La danza dietro l’elegia

La danza dietro l’elegia

 I Concerti del Lingotto 2013-2014
Die Deutsche Kammerphilharmonie Bremen
Direttore Mikhail Pletnev
Pianoforte Rafał Blechacz
Fryderyk Chopin : Concerto per pianoforte e orchestra n. 2 in fa minore op. 21
Ludwig van Beethoven : Sinfonia n. 7 in la maggiore op. 92
Torino, 22 gennaio 2014

«Senza di lui, noi non ci troveremmo qui questa sera …», è la commossa e malinconica riflessione di Francesca Gentile Camerana, direttore artistico dei Concerti del Lingotto, sulla scomparsa di Claudio Abbado, il direttore che inaugurò l’Auditorium “Giovanni Agnelli” di Torino il 6 maggio 1994, dopo averne auspicato personalmente l’ideazione e la costruzione. Pochi istanti di silenzio, per ricordare insieme l’artista, prima dell’inizio del concerto con la Deutsche Kammerphilharmonie Bremen: entrano Mikhail Pletnev e, qualche istante dopo, il giovanissimo pianista polacco Rafał Blechacz per eseguire il secondo concerto di Chopin. E subito diventano involontari protagonisti di una piccola gag che diverte il pubblico: il direttore guarda perplesso il pianoforte, come se non si aspettasse quella presenza accanto al podio, ne abbassa il coperchio, accoglie con stupore il pianista che nel frattempo lo ha raggiunto alla ribalta; poi fa capire che manca un leggio, fa intervenire un commesso, lo spartito è squadernato, il coperchio del pianoforte risollevato, l’imbarazzato Blechacz si accomoda alla tastiera … La spontaneità della scenetta lascia spazio alle riflessioni più o meno benevole degli spettatori: forse Pletnev credeva di iniziare il concerto con Beethoven? Con domanda appena più malevola: ma i due musicisti hanno provato all’interno della sala, durante la giornata? Anziché rispondere, meglio dare corso alla musica.
L’introduzione orchestrale del concerto è scandita da forte accentuazione dei volumi sonori, in particolare dall’intensità delle viole e degli ottoni (un Leitmotiv nella conduzione di Pletnev). Attacca quindi il pianista, impegnato a fare intendere tutte le singole note, a sgranarle accuratamente, con stile quasi puntillistico. Fuori discussione l’abilità di Blechacz nel legato; eppure tale resa analitica rischia di frammentare l’unità sintattica del discorso di Chopin nelle sezioni non propriamente melodiche. Le inserzioni orchestrali sono anche troppo forti, sia nell’intensità sia nella sonorità; è vero che il movimento reca l’indicazione Maestoso, ma in certi passaggi il suono del pianoforte fa fatica a emergere sul resto della compagine. Tendendo ad alleggerire il suono in corrispondenza degli accenti più significativi, il pianista sortisce un effetto un po’ manierato nelle lunghe frasi melodiche e sognanti che concludono il movimento. Lo stile pianistico diventa invece molto più espressivo nei dolcissimi sussurri del Larghetto, momento migliore dell’intera esecuzione, in cui il fattore elegiaco è affidato esclusivamente alle indicazioni testuali; peccato che il procedere risulti lievemente affaticato da un tempo trattenuto, perché sia il pianista sia il direttore sembrano indugiare a vicenda, come privi di un riferimento ritmico comune cui attenersi. Mentre Pletnev sottolinea ancora il dialogo tra orchestra e pianoforte, nell’Allegro vivace finale Blechacz esalta ogni clausola danzante, alternando richiami al valzer e alla mazurca con una tecnica di accenti molto interessante. Il direttore suggella la componente orchestrale del concerto con le fanfare dei corni subito dopo la metà del movimento (forse anche troppo enfatiche, visto che provocano una piccola faille al solista), mentre il pianista si disimpegna dalla breve cadenza ultima con perlacea sobrietà. Deflagra dunque l’entusiasmo del pubblico in lunghissimi applausi.
Che Blechacz ricerchi in Chopin il ritmo danzante, la cellula metrica di base, il germe della danza dietro l’elegia dei sentimenti e delle afflizioni amorose, è testimoniato anche dalla scelta del primo brano fuori programma: il Valzer op. 34 n. 7, con cui il pianista dà altro saggio dell’arte della legatura. Alle incessanti acclamazioni del pubblico Blechacz risponde con un secondo bis, il brevissimo Preludio op. 28 n. 7, scandito senza eccessivi indugi, in una sobrietà sospesa, come incerta, nell’accordo conclusivo.
