Pietro Mascagni:”Le Maschere”

Pietro Mascagni:”Le Maschere”

Genesi
“Le Maschere invece riuscii a darle contemporaneamente in sette teatri; in sei cadde ma riuscì al Costanzi” (P. Mascagni, Mascagni parla. Appunti per le memorie di un grande musicista, a cura di S. De Carlo, Roma, De Carlo Editore, 1945, p. 90). Così lo stesso Mascagni ricordò la singolare première di Le maschere avvenuta per la prima volta contemporaneamente il 17 gennaio 1901 in ben sette teatri diversi, tra cui il Costanzi di Roma, dove l’opera, sotto la direzione dell’autore e con un cast costituito da Celestina Boninsegna (Rosaura) e Bice Adami-Corradetti (Colombina), Amedeo Bassi (Florindo), Francesco Daddi (Arlecchino), Luigi Poggi (Brighella),  Arturo Pessina (Capitan Spaventa) e Ferruccio Corradetti (Tartaglia), Giuseppe Cremona (Graziano/Balanzone) e Costantino Nicolay (Pantalone), Luigi Rasi (Giocadio), riscosse un notevole successo. L’opera, invece, cadde: alla Scala di Milano nonostante la presenza di Enrico Caruso e la concertazione di Arturo Toscanini; al Regio di Torino, dove fu diretta dalla celebre bacchetta di Rodolfo Ferrari; alla Fenice di Venezia; al Carlo Felice di Genova, dove la rappresentazione fu sospesa a causa delle proteste del pubblico; al Filarmonico di Verona e al San Carlo di Napoli, due giorni dopo, sotto la direzione di Leopoldo Mugnone.
L’opera non riuscì ad imporsi nel repertorio né dopo questa contrastata prima nédopo una tardiva ripresa che ebbe luogo il 18 aprile 1931 al Teatro dell’Opera di Roma sempre sotto la direzione del compositore e con Giannina Arangi-Lombardi (Rosaura) e Mafalda Favero (Colombina), Angelo Minghetti (Florindo), Alessio De Paolis (Arlecchino) e Adelio Zagonara (Brighella), Luigi Montesanto (Capitan Spaventa), Ernesto Badini (Tartaglia) e Mario Bianchi (Graziano/Balanzone), basso Carlo Scattola (Pantalone), recitante Becci (Giocadio).
Nonostante Mascagni avesse iniziato a comporre Le Maschere, sempre su libretto di Illica, contemporaneamente a Iris,  quest’opera vide le scene più di due anni dopo. Come spiegare questo ritardo? La composizione dell’opera fu certamente rallentata dal moltiplicarsi degli impegni e soprattutto da un progetto ambizioso di divulgazione della cultura musicale che lo vide sul podio dell’Orchestra del Conservatorio per la realizzazione di una serie infinita di concerti, ma soprattutto dalla morte del padre, avvenuta il 26 maggio 1898. Il grave lutto sconvolse Mascagni, come è dimostrato da una lettera al suo librettista Illica, nella quale si legge “Distrarmi? Come? Lo vedo sempre e non posso dormire”. A rallentare la composizione dell’opera si aggiunsero, inoltre, alcuni dissapori con Sonzogno sul teatro che avrebbe dovuto ospitare la prima e che indussero il compositore ad accettare, quasi per dispetto, un’estenuante tournée in Russia. Al suo ritorno in Italia l’opera fu completata, mentre maturava l’idea di Sonzogno, abile nel pubblicizzare i prodotti della sua casa editrice, di rappresentarla in sette teatri contemporaneamente con l’esito contrastato che, secondo un aneddoto, fu commentato così dal compositore: “Credevo di aver in mano il settebello e invece mi vien fuori il sette… brutto!”
Anche la critica non si mostrò tenera nei confronti delle Maschere. Giannotto Bastianelli, che pur stroncò l’opera definendola inutilissima, notò un aspetto importante della scrittura di Mascagni evidente nelle Maschere e da lui identificato nell’italianità della sua musica:
“La questione è che Pietro Mascagni ha, come ormai deve apparir chiaro da quanto è scritto fin qui, un’italianità affatto spontanea. Egli non ci può dare un’opera di reazione ai nuovi e strani eroi immigrati dall’estero nell’arte italiana, in quanto che anche di fronte a questi nuovi e strani eroi – Iris, Amica, Ratcliff etc. – egli è rimasto indifferente, anzi assolutamente italiano; sicchè essi, i nuovi e strani eroi, metamorfosati dalla sua musica, acquistarono in grazia del Mascagni stesso pieno, sebben discutibile, diritto di cittadinanza italiana”. G. Bastianelli, Pietro Mascagni, Ricciardi, Napoli, 1910, p. 90)
Nelle Maschere quest’italianità è ottenuta attraverso la ripresa di stili di compositori italiani dell’Ottocento che, riproposti in contesti stridenti con quelli originari, danno all’opera quel carattere comico che costituisce lo scopo a cui tendeva il compositore. Tutti questi elementi, tuttavia, non appaiono ben fusi in quest’opera che sembra avere un carattere frammentario e prolisso.
