Bergamo Musica Festival 2014: “Betly”

Bergamo Musica Festival 2014: “Betly”

Teatro Sociale – Bergamo Musica Festival 2014
“BETLY”
Opera comica in un atto di Gaetano Donizetti
Versione originale con i dialoghi (Napoli 1836)
Musica di Gaetano Donizetti
Betly LINDA CAMPANELLA
Daniele ANGELO SCARDINA
Max VITTORIO PRATO
Orchestra e Coro Bergamo Academy e Bergamo Musica Festival
Direttore Giovanni Battista Rigon
Maestro del coro Fabio Tartari
Regia Luigi Barilone
Scene Luca Dalbosco
Costumi Alfredo Corno
Luci Renato Lecchi
Nuova produzione Fondazione Donizetti
Bergamo, 27 settembre 2014

Fresca e frizzante, ecco i due aggettivi che meglio descrivono questa Betly, breve opera di carattere bucolico, rappresentata nella sua originale versione in un singolo atto sul palcoscenico del Teatro Sociale di Bergamo.
Gaetano Donizetti, oltre ad averne composto la musica, firma anche il libretto, comprensivo dei dialoghi che inframezzano i sette numeri musicali.
L’argomento – una variazione sul tema dell’Elisir d’amore – per quanto improbabile, è assai gradevole. Betly, fanciulla risoluta e molto indipendente, vive in piena libertà nella propria capanna in Svizzera. La giovane incontra le attenzioni di un ragazzotto benestante del luogo, lo sprovveduto Daniele, il quale fantastica da tempo sulla possibilità di coronare il suo sogno d’amore. Gli altri abitanti del villaggio decidono di divertirsi organizzando una burla ai danni del malcapitato e così gli fanno recapitare un’esplicita, ma fasulla lettera d’amore firmata da Betly. L’ingenuo Daniele, al settimo cielo, fa preparare un contratto di matrimonio con cui si precipita dall’amata, solo per scoprire, con sua grande delusione, che Betly, coerente con il proprio senso di autodeterminazione, non intende affatto maritarsi. Nel frattempo, giunge al villaggio, dopo ben quindici anni di assenza, Max, militare di professione, nonché fratello maggiore di Betly. Venuto a conoscenza della beffa, Max decide di aiutare Daniele a conquistare il cuore e la mano della sorella, escogitando a sua volta un trucchetto per far cadere Betly nella rete: presentandosi alla porta della capanna della sorella – la quale non riconosce il fratello a causa della lunga mancanza da casa – Max impone alla fanciulla di ospitarlo assieme a tutto il suo battaglione, di servirlo e riverirlo. Betly, a quel punto, invoca terrorizzata l’aiuto di Daniele, presenza ben più cara e rassicurante, affinché la possa proteggere da una tale invasione e, quando Max incomincia a fare pericolose allusioni al fatto che Betly sia una donna ancora libera e perciò disponibile, la ragazza controbatte opponendo il famoso contratto di matrimonio che ipoteticamente la legherebbe a Daniele. La risoluzione della storia è presto detta: Max comprende il sentimento nascosto di Betly nei riguardi di Daniele e, svelando finalmente la propria identità, sigla, in qualità di tutore della sorella, il certificato di nozze dando il via ai festeggiamenti per l’esito felice dell’intera vicenda.
La prima assoluta dell’opera fu data al Teatro Nuovo di Napoli nell’agosto del 1836, ma lo scarso successo ottenuto convinse Donizetti a rimaneggiare il lavoro, ampliando il materiale in una versione in due atti, proposta l’anno successivo sempre a Napoli.
Nella realtà dei fatti, l’edizione in un solo atto, più concisa ed efficace nel risultato complessivo, si rivela come una piccola gemma, il cui ascolto evidenzia momenti davvero piacevoli. L’aria di sortita di Betly “In questo semplice modesto asilo”, con il suo stile d’ispirazione tirolese, la struttura semplice (ma non banale), la melodia orecchiabile, è una di quelle pagine che ci si ritrova ben presto a canticchiare. Ben scritto anche il duetto Daniele-Betly, di bella cantabilità, come pure l’aria di Max, la cui introduzione strumentale richiama clamorosamente l’ingresso di Belcore nell’Elisir.
Qui al Sociale in Città Alta, la bacchetta di Giovanni Battista Rigon rende la partitura donizettiana un poco pesante, qua e là, ma la tenuta dell’orchestra e del coro (davvero molto buona la prestazione di quest’ultimo) sono entrambe di una sicurezza ammirevole.
Linda Campanella disegna una Betly di compiuta autorevolezza vocale, grazie ad una serietà professionale che oggigiorno s’incontra sempre più raramente nel teatro d’opera. Il presupposto su cui si basa la riuscita della sua performance sta tutto in una carriera condotta con l’autoconsapevolezza dei propri punti di forza, ma soprattutto, dei propri limiti: qualità, questa, che alla resa dei conti – e non solo in campo musicale – paga sempre. Nonostante un paio di estremi acuti non perfettamente centrati (il mi naturale che corona la chiusa della prima aria, ad esempio), il soprano savonese si destreggia nella scrittura del personaggio con una tale eleganza, sciorinando agilità impeccabili (splendidi i trilli veloci del rondò conclusivo), variando con gusto i daccapo, che viene di fatto il desiderio di riascoltare immediatamente dal principio ciascuno dei brani che la Campanella esegue; il tutto condito con un atteggiamento scenico rilassato e sorridente nonchalance. Il tenore Angelo Scardina (Daniele) riscatta un senso musicale non troppo rifinito con acuti che vanno dritti al segno, do compreso; è inoltre molto versato nella recitazione, come dimostrano i dialoghi sempre comprensibili ed espressivi. Vittorio Prato, nei panni del fratellone, ha voce di baritono chiaro sostenuta da un’emissione corretta e da una buona musicalità che gli consentono di realizzare il personaggio in modo soddisfacente dal punto di vista vocale; scenicamente il suo Max convince non solo grazie alla bella presenza, ma soprattutto per la spigliatezza attoriale.
Luigi Barilone, regista dello spettacolo, trasporta l’ambientazione dalla semplicità dei villaggi alpini dell’Ottocento all’atmosfera più chic e retrò degli anni venti del secolo scorso. Betly, in perfetto look “frangia e charleston” diventa la proprietaria di un hotel di lusso, nel Cantone di Appenzel, luogo dove l’alta borghesia di quell’epoca ama trascorrere le vacanze. Daniele, dal canto suo, incarna alla perfezione certi damerini da cartolina, mentre Max indossa una divisa cangiante ed immacolata che allontana qualsiasi aspetto soldatesco per farlo somigliare piuttosto ad un membro di quei circoli sportivi per soli uomini, tanto snob, d’inizio Novecento. Il lavoro di preparazione fatto sulla gestualità di tutti i personaggi appare evidente e concorre all’esito positivo della messa in scena, cui soltanto nuoce la povertà degli elementi d’arredo (due divani e qualche tavolino da bar), mentre sullo sfondo passano interessanti riproduzioni di immagini e slogan pubblicitari dei mitici “anni ruggenti”. Foto per gentile concessione del Bergamo Musica Festival

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