Il centenario di “Cabiria” alla RAI di Torino

Il centenario di “Cabiria” alla RAI di Torino

Torino, Auditorium RAI “Arturo Toscanini”
“Il suono delle immagini” – Capolavori del cinema muto con l’Orchestra Sinfonica della RAI
Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI
Direttore Timothy Brock
Baritono Mauro Borgioni
Coro Maghini
Maestro del coro Claudio Chiavazza
“CABIRIA”
(1914) di Giovanni Pastrone
Musiche di Ildebrando Pizzetti (Ouverture. Sinfonia del fuoco) e di Manlio Mazza
Restauro della partitura e adattamenti di Timothy Brock
Torino, 17 giugno 2014
«Il filosofo Wittgenstein scrisse di aver riso quando sentì qualcuno osservare quanto mirabili dovessero apparire i fulmini agli uomini primitivi, come se oggi fossero meno straordinari. Così è per un film come Cabiria, che non richiede nessuna particolare indulgenza o spiegazione». Con queste parole Martin Scorsese tronca ogni possibile considerazione ironica sul valore tematico ed estetico di un celebre lungometraggio, che nel 2014 compie esattamente cento anni. Ma non di solo cinema si deve parlare, perché l’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI ha voluto celebrare degnamente l’anniversario a Torino, diventando protagonista di una proiezione dell’opera di Giovanni Pastrone accompagnata dall’esecuzione della partitura originale, per baritono, coro e grande orchestra, firmata da Ildebrando Pizzetti e Manlio Mazza; l’OSN RAI, dunque, diretta da uno specialista dell’accompagnamento filmico come Timothy Brock, ha offerto un articolato concerto, protrattosi ininterrottamente lungo le tre ore abbondanti della durata della pellicola. Il Maestro Brock, responsabile del restauro e dell’adattamento della partitura, ha eseguito la Sinfonia del fuoco di Pizzetti, composta quale sontuosa ouverture corale, e mediazione musicale tra l’idea poetica alla base del film e la sua realizzazione visiva e drammatica. Ma l’evocazione dell’aspetto letterario porta immediatamente con sé il nome di Gabriele d’Annunzio quale eccezionale estensore delle didascalie (nonché creatore dei nomi dei personaggi), a complemento della sceneggiatura di Pastrone. Una presenza, quella di d’Annunzio, solitamente considerata ingombrante, pervasiva, trattata per lo più con malcelata insofferenza: oltre al cartiglio conclusivo («Or chi canta le guerre puniche? Chi si rammemora di Capua e del Metauro? Chi d’Utica e di Zama? / Non io fui vinto da cavalieri, non da fanti, non da navi: ma da una novissima forza che scaglia dardi per gli occhi…»), chi ha avuto modo di vedere Cabiria ricorderà certamente l’immagine finale del Vate, che suggellava la pellicola quale autentico deus ex machina. In realtà il restauro del 2006 a cura del Museo Nazionale del Cinema di Torino ha espunto l’iconografia personalistica del poeta, risalente a edizioni successive a quella originaria (l’ultima apocrifa, basti dire, è del 1931).
Che il centenario di Cabiria fosse celebrato presso l’Auditorium RAI “Arturo Toscanini” di Torino era destino inesorabile; cento anni fa, infatti, il 18 aprile 1914, l’opera fu proiettata per la prima volta e commentata musicalmente all’interno del Teatro Vittorio Emanuele, poi divenuto Teatro del Popolo, poi abbattuto per lasciare spazio a nuova costruzione, proprio quella dell’attuale Auditorium RAI. Cabiria dunque è rinata esattamente dove nacque al mondo un secolo fa (la première fu in realtà duplice, come usava all’epoca, in contemporanea con il teatro Lirico di Milano). Dal 1914 la piccola bambina bionda rapita dalle falde dell’Etna, le gesta di Maciste, il fuoco di Moloch, quello dell’estro dannunziano e quello della sinfonia pizzettiana sono diventati leggenda sul film e sulla sua lavorazione. «Cabiria può considerarsi, sotto un certo aspetto, un lussuoso catalogo di profezie cinematografiche. Sui suoi fotogrammi è registrato tutto il programma avvenire del cinematografo»; così si legge al cap. XXXIV dell’anonima Vita laboriosa e geniale di Giovanni Pastrone (1935). Tra il 1913 e il 1914 il regista riuscì in effetti a realizzare un kolossal ante litteram; si può anzi affermare che Cabiria sia all’origine di tutt’un filone di cinema grandioso, di «componimenti misti di storia e di invenzione» (Manzoni docet), poiché unisce le piccole o grandi storie individuali (create dall’immaginazione), come quelle di Cabiria, Fulvio Axilla e Maciste, alla Storia (grande e maiuscola per definizione) degli illustri eroi, come Annibale e Scipione, Sofonisba e Massinissa, Siface e Lelio, Archimede e Marcello. Di ricorrenza in ricorrenza, anzi, si potrebbe azzardare ancora che la storia di Roma (come Livio scrive, che non erra) e delle potenze vicine e nemiche, Cartagine ed Egitto in primis, abbia sostanziato almeno mezzo secolo di cinema internazionale, appunto dalla Cabiria di Pastrone e d’Annunzio alla Cleopatra di Joseph L. Mankiewicz (di cui il 2013 ha celebrato il cinquantenario). Il pionieristico prodotto dell’Itala Film determina poi la vocazione alla grandeur americana, se è vero che David W. Griffith abbia prodotto la sua monumentale Intolerance per gareggiare con Cabiria (e trait d’union a posteriori sarà dunque un film garbato e amabilmente archeologico come Good Morning Babilonia dei fratelli Taviani, ancor più delle felliniane Notti di Cabiria).
