Schiff e l’arte d’interpretare Bach (I)

Schiff e l’arte d’interpretare Bach (I)

Roma, Auditorium “Parco della Musica”, Accademia Nazionale di Santa Cecilia, stagione 2013-2014
pianoforte András Schiff
Johann Sebastian Bach: “Das Wohltemperierte Klavier” (Il clavicembalo ben temperato), libro II, BWV 870-893
Roma, 17 gennaio 2014

András Schiff, uno dei geni del pianismo contemporaneo, sta portando avanti, oramai da anni, un vero e proprio “progetto-Bach” presso l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Quest’anno, assieme al II libro de Il clavicembalo ben temperato, il ciclo comprenderà altre due esecuzioni integrali: le Suites inglesi (7-02) e le Variazioni Goldberg. Due anni fa (2012), l’ungherese aveva presentato l’esecuzione integrale del I libro de Il clavicembalo: al 2008 risale l’incisione completa dei due libri per l’etichetta Decca. Il progetto è titanicamente ambizioso: leggere, eseguire oggi Bach presenta problemi filologico-interpretativi complessissimi. In primis, quello della scelta dello strumento d’esecuzione, argomento su cui interviene Giorgio Cerasoli nel programma di sala: «nella misura in cui il contenuto della musica del Woltemperierte Klavier può trascendere il timbro strumentale, ecco poi che anche l’odierno pianoforte – sicuramente molto diverso dagli strumenti a martelletti che circolavano in Germania alla metà del XVIII secolo e che comunque è difficile far rientrare nei possibili destinatari della raccolta di Preludi e Fughe – si viene a trovare in una posizione legittima rispetto al problema della restituzione sonora dell’opera, non meno di quanto possa esserlo un insieme strumentale o vocale, come conferma la presenza di quest’opera tra quelle fondamentali per i pianisti sin dai tempi di Muzio Clementi». Poi, il problema della liceità o meno di eseguire l’intero materiale (in questo caso il libro II) e seguendo l’ordine in cui Bach aveva pensato la raccolta, che – è bene ricordarlo –, per quanto non sia scevra di una certa volontà d’eleganza compositiva, permane una raccolta principalmente a uso e consumo di studenti e musicisti che volessero perfezionarsi ed esercitarsi: «l’ordine dei pezzi non ha un vero e proprio riferimento a una sequenza di esecuzione, cioè la disposizione dei Preludi e Fughe segue il mero ordine logico delle tonalità maggiori e minori, dunque non possiede la struttura altamente organizzata delle Variazioni Goldberg» (Cerasoli). E molti, pur stoicamente appassionati e amanti di musica, non hanno retto fino all’ultimo, defilandosi all’intervallo o (letteralmente) svignandosela durante la seconda parte, lasciando così ancor più spoglia una sala non certo gremita. Le motivazioni vanno ricercate proprio nell’ardita complessità del progetto (2 ore e mezza di musica!): restituire nella sua integrità un autentico monumento della musica occidentale, pietra miliare di ogni successiva considerazione e studio sulle tonalità.

Schiff affronta questa maratona con smaliziato atletismo pianistico, che stride quasi con la sorniona andatura con cui incede sul palco prima di sedersi al piano e dar vita alla magia. Senza trascurare un’allure sonora del tutto moderna, anzi contemporanea, Schiff si destreggia perfettamente in questo aureo groviglio di contrappunti, temi, cromatismi; il suo tocco è vellutatissimo e esegue la mole della materia assolutamente senza effetti pedalistici, ma solo confidando nel suo diamantino talento: si sentono, dunque, tutte le tonalità – oggi standardizzate nella musica occidentale – risuonare del loro carattere più schietto, del loro naturale colore. È un’esperienza surreale, mistica, quella che propone Schiff: godere della successione sonora dell’intera gamma delle tonalità, se si astrae da un esercizio che potrebbe parere quasi pedante, è come avere un colpo d’occhio su secoli e secoli di produzione musicale, la «condensazione in un unico giorno di un’eternità di esperienza» (Ralph Kirkpatrick). Bach è un po’ il Galilei della musica: eseguire un’opera come Il clavicembalo ben temperato vuol dire sciorinare una sequela di suoni, di architetture musicali, che verrà rivoluzionata nel ‘900 – solo nella musica coltissima; mai in quella più popolare –, seppur mai dimenticata.   Raramente mi è capitato di percepire il pubblico della Sala Santa Cecilia così assorto, meditativo, placidamente stregato e concentrato: lo srotolamento di questo papiro musicale, questo viaggio fra la selva coloristica della successione dei 24 Preludi e Fughe, ha l’effetto di un mantra di edenica perfezione.

 

 

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