Bergamo, Teatro Donizetti: “Maria de Rudenz”

Bergamo, Teatro Donizetti: “Maria de Rudenz”

Bergamo, Teatro Donizetti, Bergamo Musica Festival 2013
“MARIA DE RUDENZ”
Dramma tragico in tre parti di Salvadore Cammarano
Musica di Gaetano Donizetti
Maria de Rudenz MARIA BILLERI
Corrado Waldorf DARIO SOLARI
Enrico IVAN MAGRI’
Matilde di Wolf GILDA FIUME
Rambaldo GABRIELE SAGONA
Il cancelliere di Rudenz FRANCESCO CORTINOVIS
Orchestra e Coro del Bergamo Musica Festival
Direttore Sebastiano Rolli
Maestro del coro Fabio Tartari
Regia Francesco Bellotto
Scene e costumi Angelo Sala
Luci Claudio Schmid
Nuova produzione del Bergamo Musica Festival
Prima esecuzione della nuova edizione della Fondazione Donizetti
Revisione sull’autografo a cura di ALberto Sonzogni
Bergamo, 22 Settembre 2013

Sono essenzialmente tre gli aspetti che hanno reso memorabile questa nuova produzione di “Maria de Rudenz” di Gaetano Donizetti, andata in scena per la prima volta assoluta nella città natale del compositore: la proposta di un’opera tanto bella quanto rarissima e di difficile esecuzione, la concertazione ricercata ed amorevole del Maestro Sebastiano Rolli e, non da ultimo, l’interpretazione appassionata ed appassionante del soprano Maria Billeri.
La Rudenz, rappresentata inizialmente a Venezia nel 1838, registrò uno dei fiaschi più clamorosi con cui Donizetti si dovette confontare nell’arco della sua carriera d’operista. Il soggetto, mutuato dal dramma francese “La nonne sanglante” di Anicet Bourgeois e Julien De Mallian che andò in scena a Parigi nel 1835, aderiva come un guanto al gusto dell’orrido che in quegli anni spopolava presso gli spettatori d’Oltralpe, ma che, come i fatti dimostrarono, non incontrava affatto le preferenze del pubblico nostrano. Per di più, l’argomento prettamente horror mal si sposava con il genere del melodramma il quale, per sua natura, tende ad amplificare con risultati sovente abnormi i contenuti della narrazione. Sta di fatto che dopo poche rappresentazioni, Donizetti decise di smantellare parte della composizione, facendo confluire alcune delle pagine migliori nei lavori successivi, Poliuto in primis. Vista oggi, la storia della monaca insanguinata (e sanguinaria) data per morta e risorta ben due volte fino alla terza morte (quella vera) può suscitare qualche sorriso ironico; ciononostante la musica che ne racconta lo svolgimento è talmente accattivante da far dimenticare le assurdità cui assistiamo.
Sebastiano Rolli ci regala una direzione splendida, da tempo attesa e, questa volta, compiutamente realizzata. La sua orchestra, lungi dal costituire un mero accompagnamento, crea una tavolozza di molteplici colori e dinamiche che fanno ascoltare un Donizetti maiuscolo, fatto di un suono morbido ed avvolgente, sempre pertinente al momento scenico (in tal senso, il concertato che chiude la prima parte dell’opera sortisce quasi un effetto catartico). La concertazione di Rolli sostiene, suggerisce, a volte soccorre il canto con cura e dedizione ammirevoli. Una grande prova, in definitiva.
Sul palco, un’entusiasmante protagonista: Maria Billeri ridisegna, amplificandoli, i contorni di un personaggio estremamente impegnativo, sia sotto l’aspetto vocale sia sotto quello interpretativo, definendo un nuovo standard per questo ruolo. Dotata di una vocalità piena ed ampia, la Billeri è capace di un’emissione sicura che le consente, fra le altre cose, alcune messe di voce suggestive, le quali non solo permettono ad un piano di divenire un forte, ma (e qui sta il bello di una voce volumetricamente importante) sanno anche trasformare un forte in un fortissimo. Il suo strumento è poi in grado di piegarsi alle esigenze del belcanto, come dimostra la cabaletta dell’aria di sortita, dove il soprano non rinuncia ai trilli rapidi prescritti ed a variazioni con picchiettati che le riescono con facilità. Inoltre, l’autorevolezza con cui la cantante sostiene il grande concertato ed il controllo esibito durante le sfiancanti salite nell’aria conclusiva sono davvero impressionanti. In aggiunta, il fraseggio e le intenzioni (sia nel canto di furore che in quello più elegiaco), nonché il rispetto per le indicazioni dello spartito, concorrono a fornire un’ulteriore dimostrazione dell’eccellenza raggiunta. Altrove, le occasionali asperità delle note più acute da emettersi con forza sono sempre manipolate a fini espressivi e costituiscono un tratto distintivo che rende la voce della Billeri una voce riconoscibile. Ma non è tutto: questa Rudenz prende possesso del palcoscenico con una personalità debordante e con un piglio ferino che catturano lo spettatore e lo trascinano inesorabilmente nella truce atmosfera prevista dal plot originale della “nonne sanglante”.
A fianco di cotanta protagonista, il baritono Dario Solari pena non poco nel sostenere la scrittura del suo personaggio. A Corrado, Donizetti riserva un trattamento solo lievemente meno “sadico” di quello toccato a Maria: la parte è onerosa, già a partire dalla grande aria d’entrata suddivisa in tre sezioni, dove l’arioso iniziale, molto bello, richiede al cantante una tecnica salda. Così pure come nel duetto con Enrico e nel successivo con Maria, entrambi irti di difficoltà che Solari fatica a bypassare, a causa di un’emissione che pare basarsi prevalentemente sulle doti naturali, come si evince anche da alcuni arrochimenti che, facendo capolino di tanto in tanto, offuscano la piacevolezza del timbro. Di contro, questo Corrado può vantare una discreta presenza scenica. Ivan Magrì (Enrico), costretto su di una sedia a rotelle dopo l’infortunio occorsogli durante la prova generale, appare notevolmente migliorato rispetto a prove precedenti. La voce è di buona qualità, il timbro si è fatto più corposo e l’emissione più a fuoco. Particolarmente degna di nota è la proiezione del suono su quasi tutta la gamma, mentre la musicalità sembra ancora distante dall’essere ottimale. Nonostante la sofferenza fosse evidente in alcuni momenti dell’opera, il tenore ha saputo tenere testa al ruolo, risultando efficace soprattutto nell’esecuzione della propria aria. Gilda Fiume dona alla sciagurata Matilde un timbro delicato, adatto al personaggio, anche se i suoi interventi risultano un poco flebili. Nella parte di Rambaldo, il giovane basso Gabriele Sagona si ritaglia uno spazio di tutto rispetto, esibendo una vocalità pastosa, un colore voluttuosamente notturno ed un’emissione più che corretta. Bellissima anche la prova del Coro del Bergamo Musica Festival, compatto e preciso, magnificamente preparato dal Maestro Fabio Tartari e dai cui ranghi emerge positivamente il Cancelliere di Francesco Cortinovis.
Il regista Francesco Bellotto tiene saldamente in pugno le fila di tutta la vicenda, grazie ad una cornice visiva e scenica che strizza l’occhio, come il regista ci ha già abituati nei lavori precedenti, all’universo cinematografico. Il set composto di scale che portano in tutte le direzioni, senza una logica apparente, trae evidente ispirazione dalle incisioni e delle litografie di Maurits Cornelis Escher, grafico olandese, famoso per il suo talento visionario ed “illogico”. Le scale di Escher ci conducono direttamente all’interno della psiche malata di Corrado, rappresentato fin dai primi istanti come un paziente psichiatrico che soggiorna all’interno di un gelido istituto governato da suore (dalle cui schiere ci si aspetterebbe di veder apparire Jessica Lange nei panni della terrificante Suor Jude nel serial “American Horror Story – Asylum). Corrado (verosimilmente plasmato sul personaggio interpretato da Leonardo Di Caprio in “Shutter Island” di Martin Scorsese) diventa per Bellotto il creatore di un universo popolato di figure spettrali, logorate da sentimenti laceranti, incapaci di comunicare in maniera tangibile fra loro, all’interno del quale è quasi impossibile distinguere chi sia “reale” e possegga una propria identità da chi invece è soltanto una proiezione della mente irrisolta del protagonista. Proiezioni, appunto, che il regista adotta anche a livello scenografico in modo da accrescere la dimensione onirica e tormentata che sigla l’intero spettacolo. I costumi di Angelo Sala, ispirati per la maggior parte al settecento, si fregiano dell’alternanza tra bianco e nero e vengono valorizzati dalle luci con effetto neon di Claudio Schmid. Tra i look più azzeccati, spiccano i cappottoni indossati dai due sicari al servizio di Maria, il cui taglio minaccioso e losco richiama alla mente la locandina del film “Il patto dei lupi” di Christophe Gans. Foto per gentile concessione del Bergamo Musica Festival

