticamente malato, gobbo, sciancato, una sorta di Rigoletto ante litteram di cui si esasperano gli aspetti negativi e anche quelli caricaturali. Ciononostante il baritono polacco ha saputo delineare un personaggio credibile e verdianamente complesso, non il cattivo a tutto tondo, grazie ad una voce timbrata e ferma, che ha saputo modulare con intelligenza, segnalandosi nelle parti in cui prevale quel declamato drammatico, che è uno dei punti di forza di quest’opera: ad esempio nel recitativo e aria della parte I (“Vecchio! Spiccai da te quell’aborrito”-“La sua lampada vitale”) come nella successiva briosa cabaletta “Tremate, o miseri”; ma anche nel contrastato duetto con Amalia (parte II). Accorato dal rimorso ed umanissimo il Massimiliano delineato da  Giacomo Prestia, che nel duettino con la nipote Amalia (parte I) ha reso un’interpretazione molto convincente, sorretta da una voce nobilmente scura. Tutti all’altezza anche i restanti componenti del cast: Cristiano Olivieri (Arminio), che si è fatto perdonare una voce un po’ traballante ed acerba; Cristian Saitta (Moser),  a suo agio nel ruolo del pastore nel duetto con Francesco (parte IV), che preannuncia la ieraticità di quello tra Filippo II e il Grande Inquisitore nel Don Carlos) e Dionigi D’Ostuni (Rolla), che ha interpretato con professionalità il suo ruolo. Ma non si può concludere questa cronaca senza una menzione dell’ottima prestazione del coro, che costituisce un personaggio importante dell’opera: da “Godiam ché fugaci” (parte II) al già ricordato “Le rube, gli stupri, gl’incendj, le morti” (parte III), nel quale, in particolare, è emerso bene il carattere grottesco suggerito da Verdi attraverso un accompagnamento volutamente beffardo che contempla, tra l’altro, un leggiadro valzerino. Calorosissimo successo di pubblico.  Foto Michele Crosera

 

 

 

 

 

 

 

 


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