Una “Tosca” ambientalista al Teatro La Fenice

Una “Tosca” ambientalista al Teatro La Fenice

Teatro La Fenice, Lirica e Balletto, Stagione  2013-14
“TOSCA”
Melodramma in tre atti
Libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica, dal dramma “La Tosca” di Victorien Sardou
Musica di Giacomo Puccini
Floria Tosca SVETLA VASSILEVA
Mario Cavaradossi
STEFANO SECCO
Il barone Scarpia
ROBERTO FRONTALI
Cesare Angelotti
CHRISTIAN SAITTA
Il sagrestano
ENRIC MARTINEZ-CASTIGNANI
Spoletta
CRISTIANO OLIVIERI
Sciarrone
ARMANDO GABBA
Un carceriere CARLO AGOSTINI
Un pastore LAURA FRANCO
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Direttore Daniele Callegari
Maestro del Coro Ulisse Trabacchin
Piccoli Cantori Veneziani diretti da Diana D’Alessio
Regia Serena Sinigaglia
Scene Maria Spazzi
Costumi Federica Ponissi
Light designer Alessandro Verazzi
Nuovo allestimento
Venezia, 22 maggio 2014      
Tosca - atto 1Grande interesse di pubblico e di critica per il nuovo allestimento di Tosca, che insieme a Bohème e Madama Butterfly, completa il “Progetto Puccini”, realizzato dal Teatro La Fenice in occasione del novantesimo anniversario della morte del grande lucchese. Per una volta si assiste ad una regia che non tenta improbabili attualizzazioni, ma rispetta le indicazioni del libretto quanto all’ambientazione storica, pur senza mai scadere nel realismo più scontato, anzi scavando nella vicenda e nei personaggi per far emergere un messaggio profondo di quest’opera, che è al tempo stesso politico ed estetico. Per una volta un’idea chiara ed originale senza fastidiose forzature e incongruenze rispetto al testo poetico. A concepirla è stata la regista Serena Sinigaglia, fondatrice e direttrice artistica dell’Associazione Teatrale Indipendente per la Ricerca e del Teatro di Ringhiera di Milano, attiva nella lirica (dove ha felicemente esordito con Falstaff alla fine degli anni Novanta) come nella prosa, frequentando, in particolare, testi di Euripide e Shakespeare.
La regista milanese ha inteso riscoprire l’opera pucciniana, analizzandola da un nuovo punto di vista, cheTosca - atto 1 permette di coglierne aspetti di grande interesse anche per la nostra realtà. Sulla scena, un palcoscenico, che si sta sgretolando in modo sempre più disastroso, a causa dell’incuria e dell’abbandono, diventa il simbolo di un inesorabile decadimento morale, che trova la sua personificazione nel Barone Scarpia, vorace e insaziabile di piaceri perversi, e – in ultima analisi – ripugnante allegoria di un consumismo compulsivo, che inquina il mondo e distrugge la vita stessa. A tutto questo si contrappone la coppia Tosca-Cavaradossi, entrambi grandi artisti e quindi creatori di bellezza, che amandosi appassionatamente affermano anche il loro amore per la libertà. Ne consegue che il gesto violento della “celebre cantante” ai danni del suo perfido aguzzino assume la valenza di un vero e proprio tirannicidio. Di grande suggestione la scenografia di Maria Spiazzi: un palcoscenico, appunto, che nel corso dei tre atti si lacera sempre di più, lasciando vedere una terra nera, sozza di sostanze inquinanti, fino a divenire, nell’ultimo atto, una piccola zattera sul nulla, da cui Tosca si lancia nel vuoto. Anche i costumi ottocenteschi di Federica Ponissi – strappati, infangati, bruciati – esprimono la stessa idea di devastazione del bello. Efficacissimo l’uso delle luci, ora fredde e diffuse nelle scene d’insieme, ora morbide e focalizzate sui protagonisti nei momenti di maggiore intimità.
Tosca - atto 2Sul piano vocale, l’intero cast ha rivelato in generale grande professionalità e adeguata presenza scenica. Svetla Vassileva è una Tosca (vestita di rosso) piena di temperamento, pur senza mai indulgere ad effetti eccessivamente veristici. Forse la sua vocalità è sempre alquanto aperta, e certe sonorità un po’ troppo aspre, nondimeno il soprano bulgaro si è sempre dimostrato all’altezza della situazione, affrontando con sicurezza la sua parte: nel passionale duetto del primo atto con Cavaradossi come nell’estenuante Scontro con Scarpia, nell’atto successivo, interrotto dalla parentesi lirica di “Vissi d’arte”, dove la cantante ha dato il meglio di sé quanto a sfumature e fraseggio. E così nell’ultimo atto.  Appassionato e virile il Cavaradossi offerto da Stefano Secco, fin dalla sua aria di sortita, “Recondita armonia”, intonata con voce ferma e timbrata, che gli ha permesso di affrontare con disinvoltura i frequenti passaggi di registro, rivelando altresì estrema chiarezza nel fraseggio. Sempre autorevole, grazie anche alla facilità negli acuti, la sua interpretazione nell’atto secondo, culminante nella celeberrima esclamazione “Vittoria! Vittoria!!”, intonata con trionfante sicurezza. Tragica e nello stesso tempo delicata la rievocazione amorosa in “E lucevan le stelle”, dove il tenore non ha lesinato mezze voci e nuances.
Di grande impatto Roberto Frontali nei panni del diabolico Scarpia, incorniciato da una vistosa parrucca bianca. La sua Tosca - atto 2voce grande, ferma e di bel timbro scuro, oltre a una dizione scolpita, gli ha consentito di delineare con piglio vagamente espressionista un “cattivo” assoluto, un’incarnazione del male senza tempo. Torbido ed inquietante in “Tre sbirri… una carrozza… presto!” sfrontato e lascivo (“Ella verrà… per amor del suo Mario!”) nel secondo atto, dove sulla sua scrivania sbilenca, senza due gambe, tenta di fare violenza all’inorridita Tosca. Discreta e di buon gusto la comicità di Enric Martinez-Castignani, nel ruolo del sagrestano, interpretato con leggerezza, verve, e una vocalità elegante e brunita sempre di prim’ordine. Potente l’espressività di Christian Saitta, quale Angelotti, tagliente nella voce e servile nel tono lo Spoletta di Cristiano Olivieri. Buone le prestazioni di Armando Gabba (Sciarrone), Carlo Agostini (Un carceriere) e della giovanissima Laura Franco (Un pastore). Un’ultima menzione di merito per il Coro, diretto da Ulisse Trabacchin, nonché per i Piccoli Cantori Veneziani, ben istruiti da Diana D’Alessio.  Nume tutelare della serata il Maestro Daniele Callegari, che ha trovato i tempi giusti e ha saputo valorizzare le innumerevoli raffinatezze di una partitura, ammirata da Schönberg e Berg, che rimane tra le più rappresentative del teatro musicale novecentesco. Giustamente lento e marcato l’incipit, costituito dal Tema di Scarpia, pregevole l’accompagnamento orchestrale in “Recondita armonia” come in “Vissi d’arte”, ancora grazie a oculate scelte dinamiche e agogiche, che hanno permesso di cogliere ogni particolare. Il che è avvenuto anche nelle scene d’insieme, in primis il Te Deum. In ottima forma l’orchestra. Scroscianti applausi alla fine e, in particolare, ovazioni per gli interpreti dei i ruoli principali e per il direttore.

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