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2 comments

  1. bruno morpurgo

    che dire? è stata veramente una “prima” memorabile, un’opera bellissima, una regia di Francesco Bellotto,intrigante e moderna (io, oltre a tutto quello scritto da Dallabianca, che condivido, ci vedo anche una citazione a due delle regie più innovative del rof, Matilde e Sigismondo, e al fatto che le scale portavano i protagonisti in posizioni distanti rendendo la difficoltà di esaudire il loro amore, tema tipico romantico, anche se qui spennellato da molto dark e horror) con un ottimo cast dove svettavano sicuramente la Billeri, con bellissima voce sostenuta da bravura e sensibilità, e dal tenore Magrì, che nonostante una grave difficoltà fisica, ha dimostrato bravura e carattere. Mi sono piaciuti molto anche i costumi e il trucco, il coro (ormai a Bergamo sappiamo che è una splendida e costante certezza) e ultimo citato, ma forse il migliore della serata, il maestro concertatore Rolli, che ha fatto un lavoro meraviglioso e appassionato. Speriamo che questa bellissima opera torni ad essere riproposta presto, invece di continuare a fare le solite cose…

  2. Tito

    Concordo pienamente con la recensione, lo spettacolo e’ stato meraviglioso, e particolarmente Maria Billeri e’ stata superlativa. Mi e’ piaciuta molto anche l’ orchestra ed il coro! L’opera poi e’ stata una piacevolissima scoperta. Grazie molte al Teatro Donizetti per questa splendida rappresentazione!

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