Christoph Willibald Gluck: “Alceste”

Christoph Willibald Gluck: “Alceste”
Christoph Willibald Gluck (Erasback, Alto Palatinato 1714 – Vienna 1787)
Il rifacimento francese di “Alceste” ha nell’esperienza artistica di Gluck un ruolo centrale.
Chiamato a ritornare su quella che era stata l’opera manifesto della riforma portata avanti negli anni viennesi, il compositore attua una revisione radicale della partitura – molto più profonda di quella di cui era già stato oggetto “Orfeo ed Euridice” – tanto che l’opera, andata in scena il 23 aprile 1776, si può considerare un lavoro in gran parte diverso dalla precedente versione ed in qualche modo segna una presa di distanza dalle posizioni più ideologicamente estreme portate avanti a Vienna a favore di un rapporto più vivo e meno teorico con la realtà teatrale.
Fin dall’apertura si nota un radicale intervento sull’orchestrazione: il rigore assoluto della versione italiana, tutta costruita su compatti blocchi sonori all’interno del quale le modifiche dinamiche procedevano per elementi minimi in un processo di ininterrotta continuità, si è fatto molto più vivo e teatrale con una ricchezza e varietà di colori e ritmi orchestrali decisamente più coinvolgenti e, se l’entrata di Alceste con recitativo seguito dall’aria “Grand Dieux! Du destin que m’accable” non ha forse l’asciutta ma nobilissima efficacia di “Popoli di Tessaglia”, l’intera struttura dell’atto presenta un progressivo crescendo di tensione che raggiunge il proprio apice in “Divinité du Styx”, non superiore in sé alla versione italiana “Ombre larve”, ma resa tale dalla preparazione progressiva di cui è oggetto.
Nel secondo atto prosegue lo stesso taglio visto nel primo: concentrazione drammaturgica da un lato – i festeggiamenti per la guarigione di Admeto sono ridotti a pura introduzione – ed arricchimento della scrittura e delle sue specifiche possibilità espressive dall’altro. Di fatto l’intero atto si presenta quasi come un unico, grandioso duetto che per proporzioni e intensità supera tutto quanto si fosse composto fino a quel momento al riguardo ed apre decisamente la strada alle possibilità drammatiche che questo elemento formale verrà ad avere con il nuovo secolo. Si tratta di una struttura estremamente libera e dinamica in cui si alternano declamati più o meno melodici, momenti di autentico canto, passaggi a due, momenti solistici in forma di ariosi se non di autentiche arie; il tutto piegato ad una forza espressiva crescente fino alla disperata esplosione di Admeto, “Barbare! No, sans toi je ne puis vivre” cui segue la chiusura dell’atto con l’apparire delle voci infernali e l’ultimo monologo della regina.
Appare invece meno ispirato il nuovo III atto che modifica sensibilmente sul piano drammaturgico il finale originario. E se il monologo di Alceste con gli spiriti infernali riproduce uno dei momenti migliori della versione italiana, così come il duetto fra questa ed Admeto, e l’introduzione del personaggio di Ercole è teatralmente debole, la  figura di Alcide con i suoi tratti quasi comici si adatta poco al clima generale dell’opera; ancor di più la sua aria “Au pouvoir de la mort” su un tema preso dall’ormai lontano “Ezio” è  stilisticamente fin troppo stridente. La successiva  scena del combattimento fra Ercole, questi e Thanatos è musicalmente efficace, soprattutto sul piano strumentale (così come lo doveva essere sul piano meramente rappresentativo), ma drammaticamente  è alquanto superficiale e non raggiunge l’effetto di intensità espressiva della versione italiana.
Questa duplicità di risultati è la causa principale della prassi invalsa fino a tempi relativamente recenti di presentare una versione di compromesso in cui si univano i primi due atti della versione francese – di solito in una traduzione italiana – e il terzo dell’originale viennese. È in questa versione ibrida che l’opera ha avuto una parziale riscoperta negli anni 50-60 – da ricordare le edizioni con Maria Callas e Leyla Gencer – e, se oggi in clima di rigore filologico questa ipotesi sarebbe improponibile, è innegabile che non mancasse di ragioni musicali e teatrali a proprio favore.
La trama
Viste le significative differenze rispetto alla versione italiana si sceglie di presentare il riassunto completo anche di questa versione
Atto I
Quadro I. Il Palazzo reale di Fere. Il popolo è riunito di fronte al palazzo e prega per la guarigione del re Admeto, la cui salute continua a peggiorare e che sembra prossimo ad abbandonare la vita; un araldo annuncia come ormai prossima la morte del re gettando lo sgomento nel popolo. La regina Alceste, moglie di Admeto, scende fra il popolo e invoca la misericordia degli Dei.
Quadro II. L’interno del tempio di Apollo. Mentre il gran sacerdote invoca il dio, il tempio è scosso da boati e da un’improvvisa tempesta; una fiamma si accende miracolosamente sull’altare e si ode una voce che annuncia che Admeto sarà salvo se qualcuno prenderà il suo posto nella morte. Rimasta sola e lacerata dai dubbi, Alceste decide di sacrificare la propria vita per lo sposo. Il gran sacerdote si fa intermediario e gli dei della morte accettano il sacrificio della donna che al nuovo giorno dovrà scendere nell’Ade.
Atto II
Una sala del palazzo reale. Il popolo è in festa per la guarigione di Admeto che viene introdotto dall’amico Evandro; il re si rattrista con lui in quanto è venuto a sapere che deve la vita ad un ignoto che si è sacrificato per lui. Entra Alceste e il re nota nella donna un atteggiamento insolito. Pressata dal marito, confessa infine di essere stata lei ad offrire la sua vita per salvarlo gettando Admeto nella più cupa disperazione. Inutilmente il popolo e lo sposo la supplicano di abbandonare il proprio proposito il giuramento non può essere spezzato.
