Recital di Yuja Wang all’Accademia di Santa Cecilia

Recital di Yuja Wang all’Accademia di Santa Cecilia

Roma, Auditorium “Parco della Musica”, Accademia Nazionale di Santa Cecilia, stagione 2014-2015
Pianoforte Yuja Wang
Franz Schubert (nella trascrizione di Franz Liszt): Schwanengesang D957 (n. 1 Liebesbotschaft, n. 5 Aufenthalt); Die schöne Müllerin D795 (n. 19 Der Müller und der Bach)
Fryderyk Chopin: Sonata in si minore n. 3 op. 58
Aleksandr Skrjabin: Preludio e Notturno per la mano sinistra op. 9 n. 1; Preludio n. 8 in fa diesis minore da Ventiquattro Preludi op. 11; Fantasia in si minore op. 28; Preludio n. 1 in si bemolle minore da Quattro Preludi op. 37; Due poemi op. 63; Sonata n. 9 op. 68 “Messa Nera”
Milij Balakirev: Islamey, fantasia orientale
Roma, 13 febbraio 2015      

Già notissima al pubblico romano dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, la bellissima cinese Yuja Wang, astro del suo paese, torna all’Auditorium con un tipico recital pianistico dei suoi. La Wang infatti predilige particolarmente (come si vede anche dalla sua produzione discografica per Deutsche Grammophon) presentare antologie di autori e opere abbastanza fra loro anche molto differenti, creando contrasti molto particolari. Questo concerto, infatti, si apre con un autore austriaco parafrasato da un ungherese, continua con un polacco naturalizzato francese, e termina con due russi.
La Wang, pianista e popstar perfettamente integrata nei nostri tempi, entra in scena con un elegante abito giallo fosforescente, dal taglio elegante −ma dal colore quasi punk −, che le tornisce i bei fianchi fino ad aprirsi in una piccola piega voluminosa. Si siede al piano e attacca il Liebesbotschaft dal Schwanengesang di Franz Schubert (opportunamente parafrasato per piano − proprio al fine d’esecuzione concertistica − da Franz Liszt), palesando fin da subito le sue buone carte: una delicatezza scevra da magniloquenza e da poetismi pre-impostati, una presentazione sonora tersa, pulita, quanto più possibile neutra. Per quanto non possegga quel tocco e quella nobiltà, horowitziana per così dire, particolarmente congeniale all’esecuzione del pezzo, la Wang ama indugiare sul suono: il suo è un pianismo eminentemente riflessivo. I ricami sulle dinamiche sonore dell’Aufenthalt, altra trascrizione dal precedente ciclo liederistico, lo dimostrano fuor d’ogni dubbio. Sullo stesso piano è il bozzetto musicale romanticamente campestre, estremamente poetico ed elegiaco, del Der Müller und der Bach da un altro famoso ciclo schubertiano, Die schöne Müllerin. Ma quando attacca la Sonata in si minore di Chopin la musica cambia: il suo Chopin non è certo sullo stesso piano della sua interpretazione della musica bozzettistica e di carattere. Non mi si fraintenda: la tecnica c’è, eccome; il problema è l’interpretazione, e un esempio può essere colto nell’esposizione del tema principale dell’Allegro maestoso (I), presentato con un’eleganza leziosamente iper-chopinniana, che esagera eccessivamente i caratteri più chopinniani dello stesso Chopin. Manca, durante la performance della sonata, l’attenzione all’incisiva maestà di molti passaggi. È uno Chopin tecnicamente encomiabile, ma astenico, senza quello Sturm tanto caro all’ideologia romantica. La Wang deve affinare il suo gusto su brani che non presentino un programma fin dal titolo, tale da indirizzare l’immaginazione dell’esecutore e dell’uditorio su binari sicuri: deve, insomma, essere lei stessa poeta d’immagini sonore in brani di più intricata comprensione. Infatti, dei quattro, il movimento della sonata meglio eseguito è il Largo, dove la Wang si riallinea all’immaginario melodrammatico e teatrale sotteso alla belliniana melodiosità del tema. Il Finale, un presto, è eseguito in maniera troppo serafica e nella sua estrema pulizia rischia di dare l’impressione asetticamente neutra, quasi che la Wang sorvolasse sul tormento spirituale che pervade ogni nota di Chopin. Alla fine del primo tempo, gli applausi giungono generosi. La Wang, impacciata per i funambolici tacchi, appena uscita dal palco − se ne sarà accorto chi, come me, sedeva nel settore di sinistra − si toglie quei tacchi tanto fastidiosi; gesto eloquente di un’artista nient’affatto piena di sé, fiera di una sua genuina naïveté.
Al secondo tempo entra con un più sobrio abito blu lapislazzuli, egualmente scollato e da sera. La seconda parte del concerto è dedicata alla figura di Aleksandr Skrjabin, ricorrendone il centenario dalla morte. È un autore particolarmente congeniale alla Wang, che inizia bene col Preludio e Notturno per la mano sinistra op. 9 n. 1, dove riesce a creare un’atmosfera del tutto singolare, languidamente cullante, con la sola mano sinistra. Il Preludio n. 8 op. 11, sebbene sia eseguito con seducente appeal sonoro, palesa ancora quell’anemico indugiare agogico che ha afflitto il suo Chopin. Ma si riprende nella Fantasia in si minore op. 28, dove finalmente esce un virtuosismo, a tratti spericolato, con veri sprazzi d’energia. Da qui è una climax ascendente: dal Preludio n. 1 op. 37, ai Due poemi op. 63 (il n. 1 così stagnante e immobile; il n. 2 dalle sonorità glaciali), fino alla Sonata “Messa Nera” che vede la Wang isolare le inquietanti, sataniche cellule ritmiche, imbrigliando quell’energia potentissima sprigionata dagli esoterici afflati skrjabiniani. Il concerto si chiude fra gli applausi dopo una mirabile esecuzione della fantasia Islamey di Milij Balakirev: la cinese coniuga il suo innato sensualismo, così ben armonizzato con l’atmosfera del pezzo, alla perizia tecnica e virtuosistica, che richiede qui più che altrove un controllo supremo. Foto Accademia Nazionale di Santa Cecilia

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