Forsythe e Bigonzetti per Aterballetto

Parma, Teatro Regio, ParmaDanza 2013
Aterballetto/Fondazione Nazionale della Danza
Direttore artistico Cristina Bozzolini
“workwithinwork”
Coreografia William Forsythe
Musica Luciano Berio
Scenografia e luci William Forsythe
Costumi Stephen Galloway
Messa in scena Francesca Caroti e Allison Brown
“Le Sacre”
Le sacre du Printemps Editore Boosey & Hawkes, London
Rappresentante per l’Italia Universal Music Publishing Ricordi srl, Milano
Coreografia Mauro Bigonzetti
Musica Igor’ Stravinskij
Scena e luci Carlo Cerri
Costumi Kristopher Millar & Lois Swandale
Una coproduzione Fondazione Nazionale della Danza / Aterballetto, Festspielhaus und Festspiele e Baden Baden gGmbH e Fondazione Teatro Comunale Luciano Pavarotti di Modena trasmessa da ZDF/3SAT
Parma, 24 maggio 2013
Magnifica serata quella che ha chiuso la rassegna ParmaDanza 2013 nel segno di Aterballetto. Il dittico della serata parmense ha fotografato perfettamente l’attuale fase di svolta della Compagnia. Compagnia che, da un lato, è ancora legata alla figura di Mauro Bigonzetti (di cui è stato rappresentato Le Sacre), mentre dall’altro mostra il suo nuovo aspetto, orientato ad un repertorio più internazionale o, semplicemente più variegato, grazie all’attuale direttore artistico Cristina Bozzolini, con workwithinwork di William Forsythe.
Quello di Mauro Bigonzetti è il nome che dalla metà degli anni ‘90 del ‘900 ha caratterizzato la grande Compagnia di Reggio Emilia, infondendole la sua personalissima cifra stilistica: succeduto al ballerino scaligero Amedeo Amodio – fondatore e direttore del gruppo fino al 1996, che si premurò di affiancare a produzioni proprie un repertorio sostanzialmente neoclassico (in cui figura, fra gli altri, anche il nome di Forsythe) -, è stato direttore di Aterballetto fino al 2007 e coreografo principale fino al 2012. I lavori di Bigonzetti figureranno nel repertorio di Aterballetto ancora tre anni. Cristina Bozzolini – ex prima ballerina del Maggio Musicale Fiorentino e già fondatrice di importantissime realtà come il Balletto di Toscana e lo Junior Balletto di Toscana -, a capo di Aterballetto dal 2008, punta ora su William Forsythe per ampliare il repertorio  e inquadrarlo in un panorama di più ampio respiro. Ma non solo: la reintroduzione di Forsythe è, come abbiamo già ricordato, anche una sorta di omaggio al passato della Compagnia. La direzione della Bozzolini punta sì su nomi prestigiosi (a breve, è previsto anche il debutto di Rain Dogs di Johan Inger, lavoro creato per il Basel Ballet e mai visto sulle scene italiane) ma al contempo dichiara di voler cercare nuovi nomi e realtà all’interno della fucina coreografica italiana: presa di posizione intuibile, considerata la cospicua diffusione del “made in Italy” operata negli anni del Balletto di Toscana. L’inconfondibile firma di William Forsythe è tornata a Reggio Emilia a gennaio 2013 con workwithinwork, presentato presso la Fonderia (la sede della Compagnia dal 2004 che prende, per l’appunto, il nome da una fonderia degli anni ’30): ora è l’impegnativo biglietto da visita del “nuovo” Aterballetto. Il balletto, nato per il Ballet Frankfurt nel 1998 sui Duetti per due violini, vol. 1 (1979-83) di Luciano Berio, è la tipica destrutturazione in chiave neoclassica à la Forsythe. Creata per diciotto danzatori, la partitura coreografica trova come cellula elementare il duetto per poi essere amplificato a tre e più ballerini. Il fondale nero munito di aperture e le quinte sono quanto di più congeniale per poter focalizzare lo stile forsytiano: le entrate e le uscite che avvengono quasi per caso, semplicemente camminando; il gesto di chi sta in scena che viene così impresso negli occhi dello spettatore; lo sguardo (davvero pregnante in questa pièce) che intercorre tra i danzatori; la danza che inizia in determinato punto del palcoscenico e che probabilmente verrà ripresa in un altro; più numeri in scena che iniziano in tempi diversi per poi divenire un unico numero; il colore del costume che costringe chi guarda a cercare parallelismi e sincronie che forse nemmeno avverranno. Un balletto “dell’eventualità”, potremmo dire: che sorprende nella forma che si moltiplica o che inizia a fasi alterne così come resta impossibile prevedere in quale forma verranno declinati un’arabesque o un port de bras.
La seconda parte della serata ha avuto come omaggio al centenario de Le Sacre du printemps di Nijinsky/Stravinskij, rappresentato per la prima volta il 29 maggio 1913 al Théâtre des Champs-Elysées di Parigi, Le Sacre di Mauro Bigonzetti creato nel 2011. Quello che da subito emerge dalla coreografia di Bigonzetti è che un sacrificio c’è (come per Nijinsky). O meglio, c’è l’urgenza di un sacrificio: quest’urgenza è dettata dai battiti di mani e piedi (gesti ancestrali a evocare la terra e le sue divinità), dai corpi sdraiati in pose frenetiche e convulse, dalle donne che vengono sollevate con forza, dai costumi e dalle luci che rimandano ad un contesto barbarico o primitivo. L’Eletta non sembrebbe essere una sola ma è intorno a lei che il gruppo si raduna prima strisciando a terra e con gesti spigolosi per poi muoversi in cerchio. Al compiersi del sacrificio, un’altra danzatrice si erge in mezzo al gruppo: forse una nuova Eletta, garante di un sacrificio futuro.
La prova della Compagnia è stata ottima, così stilisticamente aderente agli off-balance di Forsythe come nella primordialità pensata da Bigonzetti. Il futuro di Aterballetto è davvero tutto in salita. Foto Roberto Ricci – Teatro Regio di Parma.

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