Atto III
Quadro I. Piazza di fronte al palazzo reale. Eracle durante i suoi viaggi si trova a passare da Fere e apprende dal popolo il destino della regina e promette di salvarla strappandola alle divinità infernali.
Quadro II. Le soglie dell’Ade. Alceste sta per varcare le soglie del regno dei morti per mantener fede alla parola data qui viene raggiunta da Admeto che vuole morire al fianco della sposa ma sulla porta compare Thanatos, il dio della morte, il quale ricorda che solo uno dei due potrà in quel giorno varcare il limite. Admeto e Alceste cercano a vicenda di convincere l’amato a salvarsi quando vengono raggiunti da Eracle e gli spiriti infernali fuggono per timore di scontrarsi con lui mentre l’unico che prova a resistere – lo stesso Thanatos – viene battuto dall’eroe. La voce di Apollo annuncia che l’Alcide ha violato i decreti del fato ma gli Dei sono consci della forza dell’amore di cui Alceste e Admeto hanno dato così sublime esempio e concedono ad entrambi di tornare alla vita accolti dalla gioia del popolo.
La registrazione
“ALCESTE”
Tragédie Lyrique  in tre atti su testo di François-Louis Gand Le Bland  du Roullet da Ranieri de Calzabigi
Prima rappresentazione, Parigi, Théatre Royal, 23 aprile 1776
Alceste Sophie Koch  (soprano)
Admète Yan Beuron (haute-contre)
Le Gran Prêtre d’Apollon Jean-François Lapointe (basso)
Hercule Franck Ferrari (basso cantante)
Evandre Stanislas de Barbeyrac (tenore)
Un Hérault d’armes – Apollon Florian Sempey (basso)
Un Coryphé Marie-Adeline Henry (soprano)
Thanatos – L’Oracle François Lis (basso)
Contralto solista Bertand Dazin
Choer er Orchestre “Les Musiciens du Louvre”
Direttore Marc Minkowski
Registrazione:  Parigi, Palais Garnier 28 settembre 2013
Registrata dal vivo all’Opera di Parigi, questa esecuzione soffre di una qualità sonora non impeccabile ed è un vero peccato perché la prova offerta da Marc Minkowski alla guida dei suoi Musiciens du Louvre risulta veramente notevole. Il direttore francese ha sempre fatto di un taglio molto teatrale e vitale il segno distintivo delle proprie registrazioni e in questo caso – complice anche la verità che solo un’esecuzione teatrale può dare – fa piazza pulita in un sol colpo della vulgata sulla staticità – per non dire noiosità – di quest’opera di Gluck. Ed ecco quindi una direzione fatta di ritmi turbinanti, ricchissimo gioco chiaroscurale, forte tensione drammatica. Ci si augura che una lettura così interessante possa trovare la strada del disco che valorizzerebbe appieno il gioco coloristico e dinamico proposto dal direttore. Vanno segnalati alcuni spostamenti rispetto all’edizzione a stampa del 1785, specie nel III atto con lo spostamento della grande scena di Alceste “Grand Dieux! Soutenez mon courage” in apertura anziché come scena II e quindi anticipata rispetto all’apparizione di Ercole e di cui non si è in grado di specificare il motivo salvo ipotizzare scelte registiche.
Sophie Koch è una protagonista a due facce; canta infatti con gusto e proprietà dimostrando una buona linea di canto – ben risolti anche i passaggi di coloratura dell’aria di sortita – e solo in certe note gravi la voce tende a perdere corpo e compattezza. Di contro il tutto tende a risolversi in una prestazione corretta, pulita ma sostanzialmente anonima e, se si notano buone intenzioni nel fraseggio e nell’accento, si sente la mancanza di un autentico talento drammatico, la carenza di quelle doti da eroina tragica, seppur più sfumata e meno connotata retoricamente della versione italiana.
Splendido Admeto è invece Yan Beuron dotato di voce solida, robusta, ottimamente timbrata e dotata di interessante squillo; l’artista toglie il personaggio da quella posizione di passività cui troppo spesso viene ridotto per riportarlo ad una dimensione eroicamente tragica in cui si ritrova non solo il re morente ma anche l’antico autore di tante imprese. L’ottima dizione gli permette poi di valorizzare al meglio l’aulicità della scrittura così che il grande duetto del II atto ha solo il limite di vederlo quasi prevalere sull’Alceste fin troppo timida della Koch. Corretto ed elegante l’altro tenore Stanislas de Barbeyrac nella parte di Evandro – abbastanza ridotta rispetto alla versione italiana – cui aggiunge gli interventi come tenore solista del coro.
Jean-François Lapointe (Le Gran Prêtre d’Apollon) ha sicuramente grande autorevolezza ma il canto non è un modello di ortodossia e risulta spesso scomposto. Ottimo  Florian Sempey (Un Hérault d’armes – Apollon) la cui bellissima voce di basso riesce a dare rilievo ai suoi brevi interventi. Franck Ferrari coglie bene il carattere di Hercule ma è innegabile che la parte non fornisca al cantante particolari opportunità per mettersi in mostra. Solidamente funzionale François Lis (Thanatos – L’Oracle); molto buone le parti di fianco e notevolissima la prova del coro, autentico protagonista al fianco ai personaggi e in cui si conferma l’altissimo valore ormai raggiunto dai Musiciens du Louvre anche in questo settore.
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