Christoph Willibald Gluck: “L’innocenza giustificata”

Christoph Willibald Gluck: “L’innocenza giustificata”

 Entrato in modo più sistematico all’interno della macchina culturale esistente attorno alla corte viennese e ai bisogni di celebrazione e auto-rappresentazione della dinastia asburgica Gluck si trovò con frequenza ad affiancare alle composizioni destinate al teatro tutta una serie di lavori d’occasione la cui importanza non deve mai essere sottovalutata nel quadro della cultura musicale del XVIII secolo; non è inopportuno ricordare che fu proprio in un’occasione di questo tipo, quella in cui videro la luce “Le cinesi” ad aprire stabilmente gli ambienti di corte allo stesso Gluck. In occasione dei festeggiamenti in onore dell’imperatore Francesco I fu commissionata a Gluck la composizione de “L’innocenza giustificata” che risultò per impegno e dimensioni una composizione al limite delle caratteristiche del genere e molto prossima alle forme della coeva opera seria, non è forse casuale che lo stesso Gluck tenderà negli anni a svincolarsi sempre più dalle costrizioni dei lavori d’occasione ritornandovi solo con la “Tetide” del 1760 e per un lavoro da camera come “La corona” destinato alle granduchesse di Casa Asburgo.
Anima di quest’iniziativa fu il conte Giacomo di Durazzo, dal 1754 direttore del Teatro di Corte e grande organizzatore della vita musicale viennese di quegli anni. Nonostante il Durazzo fosse noto come sostenitore e propugnatore dell’opera francese e come fervente oppositore del monopolio dell’opera seria metastasiana in Austria il libretto de “L’innocenza giustificata” si richiama apertamente a quest’ultima tradizione. Non solo si recuperano i moduli classici del genere – soggetto tratto dall’antichità classica, successione abbastanza regolare di arie e recitativi cui si aggiungono un duetto e una più originale concezione del finale – ma il Durazzo si limitò a scrivere i recitativi di raccordo mentre tutte le arie sono tratte da opere dello stesso Metastasio senza neppure significativi aggiustamenti ma sfruttando la loro valenza astratta che ne permetteva il riuso in contesti anche molto diversi da quelli per cui erano state originariamente pensate, unica eccezione l’arietta di Claudia inserita nel corso del finale (parte 1, scena 7) “Ah, rivolgi” l’unica uscita dalla penna del Durazzo.
Stando a quando sostiene il musicologo Ingo Dorfmüller nelle note di accompagnamento alla più recente edizione discografica disponibile in questo lavoro di collage si dovrebbe vedere in questa scelta un’esplicita ironia del Durazzo nei confronti di Metastasio finalizzata a rendere evidente la possibilità di riuso infinito dei testi del cesareo poeta e quindi la loro totale mancanza di valore drammaturgico. Decisamente originale doveva risultare – stando sia alle indicazioni del testo sia a quanto si conosce della prima rappresentazione – l’impianto scenico e per certi versi registico se questo termine può adattarsi al mondo settecentesco – concepito dallo stesso Durazzo per l’occasione con l’insolita scena finale di Claudia che da sola traina la nave incagliata, soluzione sicuramente originale e molto probabilmente già divertente per il pubblico dell’epoca.    Durazzo era convinto ammiratore di Gluck e non stupisce sia stato lui il compositore chiamato per l’occasione. La musica mostra un atteggiamento bifronte nei confronti del genere, se da un lato il musicista si mantiene all’interno delle forme proprie del genere definito al tempo “opera serenata” propendo una composizione dai toni più smorzati e malinconici rispetto all’opera seria, dall’altro appare evidente come le convenzioni più rigide comincino a rappresentare per Gluck una griglia sempre più stretta nei confronti della quale si cercano possibili vie di fuga; in alcuni punti viene a cadere la rigida divisione fra arie e recitativi – come nel momento che precede il duetto fra Claudia e Flavio “Va, ti consola” (parte II, scena I) con il recitativo accompagnato che scivola nel duetto vero e proprio senza soluzione di continuità oppure tendono ad incrinarsi alcuni moduli formali come nei casi in cui compositore sceglie di concludere l’aria nel punto in cui sarebbe dovuta esserci la ripresa con un effetto sicuramente straniante per il pubblico dell’epoca a cui Gluck aveva già fatto ricorso ne “Le cinesi”.
