“L’elisir d’amore” a Torino (cast alternativo)

“L’elisir d’amore” a Torino (cast alternativo)

Torino, Teatro Regio – Stagione d’opera 2012-2013
“L’ELISIR D’AMORE”
Melodramma giocoso in due atti su libretto di Felice Romani, da Le philtre di Eugène Scribe
Musica di Gaetano Donizetti
Adina JESSICA NUCCIO
Nemorino IVAN MAGRÌ
Belcore VITO PRIANTE
Dulcamara SIMONE ALBERGHINI
Giannetta ANNIE ROSEN
Assistente di Dulcamara (mimo) MARIO BRANCACCIO
Orchestra e Coro del Teatro Regio
Direttore Giampaolo Bisanti
Maestro del coro Claudio Fenoglio
Maestro al fortepiano Luca Brancaleon
Regia Fabio Sparvoli
Scene Saverio Santoliquido
Costumi Alessandra Torella
Luci Andrea Anfossi
Assistente alla regia Anna Maria Bruzzese
Nuovo allestimento del Teatro Regio di Torino
Torino, 27 giugno 2013

L’elisir d’amore scelto dal Regio di Torino per concludere la stagione è un gradevole spettacolo tradizionale, nella molteplicità di accezioni che questo aggettivo comporta. Tradizionale, innanzi tutto, quanto alla scelta del titolo: il Regio, che nei decenni passati era stato promotore della riscoperta di opere poco conosciute di Donizetti, dopo la Lucrezia Borgia del 2008 non si è schiodato dalla triade dei titoli più popolari, scelti, si ha l’impressione, per richiamare pubblico più che per rendere un servizio all’autore. La tradizione, infatti, ha avuto un suo riscontro anche nella spiacevole pratica dei cosiddetti “tagli di tradizione”, comune alle produzioni donizettiane del Regio successive a quella magnifica (e integralissima) Borgia: non il taglio di interi numeri, come si farebbe alla Staatsoper di Vienna, per fortuna; ma quei colpetti di forbice qua e là nelle ripetizioni variate di cui fra il pubblico non s’accorge quasi nessuno, ma che sono pur sempre una mutilazione di Donizetti e della sua scrittura belcantistica.
Tradizionale è stato altresì l’allestimento, su regia di Fabio Sparvoli (per ogni considerazione su di essa rimando agli attenti commenti del collega Michele Curnis che ha curato la recensione della prima compagnia). Tradizionale, infine – almeno nella recita della seconda compagnia cui ho assistito – è stata la tendenza della protagonista, il soprano Jessica Nuccio, a concentrare le proprie energie sul passo più noto e più gratificante del proprio ruolo, a discapito di una cura a tutto tondo del personaggio: i begli acuti tenuti in serbo per la cabaletta finale «Il mio rigor dimentica» non avevano un corrispettivo nella precedente porzione di partitura, ove la voce è parsa poco voluminosa, spesso coperta dall’orchestra, e tendenzialmente scolastica, carente di quella duttilità necessaria ad incarnare il carattere volitivo, permaloso e capriccioso di Adina; la va dato merito, però, di una cura alla cesellatura dei recitativi che lascia intuire buone possibilità d’approfondimento interpretativo. Il tenore Ivan Magrì, viceversa, ha delineato Nemorino con un timbro, scuritosi negli ultimi anni, che ha messo in luce più l’elemento timido e dubbioso che quello ingenuo del suo carattere; e guardare il personaggio da una prospettiva insolita permette di comprenderlo meglio nella sua interezza. Dal punto di vista tecnico, non gli sono mancati lo squillo brillante e l’acuto facile nel duetto con Belcore, né i filati a conclusione della «Furtiva lagrima». Proprio Magrì, insieme al baritono Vito Priante (Belcore), si è reso protagonista del concertato del finale I, ove sull’ensemble sono emerse la delicatezza d’animo del fragile Nemorino e l’ira mal tenuta a freno dal sergente. Priante si è distinto per il nobile portamento e le belle inflessioni con cui ha caratterizzato il suo personaggio evitandone le derive macchiettistiche. Derive che sono state saggiamente evitate anche dal basso Simone Alberghini, interprete di un Dulcamara nel quale la classe e l’intelligenza interpretativa non sempre sono state supportate da uno strumento smagliante. Schietta e espressiva la Giannetta del soprano Annie Rosen.
Il concertato del finale I è stato anche il vertice di un’orchestrazione partita lasciando qualche dubbio (nel preludio un po’ grave e serioso, e nel coro iniziale dal quale troppo emergevano le voci soliste) ma divenuta via via più convincente, per la capacità di Giampaolo Bisanti di dare spazialità al suono mettendo in risalto le prime parti senza compromettere l’organicità orchestrale. E, passata la prima scena, anche il coro si è assestato sui suoi eccellenti livelli consueti.

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