L’opera – Prologo e Atto primo
Il gioco metateatrale di quest’opera, il cui titolo si riferisce alle maschere della commedia dell’arte, è subito rivelato dall’originale esordio, nel quale l’esecuzione di una sinfonia in stile rossiniano viene interrotta dal capocomico Giocadio, il quale presenta, in forma recitata, la commedia che sta per essere rappresentata. In questa parte iniziale, chiamata con un termine greco parabasi, della quale, tuttavia, non conserva il carattere satirico-politico che essa aveva nella commedia greca, ciascun personaggio si presenta con la propria caratterizzazione musicale.
A un brillante dottor Graziano, che ironizza sulla sua professione medica dicendo di esser Becchino di nome e Boia di cognome, seguono in ordine: un lamentoso Pantalone; un ironico Arlecchino, che si presenta con una scrittura vocale settecentesca grazie alle rapide semicrome; un’innamorata e un po’ patetica Colombina; un Tartaglia tanto balbuziente da contagiare anche un’esitante orchestra che sembra “balbettare” degli accordi; Rosaura e Florindo, che si presentano insieme come i tipi amorosi di entrambi i sessi e, infine, Brighella e Capitan Spaventa, il miles gloriusus tipico della commedia dell’arte. Finite le presentazioni, il direttore può attaccare la Sinfonia, composta nella tradizionale forma-sonata e caratterizzata da un primo tema brillante a cui si contrappone un secondo cantabile con una coda vocale (tagliata nell’edizione in ascolto), nella quale le maschere si ripresentano.
Protagonista della prima scena è Brighella che decanta i poteri terapeutici dei suoi unguenti, mentre gli altri personaggi gli fanno da contorno rappresentando il caos della vita quotidiana acuito dalla presenza delle donne che vogliono comprare qualcosa e pressano la popolare maschera bergamasca che alla fine prorompe in un Io non ne ho più. La scena si mantiene gaia con Brighella che gioca con Colombina alla venturina fino a quando un romantico e languido tema affidato ai violini accompagna Rosaura che legge, prima recitando e poi cantando, una lettera del suo amato Florindo. Un tema rapido, di carattere toccatistico, introduce il successivo dialogo tra Rosaura e Colombina che viene a portare delle notizie non proprio buone tali da indurre la prima a lanciare un’invettiva contro il padre (Cuor di macigno). Colombina, che, da parte sua, vorrebbe sposare Brighela, era, infatti, venuta a conoscenza dell’intenzione di Pantalone di maritare la propria figlia con un ufficiale, chiamato da Rosaura un ammazza gente.
Un comico quartetto, formato da Rosaura, Colombina, Florindo e Brighella che si interrogano sul da farsi e alla fine mandano Tartaglia in avanscoperta, precede una solenne e ironica marcia che, a sua volta, introduce Capitan Spavento, un vero miles gloriosus, sul quale l’ironia di Mascagni si esercita attraverso una musica pomposa e solenne che rappresenta l’aspetto esteriore del personaggio, ma non la sua essenza. A rendere ancor più grottesca questa maschera contribuisce anche il contrappunto vocale e verbale di Arlecchino che con la sua scrittura brillante caratterizzata da rapidi ribattuti fa letteralmente il verso al capitano. Un repentino cambio di ritmo introduce Colombina che reca la notizia della decisione di Pantalone di voler far firmare il contratto di nozze tra Rosaura e il Capitano quella sera stessa. Dopo la comica reazione di sdegno di Rosaura, di Colombina, di Florindo e di Brighella, risoluti a non far firmare il contratto, quest’ultimo suggerisce di usare una polverina da sciogliere nelle bevande delle persone presenti al momento della firma. Pantalone, in un recitativo, lamenta che la figlia ancora non sia pronta e ordina a Tartaglia, l’uomo meno idoneo a causa della sua balbuzie, di intrattenere il Capitano descrivendo il paese. L’a solo di Tartaglia costituisce uno dei passi più esilaranti dell’opera e raggiunge il suo momento culminante quando l’uomo si produce in un onomatopeica ripetizione della sillaba ba. Subito dopo Pantalone, invitando Capitano Spaventa, che si esprime in un lingua eccessivamente aulica e per questo comica, ad entrare in casa sua, inizia il concertato che si interrompe quando il Capitano afferma: Mi ammoglio e al tetto appendo la spada. La risposta del coro (Del suo paese ognor le spose e i buoi) fa presagire, però, l’imminente beffa.