La registrazione
“L’INNOCENZA GIUSTIFICATA”
Festa teatrale in  due parti di Giacomo Durazzo con testi di Pietro Mestastasio.
Prima rappresentazione: Vienna, Burgtheater, 8 dicembre 1755
Claudia, vergine vestale María Bayo (soprano)
Valerio, console romano Andreas Karasiak (tenore)
Massima Flaminia, Sorella di Claudia, Sacerdotessa della Dea Vesta Marina De Liso (mezzosoprano)
Flavio, cavaliere romano Verònica Cangemi (soprano)
Chor Werk Ruhr (Maestro del Coro Wolfgang Kläsner)
Cappella Coloniensis
Direttore Christopher Moulds
Registrazione: Studio Stolberger Strasse, Colonia 20-24 settembre 2003.
Parte prima
Nella dimora delle vergini vestali, il Console Valerio (tenore) e il giovane cavaliere Flavio (soprano) sono in attesa di essere ricevuti dalla vergine Massima Flaminia (mezzosoprano). Flavio continua a rassicurare il Console che la sua amicizia con Claudia (soprano), una delle vergini vestali, è puramente platonica, fino a quando, alla fine, Valerio lo manda via. Valerio racconta a Flaminia delle accuse degli àuguri nei confronti di Claudia, la sorella di Flaminia: Claudia è accusata di aver dissacrato il tempio poiché ha lasciato che il fuoco sacro si spegnesse e poiché ha una relazione amorosa con Flavio. Flaminia, a sua volta, accusa il Console di usare Claudia come capro espiatorio per la punizione divina abbattutasi su Roma a causa della generale decadenza morale della città. Le sue proteste per l’innocenza di Claudia sono vane: sua sorella deve presentarsi davanti al Senato per difendere la sua reputazione. Claudia, da parte sua, insiste con Flaminia di amare Flavio come un fratello. Mentre Flaminia diventa sempre più ansiosa circa il futuro della sorella, Claudia confida nell’aiuto degli dei.
Parte seconda    
All’entrata del Senato, Flavio esprime la sua volontà di salvare Claudia. Quest’ultima lascia l’aula del Senato dopo la sua deposizione certa di aver convinto i senatori della sua innocenza. Prega Flavio di non comprometterla ulteriormente con la sua presenza. Flavio promette di aiutarla provocando una rivolta a Roma. Claudia lo allontana, ma la sua disperazione l’ha contagiata e confessa a Flaminia di aver paura. Il Senato delibera e Valerio annuncia a Claudia che è stata condannata a morte e la sollecita a sacrificarsi per il benessere di Roma. Claudia acconsente di buon grado. Flavio porta notizia del fatto che la nave che trasportava la tanto attesa statua della Madre Idaica si è arenata nel mezzo del Tevere. Claudia si offre di condurre la nave in porto da sola per provare la sua innocenza. Claudia sottolinea con Flavio e Flaminia che confida nell’aiuto degli dei. Nel frattempo, i Romani cercano inutilmente di spingere la nave verso la riva e rabbiosamente chiedono che Claudia venga giustiziata. Claudia cammina nell’acqua e, cantando una preghiera alla dea, lentamente conduce a riva la nave con l’aiuto della sua cintura. Valerio le chiede perdono e il popolo gioisce del rinnovato favore dimostrato dagli dei. La scrittura orchestrale di Gluck, ormai prossima a quella che sarà caratteristica delle opere riformate viene resa con proprietà dalla Cappella Coloniensis sotto la guida attenta e precisa di Christopher Moulds. La compagine renana presenta un suono ricco e pieno caratterizzato da una buona cantabilità e capace all’occasione del giusto abbandono armonico. Un’esecuzione che rappresenta – specie considerando la data di incisione – un ottimo compromesso fra la pulizia di suono di un’orchestra tradizionale e un approccio stilisticamente filologico ma privo di certi eccessi che ancora caratterizzavano la prassi esecutiva all’inizio degli anni duemila. La scrittura vocale prevista di Gluck non si discosta in linea di massima dai modi tipici dell’opera seria anche se si riconosce una precisa volontà di concentrare il livello espressivo su un tono più intimo e raccolto considerato più congeniale al genere dell’opera-serenata così come una più intensa attenzione all’espressione dei sentimenti in cui si riconoscono i prodromi della riforma che prenderà il volo negli anni seguenti. Dal punto di vista della divisione dei ruoli troviamo un numero ridotto di parti –soli quattro solisti – com’era convenzione in questo genere spettacolare cui si aggiunge la presenza del coro, usato parcamente e solo nel finale ma importante per la riuscita complessiva di questa scena di concezione decisamente originale – e la prova del Chor Werk Ruhr e al riguardo pienamente convincente.