Ma la musica, che è anche quanto di più soggetto all’evoluzione del gusto e delle tendenze esecutive? che dire della musica?
Il film è infatti per eccellenza consegnato a un ‘movimento’ (il kinema, appunto) sempre uguale, in cui nulla più può mutare, mentre la musica eseguita dal vivo è la componente vitale, che permette la compartecipazione vera degli spettatori a quanto si proietta sulla parete bianca. Anche la musica nata per Cabiria costituisce una sorta di archetipo nella cultura cinematografica italiana: da un lato coinvolge il musicista che con d’Annunzio avrebbe collaborato a lungo in seguito, ossia Pizzetti (del 20 marzo 1915 è la prima scaligera della loro Fedra; ma del rapporto tra Pizzetti e il cinema vanno ricordati altri tre importanti esiti: le musiche per Scipione l’Africano di Carmine Gallone, del 1937, per I Promessi Sposi di Mario Camerini, del 1941, e ancora per Il mulino del Po di Alberto Lattuada, del 1949), dall’altro si affida a un abile rapsodo della tradizione, come Mazza, ottimo conoscitore delle tradizioni nazionali e non, per giunta buon strumentatore, in grado di cucire sulle migliaia di metri di pellicola decine di brani musicali più o meno celebri, senza dubbio pertinenti allo spirito emotivo della scena, comunque riadattati alle esigenze filmiche. Perché il lavoro musicale più imponente e minuzioso è sicuramente quello di Mazza, non già di Pizzetti, che opera svincolato dai ritmi e dalle inevitabili limitazioni imposti dalla pellicola; Mazza ebbe il compito di commentare ogni scena, minuto per minuto, mentre Pizzetti dovette musicare l’invocazione – anch’essa scritta da d’Annunzio – al dio fenicio Moloch, cui la piccola Cabiria è votata in sacrificio.
Molti i brani celebri rielaborati da Mazza: dalla gluckiana Danza degli spiriti beati alle mendelssohniane Ebridi; ed è un piccolo colpo di genio aver abbinato alla sequenza di Annibale che valica le Alpi con gli elefanti al seguito (scena girata nelle valli di Lanzo, in provincia di Torino, dove si suppone che davvero Annibale sia passato) i ballabili del rossiniano Guillaume Tell, ripetutamente scanditi dal corno delle Alpi. A questo proposito il lavoro di regia musicale di Timothy Brock va apprezzato ancora di più di quello direttoriale, poiché nemmeno in occasione della proiezione della copia restaurata al Teatro Regio di Torino nel 2006 alla partitura era stata riservata tale e tanta attenzione; al contrario, in quell’occasione risultarono vistose le mancanze e le sfasature tra progressione visiva e commento musicale. E per questo Brock ricevette l’incarico di restaurare ex novo la partitura, con l’obbiettivo di avvicinarsi il più possibile alla corrispondenza immagini/suoni che aveva caratterizzato la prima del 1914. Con tutta la sua esperienza di compositore e di specialista nel restauro di partiture nate per il cinema, Brock è riuscito nell’opera improba: ridare a tutte le sequenze dei cinque episodi in cui Cabiria si articola le loro musiche originali, con le riprese, le ripetizioni, le variazioni, le clausole imposte dai tempi di scorrimento dei fotogrammi. Poi va elogiato anche il Brock direttore d’orchestra, alla guida dell’OSN RAI: piglio militaresco, grazia danzante, ritmi incalzanti si avvicendano con proprietà e buon gusto; gli orchestrali rispondono sempre adeguatamente, anche se nell’ultima ora della corvée (wagneriana, per durata e per intensità delle richieste esecutive) alcuni strumentisti accusano qualche più che giustificabile segno di stanchezza.
Ottimo il Coro Maghini, preparato da Claudio Chiavazza: si ascolta soltanto prima dell’inizio della proiezione, insieme al baritono Mauro Borgioni, tutti impegnati nella Sinfonia del fuoco di Pizzetti. Borgioni è cantante dalla voce bene impostata, tutta protesa in avanti; con una dizione molto nitida e un porgere potente si è rivelato perfettamente convincente. Come tutto quanto, del resto, e come i calorosi applausi del pubblico, al termine dell’Ouverture, delle prime due parti, e poi alla fine, hanno fatto intendere: l’emozione di assistere alla proiezione di un capolavoro della storia del cinema accompagnata da grande musica è talmente rara da risultare ogni volta meravigliosa. Le immagini finali di Cabiria e di Fulvio Axilla in viaggio per mare verso l’Italia, con Maciste pronubo che suona il flauto di Pan, resteranno nella memoria anche perché con esse ritorna un’ultima volta il tema iniziale – marino e mitologico quant’altri mai – delle Ebridi di Mendelssohn.  Fotografie Michele Rutigliano

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