Christoph Willibald Gluck: ” Le cadì dupè”

Christoph Willibald Gluck: ” Le cadì dupè”

” Le cadì dupè” (1761)
I soggetti alla turca godevano di particolare fortuna a Vienna. L’impero asburgico era in prima linea nello scontro con gli Ottomani nei Balcani e la minaccia turca più volte profilata fino quasi alle porte di Vienna aveva creato nel pubblico viennese un interesse per il mondo turco e per le sue tradizioni anche musicali, inoltre l’immagine dello stesso che traspariva da queste opere – in genere di carattere buffo o comunque leggero – serviva in qualche modo ad esorcizzarne la paura. Non è un caso che una volta definitivamente tramontata la minaccia ottomana i soggetti alla turca passeranno totalmente di moda per scomparire quasi del tutto con il nuovo secolo mentre Vienna verrà travolta da una nuova moda all’ungherese forse non casualmente da collegare alle situazioni critiche rappresentate dalle rivolte magiare nella prima metà del XIX secolo.
Le opere alla turca si caratterizzavano soprattutto per alcune soluzioni timbriche e cromatiche date dall’uso degli strumenti caratteristici delle fanfare dei giannizzeri – di fatto la sola musica autenticamente turca conosciuta in occidente – quasi flauto piccolo, triangolo, grancassa, timpano con cui il pubblico moderno ha famigliari per l’uso che Mozart nel fa nel “Die Entführung aus dem Serail” ma che ritroviamo già pienamente definiti in questo lavoro di Gluck.  Gluck piega questi elementi di colore locale all’interno delle modalità espressive proprie del vaudevilles caratterizzato da arie di brevi dimensioni, dalla scrittura lineare e priva di grandi difficoltà sul piano strettamente vocale – queste opere era destinate a cantanti attori capaci di districarsi in entrambe le forme espressive e non ad autentici virtuosi del canto – caratterizzati da linee melodiche coinvolgenti e sostenuti da un accompagnamento orchestrale brillante e vivace.
La partitura ha vissuto numerose tribolazioni, andata a persa la stesura originale nel 1878 Fritz Krastl e Johann Nepomuk ricostruirono una propria versione partendo da una riduzione per solo pianoforte ed in questa versione ricostruita l’opera ha avuto una per altro limitatissima circolazione nei decenni seguenti. Solo in seguito una partitura completa è stata ritrovata negli archivi dell’Opera di Amburgo fornendo un’idea più precisa della concezione di Gluck, manca a tutt’oggi non solo un’edizione critica ma anche un’esecuzione anche solo lontanamente attendibile.
“Le cadì dupé” (Der betrogene Kadi)
Opéra-comique in un atto su libretto di Pierre René Le Monnier, versione tedesca di Johann André.
Prima rappresentazione: Vienna, Burgtheater, 8 dicembre 1761
Le Cadì  Walter Berry (basso-baritono)
Fatime, sua moglie Anneliese Rothenberger (soprano)
Zelmire  Helen Donath (soprano)
Nuradin  Nicolai Gedda (tenore)
Omar, tintore Klaus Hirte (baritono)
Omega, sua figlia   Regina Marheineke (soprano)
Coro e orchestra della Bayerischen Staatsoper – München
Direttore Otmar Suitner 
Maestro del coro  Wolfgang Baumgart   
Registrazione:luglio 1974 – Bürgerbrau München
La trama
Con un tono  triste, Fatime (soprano) comincia la sua aria ( “Ach, wie sindwir zu beklagen…”). Ha delle buone  ragioni per affligersi. Suo marito, il potente e arrogante Cadì (basso-baritono), vuole prendere un’altra moglie, ovvero la bella Zelmire (soprano), che non aveva mai visto. Quest’ultima, tuttavia, aveva respinto la sua proposta e lui si era vendicato facendo in modo che un giovane, Nuradin (tenore),  che aveva perso tutte le sue fortune, diventasse figlio di  un ricco mercante di Damasco di sua conoscenza e sposarla. Aveva quindi reso Zelmire la moglie di un accattone. In realtà Nuradin aveva fatto credere al Cadì di essere un povero derelitto, ma invece – essendo innamorato di Zelmire – lo aveva ingannato. Zelmire vuole vendicarsi del malvagio Cadì, anche se  Nuradin non vorrebbe. Zelmire invece è più che mai decisa nel suo intendo: Omega (soprano), la figlia deforme del tintore Omar (baritono), diventerà la moglie del Cadi.  Zelmire quindi si trasforma in Omega e inizia a sedurre il Cadì che, ovviamente  cade nella trappola (duetto: “Herr Kadi, was dünkt Sie von mir?…”).
Zelmire si rivela sempre più scaltra nel ruolo di Omega , raccontando al Cadi che il padre non vuole affatto che si sposi e perciò la tiene segregata e dice in giro che lei è la più brutta creatura del creato. Zelmire, si finge disperata e implora l’aiuto del  Cadì già completamente rapito dalla sua bellezza  e vuole sposarla subito. (Aria: “O seliger Tag für mig. Bald, Engel…”)
Omar viene condotto al cospetto del Cadì. Il povero tintore afferma di  penare non solo per la bruttezza della figli Omega, ma anche perchè ha una moglie terribile (aria: “Macht mein Weib mir saure…”). Omar rimane qundi sconvolto quando riceve la notizie che il ricco Cadì vuole sposare sua figlia. Non può essere vero. Ma quando il Cadì ignora tutti gli avvertimenti, il vero musulmano che sa fare affari emerge in Omar e viene concluso il contratto.