La parte della protagonista – Claudia – mostra in modo chiarissimo le particolarità di quest’opera. La grande aria “Guarda pria in questa fronte (parte I, scena 3) – il testo è tratto dall’”Ezio” – unisce una vocalità decisamente virtuosistica con passaggi di coloratura da eseguire a velocità alquanto sostenuta e accompagnati da ampi scarti di registro ma questo avviene sempre all’interno di un universo espresso dominato da atmosfere di taglio patetico e anche i più impervi passaggi di coloratura non vengono mai a contrastare con la predominanza della linea melodica ribadita dal basso continuo e caratteristiche analoghe presenta il successivo momento solistico della protagonista “La meritata palma” (parte II, scena 5) questa volta il testo è tratto da “La pace fra la virtù e la bellezza”. Si discosta invece da questo taglio predominante la cosiddetta arietta della scena 7, di fatto un intervento solistico all’interno della scena finale – unica aria su testo appositamente scritto da Durazzo – in forma di preghiera e di gusto ormai pienamente neoclassico. Nell’incisione il ruolo è affrontato dalla spagnola María Bayo, cantante dal bel timbro sopranile morbido e timbrato soprattutto nelle zone mediane della tessitura. La coloratura è sciolta e perfettamente dominata sia sul piano tecnico che su quello espressivo e l’interprete è sempre molto partecipe e intensa; di contro si notano alcune durezze sugli estremi acuti e un’intonazione non sempre inappuntabile ma nell’insieme la resa del personaggio può dirsi compiuta. Giusta differenziazione fra le due parti sopranili si ha con Veronica Cangemi chiamata ad interpretare il ruolo en-travesti di Flavio così che il duetto che apre la seconda parte “Va, ti consola” (parte II, scena 1) tratto da “Zenobia” presenta la giusta differenziazione timbrica ed espressiva pur all’interno di una perfetta fusione con la linea melodica. La Cangemi affronta inoltre molto bene l’intera opera cantando con grande precisione e abbandono interpretativo la nobile parte del giovane romano. L’aria di sortita “D’arte nubi” (parte I, scena 1) – da “Didone abbandonata” – richiede un settore centrale molto solido e grande facilità nel canto di coloratura, tutte componenti che si ritrovano pienamente nel canto del soprano argentino.
La citata aria di Flavio presenta un’orchestrazione molto ricca e caratterizzata da interessanti effetti sonori, componenti che si ritrovano anche in quella di Valerio “Quercia annosa” (parte II, scena 3) in cui si assiste ad una resa del vento decisamente molto riuscita; quest’aria nel tono marziale e nel richiamo alla tradizione delle arie di tempesta fornisce anche un interessante elemento di variazione espressiva rispetto al clima generale dell’opera mentre la precedente aria del tenore “Sempre maggior del vero” (parte I, scena 2) – da “Attilio Regolo” – vi rientra maggiormente e si caratterizza per un canto di coloratura non estremo ma comunque impegnativo. Nella presente incisione il tenore Andreas Karasiak canta con stile e proprietà – fatta salva qualche insicurezza nei passaggi più impegnativi della prima aria sulle parole “dal timor” – ma il timbro è alquanto anonimo e non troppo attraente e la pronuncia italiana spesso problematica con conseguente perdita di naturalezza nei recitativi. Completa il quartetto vocale la vestale Flaminia affidata ad una voce di mezzosoprano. La scrittura vocale permette una buona differenziazione con Claudia cui resta legata da un ambito espressivo simile dominato da tinte di melanconico lirismo. Posta alla chiusura della prima parte l’aria “A giorni suoi la sorte” (parte I, scena 4) con flauti obbligati presenta un andamento di carattere disteso alternato ad improvvise accensioni che accompagnano la frase “S’ella da me s’invola” per poi ritornare al tema dominante. Con la sua piacevole voce di mezzosoprano chiaro e l’ottima impostazione tecnica Marina De Lisio offre di questo brano – che di fatto riassume l’intero ruolo – una lettura più che convincente.

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