Palermo, Teatro Massimo: “Gisela!”

Palermo, Teatro Massimo: “Gisela!”

Palermo, Teatro Massimo, Stagione Lirica 2015
“GISELA!”oder, Die merk- und denkwürdigen Wege des Glücks
Spettacolo di teatro musicale in due parti
Libretto di Hans Werner Henze, Michael Kerstan e Christian Lehnert
Musica di Hans Werner Henze
Gisela VANESSA GOIKOETXEA
Gennaro Esposito ROBERTO DE BIASIO
Hanspeter Schluckebier LUCIO GALLO
Turisti MARIA CHIARA PAVONE, PATRIZIA GENTILE, ROSOLINO CLAUDIO CARDILE, GIUSEPPE ESPOSITO, SALVATORE GRIGOLI
Orchestra, Coro e Corpo di ballo del Teatro Massimo
Direttore Constantin Trinks
Maestro del coro Piero Monti
Regia Emma Dante
Scene Carmine Maringola
Costumi Vanessa Sannino
Movimenti coreografici Sabino Civilleri e Manuela Lo Sicco
Luci Cristian Zucaro
Nuovo allestimento del Teatro Massimo di Palermo
Prima rappresentazione in Italia
Palermo, 21 gennaio 2015

La sensazione di déjà-vu è dietro l’angolo. Ancora una volta è infatti un’opera di rara esecuzione ad inaugurare la stagione operistica del Teatro Massimo di Palermo. E ancora una volta la regia viene affidata a Emma Dante, rafforzando il legame sempre più solido che unisce l’artista palermitana al teatro della sua città. Un legame che si era instaurato proprio nel gennaio 2014 con l’allestimento di Feuersnot di Richard Strauss, salutato da pieno successo di pubblico e critica. Quest’anno il testimone è passato a Gisela! di Hans Werner Henze, un lavoro per il quale una volta tanto non è inopportuno utilizzare l’aggettivo ‘contemporaneo’. In effetti risulta difficile non riconoscere la contemporaneità di Gisela!, ultimata dal compositore nel 2010 e rappresentata diverse volte in suolo tedesco, ma mai in Italia. E quasi per caso la Dante si trova nuovamente alle prese con due temi, la Germania e il Sud. Un Sud che certamente in Strauss era ‘relativo’ (la città natale del compositore, Monaco di Baviera, situata al confine con l’Austria) e che invece in Henze diventa assoluto, incarnandosi nell’immagine stessa della meridionalità. Non solo, i due poli che in Feuersnot si identificavano, in Gisela! offrono lo spunto per estremizzare quella dialettica fra Nord e Sud che fonda la struttura dell’opera. Non ci vuole molto per capire chi alla fine ne uscirà vincitore. Sin dall’inizio le simpatie della protagonista, studentessa d’arte in viaggio per il Bel Paese, propendono per i colori partenopei e per il Gennarino (alias Pulcinella) che in un batter d’occhio conquisterà il suo cuore. Sul versante opposto si colloca il promesso sposo, Hanspeter, vulcanologo fin troppo noioso che incarna il grigiore del mondo teutonico nel quale la giovane studentessa non riesce proprio a identificarsi. Emma Dante moltiplica sia i personaggi che gli spazi in base al principio della replica perfetta. Infiniti sono i Pulcinella che nel Prologo fuoriescono dalla veste del gigantesco Gennarino e che poi ritornano lungo tutta l’opera, nella versione rossa ‘caotica’ e in quella bianca più ordinata e ‘cosmologica’. Infiniti sono anche i sipari che definiscono lo spazio scenico, riproduzioni identiche ma in scala minore del sipario del Teatro Massimo. La costruzione ricalca il modello delle scatole cinesi, disegnando uno spazio teatralizzato in ogni dimensione, ma al contempo labirintico e ossessivo. Le scene ideate da Carmine Maringola e tagliate dalle luci livide di Cristian Zucaro offrono, quindi, un’immagine per nulla rassicurante della città, ma che proprio per il suo carattere vertiginoso seduce e avvince la curiosa Gisela.
Sarà stato poi per il numero di replicanti, ma è parso che anche la protagonista Vanessa Goikoetxea, intenzionalmente o meno, si proponesse quale sosia della Dante. E non soltanto per i tratti somatici vagamente simili, ma per l’acconciatura e soprattutto per l’abbigliamento ideato dalla costumista Vanessa Sannino: morbida camicia di seta, pantaloni fascianti e calzini in bella vista, su scarpette rosse in grado di miniaturizzare anche i piedi più imponenti. Il soprano convince per una voce ben sostenuta e accattivante, perfetta per sovrastare le sonorità dell’orchestra. Qualità timbriche che la Goikoetxea sa associare a doti di interprete e a spigliatezza non indifferenti, sviluppate con particolare cura nell’inno alla luna presso il giardino di Capodimonte e negli episodi che incorniciano i tre sogni del secondo atto. A confronto il Gennarino di Roberto De Biasio risulta leggermente più sbiadito, ma ugualmente capace di conferire corpo sonoro al suo personaggio. Il tenore esalta il volto malinconico