Nel frattempo, Fatime implora il marito (Aria: “O, du mein Trauter, sage mir…”) ma i suoi sentimenti si trasformano improvvisamente in odio quando il Cadì le annuncia freddamente il divorzio ( duetto “Treuloses Herz…” ). La situazione ovviamente precipita quando, al momento del matrimonio, il Cadì scopre la bruttezza della vera Omega che a sua volta si dispera (aria: “Ist dein Herz nicht mein …”). A questo punto si presentano Zelmire e Nureddin che rivelano la loro vera identità e la macchinazioni (“Sie wollen and’re hintergehen…”). Ovvio il lieto fine. Al  Cadi, beffato, non resta che  rimanere con la moglie, Fatime che, nonostante tutto, lo perdona (aria: “Daß wir zu nachgebend…” che confluisce nel finale: “Ungeteilt reine Liebe zu schmecken…”).
La registrazione
L’atteggiamento che può crearsi all’ascolto dell’unica incisione esistente di quest’opera è duplice. Dal punto di vista della correttezza stilistica e filologica infatti l’edizione risulta totalmente falsa. Se infatti ha almeno il merito di utilizzare la partitura nella versione ritrovata ad Amburgo e non il rifacimento ottocentesco di Krastl e Nepomuk al contempo risulta lontanissima da quelle che si possono immaginare le volontà dell’autore. La scelta di eseguire l’opera in traduzione tedesca anziché nell’originale francese ne falsa totalmente l’impianto soprattutto considerando lo strettissimo legame che sempre in Gluck unisce testo e musico e che qui viene completamente smarrito. Inoltre la direzione di Otmar Suitner alla guida dei complessi dell’Opera di stato bavarese ignora totalmente qualunque prassi filologica – e difficilmente avrebbe potuto essere diversamente considerando che l’incisione risale al 1974 quando la filologia musicale viveva i suoi primi vagiti – e rilegge Gluck secondo un gusto di stampo biedenmaier in cui l’esotismo della partitura si carica di colori più vicini a certe opere orientali di Weber che non a quelle delle turcherie settecentesche mentre il taglio complessivo dato all’esecuzione evoca più atmosfere alla Lortzing che il vaudevilles pre-rivoluzionario.
D’altra parte se si lasciano da parte per un momento le valutazioni sulla correttezza stilistica e sulla fedeltà alla volontà dell’autore l’ascolto in se si rivela pura meraviglia per merito di un cast che annovera alcune delle punte migliori dell’opera tedesca di quella generazione. Le due parti femminili di Fatime e Zelmire sono affidate a due soprani, il primo più lirico e corposo il secondo più leggero e brillante con una disposizione che ricorda quella delle coppie mozartiane Kostanze – Blonde e Pamina – Papagena. Morbida, luminosa, maliosamente femminile Anneliese Rothenberger è una Fatina stupenda nel canto di rara musicalità e nell’accento dolente ma sempre arricchito da una punta di intima vivacità, tanto l’aria di sortita “Ach, wie sind wir zu bekiangen” (n. 1) quanto quella del secondo atto “O, du mein Trauter” (n. 9) sono momenti di grande pienezza musicale ed è difficile immaginarli cantanti meglio di quanto faccia la Rothenberger.
Helen Donath (Zelmire) ha voce più leggera e meno ricca di armonici ma è straordinaria nel tratteggiare un personaggio viperino e spumeggiante, vero punto di snodo di tutta la vicenda. Se il duetto con Nuradin “Welch ein süßes Glück”(n. 3) ha qualche cosa già quasi di operettistico – anche in conseguenza del taglio dato dalla direzione – è impagabile quello con il Kadì “Herr Kadì, was dünkt Sie von mir?” (n. 4) in cui già si riconoscono le dinamiche di quello mozartiano fra Blonde e Osmin – tanto da chiedersi se il divino Amadé avesse avuto la possibilità di conoscere quest’opera -nel contrasto fra la personalità spumeggiante e di lei e quella quasi inebetita di lui, un Walter Berry perfetto al riguardo. Berry non è un autentico basso come sarebbe previsto per il Cadì quanto piuttosto un basso-baritono ma l’artista è straordinario nel tratteggiare un personaggio perfettamente compiuto nel suo diventar buffo non per smorfiette e gigionate ma nel rapporto musicale con gli altri personaggi. Ed eccolo come inebetito nel citato duetto con Zelmire; inutilmente autoritario in quello con Omar (n. 8), svettante nell’aria “O seliger Tag” (n. 6) dove l’orchestrazione acquisisce espliciti caratteri turcheschi. Pur nel breve ruolo di Nuradin – di fatto ridoto alla bella aria di sortita “Teure, lasse dich erflehen” (n. 2) e al successivo duetto con Zelmire (n. 3) – Nicolai Gedda sfoggia a pieno la propria voce di abbagliante luminosità e compattezza e le sue non comuni doti di musicista che ne hanno fatto uno dei maggiori tenori in senso assoluto del XX secolo. Klaus Hirte è decisamente tenorile nel ruolo baritonale di Omar risultando in certi passaggi perfino più chiaro di Gedda ma questo gli permette di ottenere un buon contrasto timbrico con il baritonale Cadì di Berry nel duetto “Ach leider, muß ich’s klagen” (n. 8). Completa il cast la buona prova di Regina Marheineke nel ruolo di Omega, la figlia di Omar. A questo punto ci si può chiedere quanto tutto questo corrisponda all’effettiva volontà di Gluck e alle caratteristiche autentiche della partitura. Probabilmente molto poco ma per una volta ci si può abbandonare al semplice piacere dell’ascolto lasciando per un momento da parte le ragioni della filologia e dello stile.

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