Atto secondo
Un breve preludio strumentale di carattere cantabile introduce il secondo atto, la cui prima parte è incentrata, eccezion fatta per un breve intervento di Tartaglia (tagliato nell’edizione in ascolto), sul lungo duetto tra Florindo e Rosaura nel quale i due giovani rinnovano le loro promesse d’amore. Separatisi i due in seguito all’avvertimento di Colombina che aveva scorto il sopraggiungere di altre persone, sulla scena appare Arlecchino che, in modo spigliato, porge a Colombina due proposte di matrimonio, una delle quali destinata proprio alla donna che, da parte sua, nel descrivere il suo uomo ideale si produce in un canto patetico di vaga ascendenza belliniana anche nell’accompagnamento, che in questa situazione risulta comico, perché stride fortemente con il testo del libretto tutto giocato su un registro basso. Arlecchino ritiene di leggere nelle parole della donna il suo ritratto, quando giunge Brighella che, dopo avergli dato un calcio, decanta ancora una volta le doti della sua polverina. Dopo un inno all’arte intonato dal coro, Capitan Spaventa, in uno stile grottescamente altisonante, esalta le sue doti di seduttore; gli fa eco Arlecchino che introduce due danze il cui scopo è quello di rappresentare le due coppie. All’amore tra Florindo e Rosaura allude, infatti, la stilizzata e nobile Pavana, sulle cui note il giovane intona un canto d’amore per la sua amata, mentre una brillante Furlana rappresenta, in modo leggero e con una scrittura da Tarantella rossiniana, l’amore di Colombina e Brighella. Subito dopo si attua l’inganno della polverina che immediatamente sortisce il suo effetto creando un caos tale da mandare a monte il matrimonio; ciò è perfettamente rappresento nel brillante finale, un piccolo capolavoro contrappuntistico, che ricorda la stretta del finale d’atto dell’opera buffa della seconda metà del Settecento. Alla fine tutti se ne vanno, lasciando soli Arlecchino e il Capitano, al quale il Dottor Graziano inavvertitamente aveva sottratto la valigia.
Atto terzo
Un disegno musicale circospetto ed insinuante introduce l’atmosfera iniziale di questo terzo atto, nel quale Pantalone, Brighella e Florindo appaiono ancora frastornati dal caos avvenuto in precedenza. I tre uomini si trovano sotto la finestra di Rosaura; Florindo suggerisce, per svegliarla, di intonare una serenata piuttosto lunga, alla fine della quale la fanciulla si sveglia non prima che venga scoperta, nella sua stanza, la presenza di un uomo finito lì per caso. Nel frattempo si cerca un piano alternativo per evitare il matrimonio tra Rosaura e il Capitano che Florindo vorrebbe sfidare a duello; Colombina, fingendo di ricambiare le attenzioni di Arlecchino, servo del Capitano, si fa promettere da quest’ultimo che avrebbe indotto lo sgangherato militare a desistere dal suo progetto matrimoniale. Questi, mostrando le armi, continua a pavoneggiarsi in una scrittura marziale di carattere ironico e mostra di non volere desistere dal matrimonio con Rosaura che si produce in un accorato appello al Capitano affinché rinunci a sposarla. Al di là della sua spacconeria il Capitano mostra subito la sua pusillanimità quando si “spaventa” per dei rumori che, come si capirà subito dopo, sono prodotti da una folla inferocita “capitanata” da Florindo il quale, in una scrittura da tenore eroico, dichiara la sua volontà di sfidare a duello il militare il quale, da parte sua, pensa solo a come salvarsi. A dirimere la vicenda intricata arriva come deus ex machina il dottore che, avendo letto i documenti contenuti nella borsa del Capitano della quale era venuto in possesso per caso, smaschera l’uomo. Pantalone acconsente alle nozze di Rosaura e Florindo a patto che tra nove mesi nasca un bel Pantaloncino, mentre l’opera si conclude con un gioioso inno alla maschera italiana cantata in coro da tutti i presenti.

 

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