Firenze, Teatro del Maggio Musicale Fiorentino: “Don Carlo”

Firenze, Teatro del Maggio Musicale Fiorentino: “Don Carlo”

Firenze, Teatro del Maggio Musicale Fiorentino,  Festival del Maggio Musicale Fiorentino ( 80 anni della Fondazione dei Complessi del Maggio 1933-2013)
DON CARLO
Opera in cinque atti di François-Joseph Méry e Camille du Locle da Friedrich Schiller . Traduzione italiana di Achille de Lauzières e Angelo Zanardini
Musica di Giuseppe Verdi
Filippo II DMITRY BELOSELSKIY
Don Carlo MASSIMO GIORDANO
Rodrigo GABRIELE VIVIANI
Il Grande Inquisitore PAATA BURCHULADZE
Un frate ALEXANDER TSYMBALYUK
Elisabetta KRISTIN LEWIS
Eboli EKATERINA GUBANOVA
Tebaldo LAURA GIORDANO
Il Conte di Lerma/Un Araldo Reale SAVERIO FIORE
Voce dal cielo EKATERINA SADOVNIKOVA
Deputati fiamminghi ANDREA VINCENZO BONSIGNORE, GIANLUCA MARGHERI, ITALO PROFERISCE, ALESSANDRO CALAMAI, DAVIDE RUBERTI, MARCO BUSSI
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Zubin Mehta
Maestro del Coro Lorenzo Fratini 
In forma di concerto
Firenze, 12 maggio 2013   

