Modena, Teatro Comunale: “Les Pêcheurs de perles”

Modena, Teatro Comunale: “Les Pêcheurs de perles”

Modena, Teatro Comunale, Stagione d’Opera 2013/2014
“LES PÊCHEURS DE PERLES”
Opéra-lyrique in tre atti. Libretto di Eugène Cormon e Michel Carré
Musica Georges Bizet
Léïla NINO MACHAIDZE
Nadir JESÚS LEÓN
Zurga VINCENZO TAORMINA
Nourabad LUCA DALL’AMICO
Orchestra Regionale dell’Emilia Romagna
Coro del Teatro Regio di Parma
Direttore Patrick Fournillier
Maestro del coro Martino Faggiani
Regia Fabio Sparvoli
Scene Giorgio Ricchelli
Costumi Alessandra Torella
Luci Jacopo Pantani
Coreografie Annarita Pasculli
Coproduzione Fondazione Teatro Regio di Parma
Fondazione Teatro Comunale di Modena
Allestimento della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste
Modena, 15 aprile 2014

Ogni qual volta in Italia si rappresentano Les Pêcheurs de perles di Georges Bizet, occorre ritornare a parlare della regia di Fabio Sparvoli. Nel bene o nel male, è la regia che in tempi recenti ha coinciso con la ripresa del titolo del Bizet ventiseienne (ad eccezione del Teatro Verdi di Salerno) da Trieste, poi Verona e Napoli fino a Parma e ora a Modena. A distanza di diversi anni, occorre dire che lo spettacolo non è invecchiato benissimo. Le scene sono Giorgio Ricchelli, i costumi di Alessandra Torella, le luci di Jacopo Pantani. L’intera messa in scena più che su un’azione vera e propria viene improntata sul contrasto tra i due colori imperanti: il blu e il bianco. Pochi, quasi inesistenti, gli oggetti scenici ad eccezione della grande testa che dovrebbe richiamare il tempio in rovina dell’atto secondo o l’albero (che sostituisce la statua di Brahma) destinato ad essere la pira funeraria di Léïla e Nadir. In un’estetica così scarna (anche troppo, se consideriamo poi che il mare sullo sfondo sembra semplicemente un “poster”) avrebbe giovato un disegno luci più chiaroscurato e ovattato, come ad esempio allo scoppio dell’incendio e alla tempesta. Per quanto riguarda i costumi, si discostano da una diffusa semplicità quelli del quartetto dei solisti grazie alla foggia e ai tagli più elaborati: predominano i colori blu per il coro femminile mentre per la componente maschile sono impiegate tinte più calde e terrigne; tinte che trovano corrispondenza in scena al solo arrivo della sacerdotessa velata. Circa le interrelazioni fra i personaggi, così come per la gestione delle masse, c’è poco da dire se non parlare di una gestualità stereotipata impiegata per solisti e coro, quest’ultimo sempre ammassato sulle dune della scena o a braccia levate o con le donne che alzano il velo per coprirsi il volto. Non si capisce oltretutto perché Léïla, alla prima scena dell’ultimo atto, consegni la collana a Zurga e non al giovane pescatore… il momento non sembrerebbe dei più propizi per chiedere favori ma tant’è… Restano le coreografie di Annarita Pasculli, funzionali – ancorché talvolta frenetiche – se inserite in questo disegno registico, ma ben lontane dall’occhieggiare l’esotismo di maniera e l’essere entusiasta (in senso etimologico, di ispirato dalla divinità) sotteso alla partitura.
La produzione è partita dal Teatro Regio di Parma lo scorso mese ma ha visto un cast quasi completamente cambiato rispetto a quanto annunciato in cartellone già dalla prima recita. Si sperava che almeno a Modena, ultima tappa dopo le cinque recite di Parma, la parte musicale fosse ormai “rodata” ma così non è stato. Il soprano Nino Machaidze (Léïla) si presenta, a differenza di molti soprani che affrontano il repertorio lirico-leggero, con una voce abbastanza voluminosa, la più imponente fra tutti i solisti. Permangono tuttavia problemi di intonazione, puntature acute veramente al limite e – cosa ancor più sorprendente considerato il repertorio – una coloratura poco fluida e omogenea. Del tenore Jesús León (Nadir) non si può certo dir male – anzi, considerati i problemi d’intonazione degli altri solisti è stato bravissimo – pur non possedendo una voce molto grande (da questo punto di vista, ha sofferto particolarmente al duetto con Zurga): quello che gli difetta è semmai una la mancanza di tavolozza di colori sufficientemente variegata, pur sforzandosi di porgere con un certo gusto. Insomma, una voce complessivamente educata quanto incolore. Il baritono Vincenzo Taormina (Zurga) ha purtroppo mostrato anch’esso un’intonazione precaria e un’emissione laboriosa così da portare la voce a farsi piccola e muscolare alla grande scena all’atto terzo. Sfortunatamente, la prova meno convincente in cui abbiamo avuto modo di ascoltare il giovane baritono palermitano. Poco incisivo anche il Nourabad Luca Dall’Amico. Persino il Coro del Teatro Regio di Parma sembrava intimorito dall’andamento generale della recita… Forse un’altra bacchetta avrebbe potuto quantomeno arginare i problemi di cui sopra: invece, la direzione di Patrick Fournillier restituisce poco dell’oriente da cartolina raccontato da Bizet, fatto di abbandoni lirici e – perché no – fiabeschi intervallati da grandi momenti corali e dal canonico triangolo amoroso, con un suono spesso grigio e pesante. Un’occasione mancata per riproporre questo piacevolissimo lavoro del giovane Bizet. Applausi per tutti; particolarmente festeggiata Nino Machaidze. Foto Rolando Paolo Guerzoni – Teatro Comunale di Modena

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