Verona, Teatro Filarmonico: “La Traviata” (cast alternativo)

Verona, Teatro Filarmonico: “La Traviata” (cast alternativo)

Teatro Filarmonico di Verona, Stagione lirica 2014-15
“LA TRAVIATA”
Melodramma in tre atti, libretto di Francesco Maria Piave dal romanzo La dame aux camélias di Alexandre Dumas figlio
Musica di Giuseppe Verdi
Violetta Valery   JESSICA NUCCIO
Flora Bervoix   ELENA SERRA
Annina   ALICE MARINI
Alfredo Germont   HOYOON CHUNG
Giorgio Germont   SIMONE PIAZZOLA
Gastone   ANTONELLO CERON
Barone Douphol   NICOLÒ CERIANI
Marchese d’Obigny   DARIO GIORGELÈ
Dottor Grenvil GIANLUCA BREDA
Giuseppe, servo di violetta  
FRANCESCO PITTARI
Domestico / Commissionario   ROMANO DAL ZOVO
Orchestra e Coro dell’Arena di Verona
Direttore Marco Boemi
Maestro del Coro Vito Lombardo
Regia e luci Henning Brockhaus
Bozzetti scenografici   Josef Svoboda
Ricostruzione scenografica   Benito Leonori
Costumi Giancarlo Colis
Coreografia   Valentina Escobar
Verona, 27 Gennaio 2015

Purtroppo deludente la seconda rappresentazione de La Traviata, nella celebre versione “degli specchi” su bozzetti di Josef Svoboda e la regia di Henning Brockhaus. Per i dettagli su scene e regia si rimanda all’articolo sulla Prima. Un vero peccato, dopo un debutto che, a questo punto, non stentiamo a definire “trionfale”. Le maggiori responsabilità sono da imputeare a direzione d’orchestra e alla coppia protagonista. A poco sono valsi i lodevoli sforzi di Coro, orchestra, corpo di ballo e di un Simone Piazzola (Giorgio Germont) sempre in ottima forma: il risultato complessivo è di qualità musicale  incomprensibile per un teatro di questo livello.
Purtroppo Jessica Nuccio in questo momento della sua carriera non ci pare  all’altezza del complesso ruolo di Violetta: a banali errori di solfeggio si sommano un’intonazione troppo spesso imprecisa e evidenti problemi di controllo del vibrato. La sua performance migliora – complice forse la presenza del bravo Piazzola – nel secondo atto, ma nel terzo tutta l’attenzione ritorna sulla protagonista, per un finale che risulta straniante non tanto per il sollevamento dello specchio in scena quanto per l’esecuzione davvero deludente; sulla scena la Nuccio si mostra disinvolta (il primo atto è tutto un gran volteggiare di giarrettiere) ma il rischio di stereotipare il personaggio è dietro l’angolo. Sul mestiere di Violetta Valery non ci sono dubbi, ma la sua follia non è quella di una volgare cortigiana: volendola rendere tale il finale secondo atto “…che qui pagata io l’ho!” perde buona parte della sua tensione drammatica e le numerose sfaccettature dell’eroina verdiana per eccellenza perdono drasticamente colore. Anche volendo accettare come scelta interpretativa il fraseggio poco filologico, restano imperdonabili alcuni errori di pronuncia, che condizionano anche il tipo di emissione, spesso gonfiata e priva di rotondità.
Se Violetta è risultata discutibile, l’Alfredo di Hoyoon Chung non fa che peggiorare la situazione: la voce del tenore coreano non passa, stagnano vistosi difetti di pronuncia, un fraseggio di gusto discutibile e un’interpretazione scenica svenevole. Ceci n’est pas Alfredo! Un giovane borghese che si presenta ad un convito della nobiltà parigina e affronta situazioni tanto imbarazzanti non è solo un languido fanciullino, è un uomo coraggioso e deciso, l’unico, fra tutti i presenti, a non trattare Violetta con malcelato disprezzo. Questa, tra le numerosissime sfaccettature del personaggio, non emerge minimamente, e chi ama davvero quest’opera non può che soffrire in silenzio.  Vocalmente discutibile, Chung è dotato di un timbro gradevole, ma la tecnica non funziona, né nei momenti a solo (il De’ miei bollenti è accolto da un silenzio glaciale) né nel grande concertato del secondo atto, in cui il tenore sembra completamente assente.  Inutile dire che dopo i duetti soprano/tenore “Un dì felice eterea…” e “Parigi o cara”  sono stati accolti anche da qualche cenno di contestazione: davvero un peccato, considerata la grande affluenza di pubblico, meno incanutito del solito grazie alla scelta intelligente di abbassare il costo del biglietto per gli under-30, accorsi assai più numerosi del solito.  Simone Piazzola “salva” la serata, confermandosi un eccellente Giorgio Germont che, come già accaduto in occasione della Prima, si porta a casa plausi e ovazioni – e ci mancherebbe, verrebbe da aggiungere. La direzione generalmente ritenuta di Marco Boemi, risultata nefasta per la coppia protagonista, per Piazzola è invece occasione per dispiegare il proprio pastoso timbro su un ottimo controllo del vibrato. Scenicamente efficace, il suo rimane un memorabile Giorgio Germont, ancor più lodevole a fronte di una serata tanto difficile.  D’altro canto a Boemi vanno imputate diverse responsabilità nella pessima resa della coppia protagonista: se ai due giovani cantanti può essere attribuita l’attenuante della (relativa) poca esperienza, al direttore va il biasimo di non aver saputo respirare con loro, assecondando con scelte agogiche meno inclementi le loro evidenti difficoltà emissive. Si riconfermano validi gli apporti di     Alice Marini – Annina di grande presenza e interessante vocalità – Nicolò Ceriani (Barone Douphol), Dario Giorgelè (Marchese d’Obigny), Gianluca Breda (Dottor Grenvil), Francesco Pittari (Giuseppe)e il basso Romano dal Zovo (domestico/commissionario). Non  memorabile il Gastone di Antonello Ceron. Si riconferma deludente la Flora di  Elena Serra – ai limiti dell’afonia.  Un plauso alla performance del Coro e del Corpo di Ballo, al pieno delle forze e ben preparati rispettivamente da Vito Lombardi e Renato Zanella. Foto Ennevi per Fondazione Arena

 

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