della maschera di Pulcinella, evitando ogni cenno di irriverenza nel declamato, ma al contrario potenziando la vena lirica che emerge, ad esempio, nella canzone napoletana all’inizio del secondo atto. Apparentemente il meno adatto a questo genere di repertorio sembrerebbe Lucio Gallo, ma il baritono è interprete talmente intelligente da arricchire la sua prova di dettagli e sfumature sempre diverse, atteggiandosi con naturalezza e inserendosi efficacemente nel quadro di inquietudine che caratterizza lo spettacolo. Ad accompagnare il canonico trio operistico soprano-tenore-baritono è il gruppo ben assortito dei turisti, a partire dal duo femminile composto da Maria Chiara Pavone e Patrizia Gentile, la prima fiduciosa e sinceramente incantata dalle meraviglie partenopee (incanto che traspare nella voce), la seconda timbricamente più smaliziata, ma dal carattere meno spiccato. Al terzetto degli amici di Hanspeter viene dato maggiore spazio, permettendo ai rispettivi interpreti – Rosolino Claudio Cardile, Giuseppe Esposito e Salvatore Grigoli – di mostrare un temperamento omogeneo ma sfaccettato, divertente e non convenzionale. L’Orchestra del Teatro Massimo è stata diretta con prudenza da Constantin Trinks che opportunamente ha dato enfasi agli aspetti percussivi della partitura, essendo questi i più caratteristici di Gisela!. Al contrario la tendenza alla citazione troppo spesso si perde in un affastellamento sonoro che annulla il valore funzionale del lavoro, tradendo l’idea stessa di Musiktheater presente nel titolo dell’opera.
Ugualmente prudente il Coro del Teatro Massimo, impegnato nei tre sonetti su testi di Christian Lehnert, concepiti come episodi al di fuori della narrazione ordinaria. Il Coro mantiene comunque quella funzione fondamentale e ordinatrice che Emma Dante esalta e smentisce a suo piacimento. I Pulcinella turbinano vorticosamente su se stessi, ricordando dervisci rotanti, trottole impazzite che agiscono da elementi perturbatori, ma che ricompongono nel simbolo della ruota il caos che loro stessi hanno prodotto. Nessun ordine, invece, nella pantomima offerta del primo atto, complici gli attori della Compagnia Sud Costa Occidentale che inscenano un vero e proprio rito pagano e carnevalesco. Sul modello dei canovacci della Commedia dell’Arte, la rappresentazione termina con una maschera che “arrendesi ai colpi di bastone” ma che in realtà viene orgiasticamente sacrificata, assecondando gli echi stravinskiani presenti nella musica. La sfrontatezza cromatica che qui è palpabile tocca l’apice nell’immagine conclusiva del Vesuvio in eruzione (anche questa, gioiosa e inquietante al tempo stesso), ma la si può apprezzare in altri dettagli della cornice scenografica creata da Maringola: dalle rose gialle che compongono il giardino incantato di Capodimonte, alle statuette votive portate in processione all’inizio dell’opera (il contatto con il sacro è subito messo in evidenza, così come la sua continuità con il mondo pagano), fino all’esplosione di dolci e di altre prelibatezze che ammiccano tanto a Palermo quanto a Napoli. Tutto è teatro, e in quanto tale tutto è in movimento. Le coreografie confezionate da Sabino Civilleri e Manuela Lo Sicco rivelano la loro efficacia nei momenti onirici del secondo atto, durante i quali assistiamo ad una rivisitazione in chiave danzata della fiaba di Biancaneve, protagonista il Corpo di ballo del Teatro Massimo. Il legame con quanto pensato da Henze si allenta, se non nel dettaglio del Principe Azzurro somigliante a un pipistrello e nella figura oscura della matrigna/regina. Ma ancora una volta non si può fare a meno di percepire il sotteso rimando al mondo napoletano, se i costumi dei due cervi appaiono degni rivali delle complesse macchine anatomiche conservate nella cappella di Sansevero. L’abilità di Emma Dante è proprio quella di animare l’azione con continui e serrati movimenti, offrendo un’incessante agitazione gestuale che intende nascondere l’aridità dalla quale Gisela vuole allontanarsi. In definitiva è proprio la partitura che ingabbia la protagonista e che determina il suo desiderio di fuga, la sua smania di libertà, rispetto a un Gennarino più malinconicamente rassegnato. Eppure c’è poco da fare: nonostante i tentativi pirandelliani o l’utopia de La rosa purpurea del Cairo i personaggi non possono fuggire dalla realtà della loro finzione, così come noi stessi non possiamo fuggire dalla finzione della nostra realtà. Foto Franco Lannino/Studio Camera

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