Faceva un po’ tristezza il teatro comunale di Firenze mezzo vuoto durante l’ultima recita di questo Don Carlo. A giudicare dalla scarsa affluenza sembrerebbe che i fiorentini siano stati insensibili alla richiesta di aiuto che Zubin Mehta ha lanciato qualche sera fa dal podio quando, al termine di un concerto, ha detto: “Aiutateci, perché stiamo morendo”. O forse una parte di pubblico è andata perduta a causa della scelta di rappresentare l’opera in forma di concerto. Una scelta obbligata, in quanto il progetto di allestimento con la regia di Luca Ronconi è stato giudicato dal commissario straordinario del Maggio troppo costoso per le esigue casse del teatro. Si è pertanto deciso di rinunciare a scene e drammaturgia e privilegiare solo la musica e il canto, con buona pace di Ronconi e dei suoi fan. Di certo il sommo regista avrebbe sorpreso con una delle sue interpretazioni coltissime e mai banali che caratterizza il suo teatro, eppure questo Don Carlo “puro”, di sola musica e voci, ha riscosso grande successo fra gli spettatori che hanno mostrato di gradire lo spettacolo con calorosi applausi. Sembrerà stravagante affermarlo, ma parte del fascino dello spettacolo è derivato dalla presenza dei sopratitoli che, oltre a riprodurre le battute dei cantanti, riportava le indicazioni di scena, descrivendo quello che non avveniva sul palco ma che avrebbe dovuto accadere: questo dava allo spettatore la libertà di figurarsi lo spettacolo con la propria immaginazione, come quando si legge un romanzo o il testo di una commedia. Sul palco, in effetti c’erano soltanto il direttore, l’orchestra, il coro e i cantanti solisti (questi ultimi purtroppo davanti a un “ingombrante” leggio), e il dramma si è materializzato lo stesso, grazie all’intensità della musica e dell’interpretazione della partitura musicale.
La lettura di Zubin Mehta del capolavoro verdiano, infatti, è stata di grande profondità e piena di cambi di colori e di dinamiche, permettendo alla drammaturgia “interna” alla musica di esprimersi lo stesso, nonostante la mancanza dell’azione scenica. Il Maestro ha potuto contare sull’Orchestra del Maggio Musicale che è stata perfettamente aderente al suo gesto offrendogli una qualità di suono e di articolazione assolutamente stupefacente. Il coro, diretto da Lorenzo Fratini, ha dato ancora una volta la prova di essere uno dei migliori in Italia e che il concetto estetico di “belcanto” non è necessariamente appannaggio dei solisti. Una delle cose più belle della loro ottima esecuzione sono stati gli “interni” (che in forma completa sarebbero stati eseguiti fuori scena) resi con magnifici “piani” e “pianissimi” in un timbro caldo, rotondo e allo stesso tempo sostenuto da una dizione del testo perfettamente intellegibile.
Qualche riserva si può esprimere nei confronti di alcuni cantanti solisti. La più grave riguarda la parte del ruolo titolo che, pur dovendo riconoscere che si tratti decisamente una delle più difficili scritte da Verdi, di sicuro si è dimostrata chiaramente al di sopra delle possibilità tecniche e musicali di Massimo Giordano. Probabilmente perché dotato di una voce più adatta ad altro tipo di repertorio, sicuramente perché l’impostazione tecnica è molto poco ortodossa. La figura del tormentato e infelice principe è completamente sfuggita alla sua esecuzione, impostata solo su suoni spinti, precari e su fraseggio sempre inutilmente pesante. L’intonazione e la qualità del timbro, quindi, hanno molto sofferto e la risposta del pubblico è stata piuttosto fredda già a iniziare dall’aria del primo atto. Giordano, per queste difficoltà di emissione, non ha saputo gestire le dinamiche delicatissime di alcuni passaggi voluti da Mehta: per esempio la possibilità di eseguire la ripresa tutta sul pianissimo del duetto con Posa nel secondo atto, per cui orchestra e baritono “filavano” il suono e il tenore rovinava il lavoro con improvvisi crescendo e accenti fuori luogo, o la possibilità di assecondare l’incredibile varietà di accenti e fraseggi nei tre grandi duetti con Elisabetta, per non parlare della resa dello scontro frontale col padre-re nella scena d’insieme, dove tutte le difficoltà si sommavano senza trovare soluzione.
Il soprano Kristin Lewis ha voce e tecnica molto più a posto e adatte all’interpretazione del personaggio di Elisabetta: bellissimi i suoni morbidi e sicuri del settore acuto e ben a fuoco la zona centrale, la giovane artista dovrebbe lavorare ancora un po’ per migliorare la dizione della lingua italiana. Il suo approccio a questo complesso personaggio è risultato un po’ “freddo”: complice forse la totale immobilità fisica davanti al leggio e un conseguente distacco totale dalla comunicazione con il pubblico. Quindi, il contrasto di affetti che tormentano la regina divisa tra ragion di stato e passione d’amore è rimasto più in potenza che in atto nella sua interpretazione. La prima grande aria, introdotta da un bellissimo assolo del corno inglese dell’Orchestra del Maggio, il triste commiato dalla Contessa d’Aremberg, è stata molto convincente per la bravura della Lewis a filare i suoni acuti, mentre la grande aria del quinto atto, nella quale il personaggio dovrebbe uscire in tutta la sua complessità, è risultata meno efficace. Il Filippo II di Dmitry Beloselskiy è stato a dir poco strepitoso e giustamente omaggiato dagli applausi più sentiti di tutti, compresi gli artisti del coro. La voce e la tecnica sono di grandissimo livello e l’intelligenza musicale e scenica di questo artista si sono espresse al meglio, rendendo tutte le sfaccettature di questo grande personaggio. L’autorità e la forza insieme al dubbio e alla delusione, le bellissime e struggenti “mezze voci”  dell’aria del quarto atto (in un magico duetto col bravissimo primo violoncello dell’orchestra), il fraseggio morbido e solenne delle scene d’insieme vicino ai grandi accenti drammatici dei momenti di contrasto con il principe ereditario o il Grande Inquisitore. Tutto questo è stato perfettamente reso da Beloselskiy che mi auguro di sentire di nuovo questo ruolo o in altre interpretazioni. Anche Ekaterina Gubanova ha dimostrato competenza tecnico-vocale e presenza drammatica all’altezza del personaggio della Principessa Eboli. Già dalla magistrale resa della difficile “canzone del velo” nel secondo atto, eseguita con perfetto controllo anche del settore acuto, si presagiva il grande crescendo di intensità che sarebbe passato da una scena del giardino in cui la Gubanova risultava assoluta protagonista (data anche la pallida presenza delle due voci maschili) e arrivava ad una sicura e convincente esecuzione della grande aria “O don fatale”, salutata con entusiasmo dal pubblico. Nella parte del Marchese di Posa il giovane baritono Gabriele Viviani si è difeso molto bene all’interno di una lettura del personaggio dove la qualità del fraseggio e del legato sono stati i punti più riusciti. La vocalità di Viviani è più chiara di quella consueta del baritono verdiano, ma, secondo me, in un’opera come Don Carlo può essere giustificata: in fondo è il personaggio totalmente “inventato” dai librettisti rispetto alla tragedia schilleriana, ed è il portatore di quei valori morali “del passato” che vanno a contrastare con gli scontri titanici e le trame machiavelliche degli altri personaggi. Quindi un fraseggio più leggero e classico ci stanno bene, un po’ Don Chisciotte che crede nei valori di una cavalleria del passato e che Verdi rende con un recupero della scrittura delle sue opere giovanili, di stampo quasi “donizettiano”. Diametralmente opposta sta la vocalità e l’incredibile invenzione musicale del ruolo del Grande Inquisitore, introdotto da quella efficacissima frase del controfagotto (anche qui in una esecuzione “impressionante” del solista dell’orchestra): il basso Paata Burchuladze ha la voce giusta per estensione e potenza, accanto ad una totale capacità di rendere tutti accenti e colori necessari. Ho solo una riserva sulla dizione italiana del bravo artista: proprio in questa sua ottima articolazione del testo si sentiva molto forte, purtroppo, l’accento russo, per cui la maggior parte delle vocali (che in italiano sono pure e semplici) diventavano dei dittonghi. Molto bravo il basso Alexander Tsymbalyuk che, nella breve ma difficile parte del Frate, ha dimostrato assoluta sicurezza vocale e musicale; così come la grazia della vocalità di Laura Giordano ha portato nel personaggio “en travesti” del paggio Tebaldo tutta la freschezza e la giovialità necessarie. Da segnalare anche la buona esecuzione da parte di Saverio Fiore degli interventi sia del Conte di Lerna (Fiore ha eseguito bene la difficile frase “a cappella”, di non facile intonazione, nel primo atto) che dell’Araldo. Ekaterina Sadovnikova (La voce dal cielo) ha cantato con un bel timbro e ottima intonazione. Per finire segnalo anche le calde voci e il dolcissimo fraseggio dei sei Deputati fiamminghi: Gianluca Margheri, Alessandro Calamai, Andrea Vincenzo Bonsignore, Italo Proferisce, Davide Ruberti e Marco Bussi.

 

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