“Falstaff” al Petruzzelli di Bari

“Falstaff” al Petruzzelli di Bari

Bari, Teatro Petruzzelli, Stagione Lirica 2013
“FALSTAFF”
Commedia lirica in tre atti, libretto di Arrigo Boito dalla commediaThe merry Wives of Windsor e dal dramma The History of Henry the Fourth di William Shakespeare.
Musica di Giuseppe Verdi
Sir John Falstaff  ROBERTO DE CANDIA
Ford  ARTUR RUCIŃSKI
Fenton  LEONARDO CORTELLAZZI
Dr. Cajus RAÚL GIMÉNEZ
Bardolfo  MASSIMILIANO CHIAROLLA
Pistola DOMENICO COLAIANNI
Mrs. Alice Ford  SERENA FARNOCCHIA
Nannetta ROSA FEOLA
Mrs. Quickly BARBARA DI CASTRI
Mrs Meg Page MONICA BACELLI
Orchestra e Coro del Teatro Petruzzelli di Bari
Direttore Daniele Rustioni
Maestro del Coro Franco Sebastiani
Regia Luca Ronconi
Scene Tiziano Santi
Costumi Maurizio Millenotti
Disegno luci A.J. Weissbard 
Bari, 20 novembre 2013
La bella e ricca stagione lirica 2013 del Petruzzelli si chiude in modo coerente con l’iniziale progetto di affidare l’allestimento delle opere ai massimi registi della scena contemporanea. Luca Ronconi per la terza volta, dopo Salisburgo con Solti e Firenze con Metha, torna al Falstaff verdiano (coproduzione Fondazione Petruzzelli, Teatro San Carlo, Maggio Musicale Fiorentino; nuovo allestimento) accentuando l’essenzialità del segno visivo e giocando a sottrarre connotati all’ambiente dell’azione. A sua detta si tratta di  «un’evoluzione verso la semplicità» e non v’è motivo di non credergli. Viene tuttavia il dubbio ch’egli si stia schernendo e che la presunta scarnificazione di quanto ruota intorno a un personaggio così carnale possa esser letta come raffinata focalizzazione su un unico problema: lo squinternarsi del rapporto tra i sessi. «Non voglio ricollocare l’opera nel suo tempo originario (perché non è né quello medievale né quello elisabettiano), ma in una dimensione ugualmente passata rispetto a noi, solo un po’ più vicina». In una parola, al 1893, l’anno della ‘prima’ alla Scala. Gli elaborati (a tratti sontuosi) costumi di Maurizio Millenotti alludevano infatti a quegli anni, a cavallo di Otto e Novecento, in cui busti e corsetti cominciavano ad andare “stretti” al gentil sesso, desideroso di porre le basi per la parità (che forse latita a tutt’oggi) dei propri diritti. Il libro di sala ricorda, guarda caso, che pochi mesi prima dell’andata in scena di Falstaff il governo della Nuova Zelanda concesse, primo nella storia, il voto alle donne. L’accanimento delle allegre comari nei confronti di Falstaff (ma anche di Ford e di Cajus «tutti gabbati») diventa così lo specchio d’una rivalsa più che una semplice burla; e la fuga che chiude l’opera non conferisce solidità a un finale beffardo e disincantato (degno di quelli di Don Giovanni e Così fan tutte), al contrario – e paradossalmente, considerata la sua rigorosità compositiva – comunica l’idea d’una vorticosa disgregazione e di una penosa incomunicabilità tra uomini e donne (o tra uomini tout court). In sintesi: Falstaff come anticipazione dei problemi esistenziali del Novecento, lì alle porte. Ronconi coglie questo dato e lo elegge a cifra della sua regia, nata in connubio con l’impianto scenografico di Tiziano Santi, composto da semplici teloni bianchi tesi mediante corde e da tre tappeti funzionali a rimarcare il cambio di luogo (Giarrettiera, casa Ford, parco di Windsor). In questo spazio algido e statico – dove le luci A.J. Weissbard restavano volutamente inerti fino all’ultima scena – ogni gesto e ogni oggetto (l’avventore fluttuante dell’osteria, la vasca da bagno ambulante con Alice dentro, le astruse locomotive alla Jules Verne) acquisivano valenze surrealiste