Dopo l’intervallo diventa protagonista l’Orchestra Filarmonica da Camera di Brema, un complesso diretto dal 2004 da Paavo Järvi, specializzato nel repertorio romantico e tardoromantico: è istituzione residente del Beethovenfest di Bonn, e di Beethoven ha inciso il ciclo sinfonico integrale con la direzione di Järvi. Tutto questo costituisce una credenziale importante, utile a capire l’esecuzione della Sinfonia n. 7 sotto la guida di Pletnev. Il pianista-direttore-compositore russo, di straordinaria carriera internazionale e di fama mondiale, conferisce sempre alle sue esecuzioni la cifra dell’originalità, un taglio nuovo, o quanto meno inaspettato. Si sa, però, che non sempre la ricerca dell’inedito e dell’originale riesce premiante o convincente. Pletnev dirige la sinfonia a memoria, con gesto molto chiaro, per nulla enfatico; diversa è invece la traduzione sonora delle sue indicazioni. Sia chiaro: la perizia degli esecutori è di altissimo livello in tutte le famiglie, anche se gli ottoni sono senza dubbio sottoposti a richieste incessanti che ne mettono alla prova la tenuta. Ma i problemi risiedono altrove. Sin dalle strappate inziali del Poco sostenuto – Vivace si nota come le sonorità volute dal direttore non siano affatto quelle di un complesso da camera, bensì quelle di un’orchestra sinfonica robusta; il tempo è equilibrato, tendente alla moderazione; nel legni e nei fiati Pletnev sottolinea sempre le acciaccature, gli arabeschi, i pochi elementi decorativi; negli ottoni, invece, l’intensità degli accordi è spesso così marcata da rasentare il grottesco. Se in Chopin il solista ricercava i ritmi di danza al di là della cortina elegiaca, Pletnev in Beethoven ricerca spasmodicamente i colori, la differenziazione cromatica, che vuole presentare in tutta la sua screziatura. Peccato che la tavolozza delle numerose tinte non sia armonizzata, che i colori restino mescidati tra loro in maniera eterogenea, e che l’abbuffata cromatica non produca un esito convincente. “Beethoven fatto a pixel”, si potrebbe chiosare, considerato che nell’Allegretto (il celebre tempo di marcia funebre) domini dall’inizio alla fine unicamente il timbro dei contrabbassi; che nel Presto – Assai meno presto i disegni dei fiati sortiscano un effetto piuttosto volgare a causa degli esasperati ritenendo (con tono grandioso e pesante, di gusto assai demodé); che nell’Allegro con brio finale, staccato a ritmo trascinante, predominino sempre i colori degli ottoni con le loro frasi assertive. Nel Beethoven di Pletnev, insomma, tutto appare troppo rimarcato, evidenziato, sottolineato, di eccessiva intensità: ma se si accentua tutto, alla fine è come se nulla formasse più il punto nodale del discorso musicale, come se nulla fosse davvero bene accentuato. Al termine della sinfonia il pubblico dimostra comunque di apprezzare, e applaude con calore, al punto che anche il direttore decide di regalare un brano fuori programma: il II movimento (Air) della Suite in re maggiore BWV 1068 di Johann Sebastian Bach (comunemente noto come Aria sulla quarta corda); nella sua struggente dolcezza sembra ulteriore ricordo di Claudio Abbado, nel cui nome il concerto si era aperto.
Aveva ragione Gianandrea Gavazzeni, quando nel 1974 pubblicò un libro dal titolo Non eseguire Beethoven: un imperativo di umiltà, di cautela, di prudenza, in seguito alla stratificazione secolare di scuole interpretative, di esecuzioni, di versioni e di riflessioni musicali sulle nove sinfonie che hanno trasformato la storia dell’arte e della cultura. Il grande bergamasco rivolgeva l’imperativo a se stesso, non agli altri; il non eseguire un compositore è un difetto, perché sottrae la sua arte agli ascoltatori che ancora non la conoscono. Nel caso di Beethoven, che va anzi eseguito di più nelle sale da concerto (italiane e non) per educare e formare un pubblico nuovo, il Diktat gavazzeniano potrebbe essere semplicemente modificato: “Non stravolgere Beethoven”.

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