e metafisiche (nel senso di Dalì e De Chirico) di assoluta forza visiva. Non stupisce che proprio la scena della cesta, più schiettamente comica, sia parsa la meno riuscita sul piano registico: essa strideva con il complessivo sbilanciamento ronconiano sul lato tragico intrinseco al personaggio di Shakespeare. Interessante l’idea di risolvere l’infelice gap che il libretto di Boito colloca nella prima parte del terzo atto, tra l’ingresso di Falstaff nell’osteria e il racconto orrifico del Cacciatore nero: Falstaff qui non si defila bensì continua a dominare il centro della scena, steso nello stesso letto sul quale si era presentato, lasciando ipotizzare che dopo il tuffo coatto nel Tamigi non gli sia successo nulla e che tutto in realtà sia la proiezione d’una frustrazione legata all’incomprensione delle sue galanterie e alla consapevolezza della perduta giovinezza, un incubo alla Lewis Carroll dove ogni cosa è alla rovescia (come l’enorme quercia di Herne che penzola sulla testa di Falstaff). Se molte delle scelte registiche lasciano aperte interpretazioni plurime, di più facile lettura si rivela, come già detto, il potere allusivo dei costumi: ad esempio quello di Fenton, da meccanico, rimanda a una professione umile e quindi aborrita dall’arricchito latifondista Ford, un parvenu lontanissimo dalla nobiltà (seppur decaduta) di Falstaff.
A far da contraltare all’intenzionale “difficoltà” della regia di un Ronconi crepuscolare e criptico (pur nella sbandierata semplicità), è giunta la cristallinità della direzione del giovane Daniele Rustioni, padrone di ogni sfumatura di questa partitura imperniata sui dettagli e che solo in Bohéme trova un degno paragone. Concentrazione assoluta, gestualità generosa, padronanza degli snodi agogici, disinvoltura nel gestire i parossistici brani polivoci hanno permesso un’interpretazione memorabile in quanto rispettosa del dettato verdiano e al tempo stesso non gravata dall’ossequio a certa tradizione direttoriale che negli anni ha “appesantito” questa deliziosa opera cameristica. Smagliante la giovane orchestra del Petruzzelli e ottimo, come sempre, il coro diretto da Franco Sebastiani. Straordinario l’intero cast, omaggiato da applausi calorosi e unanimi. La voce di Roberto de Candia fin da subito ha trovato un perfetto equilibrio volumetrico e una pulizia d’emissione che ha conferito al personaggio la giusta nobiltà. Più aspro, com’è bene che sia, il Ford di Artur Ruciński, baritono polacco di squisita pastosità. Mozartiano ancor prima che rossiniano il Fenton dell’ottimo Leonardo Castellazzi che insieme alla Nannetta di Rosa Feola ha saputo attribuire un timbro consono alle oasi liriche ideate da Verdi per la coppia di innamorati. Autorevole la prova di Serena Farnocchia, un’Alice potente e delicata, con una grana vocale perfettamente adeguata a una donna matura che si gode le ultime divertite schermaglie amorose. La strabiliante congenialità che questi interpreti hanno mostrato nei confronti dei rispettivi personaggi si è mantenuta anche per i due mezzosoprano, Quickly/Barbara Di Castri e Meg/Monica Bacelli, come pure per i buffi Bardolfo/Massimiliano Chiarolla e Pistola/Domenico Colaianni. Buono il Cajus di Raúl Giménez. Capita davvero di rado d’ascoltare un cast così uniformemente preparato e generoso nell’interpretazione, forse perché nel caso del Falstaff, costellato di concertati impervi, la coesione delle voci è imprescindibile. Si replica il 22, 24, 26, 28 novembre (il 22 e il 26 Falstaff sarà impersonato da Carlo Lepore).  Foto Carlo Cofano

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