Torino, Teatro Regio: “I puritani”

Torino, Teatro Regio: “I puritani”
Torino, Teatro Regio, stagione lirica 2014-15
I PURITANI
Melodramma serio in tre parti su libretto di Carlo Pepoli dal dramma “Têtes rondes et Cavaliers” di Jacques Ancelot e Joseph Saintine
Musica di Vincenzo Bellini
Elvira OLGA PERETYATKO
Lord Arturo Talbo DMITRY KORCHAK
Sir Giorgio Valton NICOLA ULIVIERI
Sir Riccardo Forth NICOLA ALAIMO
Lord Gualtiero Valton FABRIZIO BEGGI
Enrichetta di Francia SAMANTHA KORBEY
Sir Bruno Roberton SAVERIO FIORE
Orchestra e coro del Teatro Regio di Torino
Direttore Michele Mariotti
Regia Fabio Ceresa
Scene Tiziano Santi
Costumi Giuseppe Palella
Coreografie Riccardo Olivier
Luci Marco Filibeck
Maestro del coro Claudio Fenoglio
Nuovo allestimento in coproduzione con il Maggio Musicale Fiorentino
Torino, 19 aprile 2015  
I puritani” tornano a Torino dopo una lunga assenza e sarebbe difficile immaginare contrasto più netto fra la precedente produzione – impregnata sulle mediterranee e solari scene di De Chirico – e questo nuovo allestimento firmato da Fabio Ceresa (regia), Tiziano Santi (scene) e Giuseppe Palella (costumi) tutto avvolto da romantiche tenebre. Il regista non vede l’opera come un dramma storico – e giustamente nota nel programma di sala come ben poco vi sia di storico in questo libretto dove, fatti salvi i riferimenti d’obbligo, si immagina un Seicento popolato di tornei e trovatori privo di ogni verosimiglianza – per immergerci nell’anima oscura del Romanticismo, in atmosfere prossime a quelle dei laghisti inglesi o di Hoffmann. Sull’opera pesa fin da subito una cappa di morte: il cortile del castello è popolato di sepolcri dai quali escono i personaggi le cui vesti polverose e lacerate sembrano subito indicarli come provenienti dall’oltre tomba. Quello che vediamo è un mondo di fantasmi che continuano a rivedere le loro vicende storiche nelle rovine dei luoghi dove avevano vissuto. Nero è il velo sponsale di Elvira, di nero vestite le compagne alle nozze la cui pompa si trasforma in un corteo funebre, una tomba l’altare nuziale. L’impianto scenico presenta un edificio gotico dalle ardite volte a crociera rappresentato in una prospettiva sghemba di pretta derivazione ronconiana che nel corso degli atti si sgretola progressivamente finché nel III è ormai totalmente crollato tranne per il grande portale d’ingresso con la morte distesa sulle immagini dei santi ed in questo deserto si aggirano le donne del castello coperte di veli purpurei, ombre o lamie più esseri umani in un quadro di fortissimo impatto visivo. Ombra fra le ombre si aggira la stessa Elvira e davvero sembrano trascorsi quei “tre secoli d’orror” evocati dalla fanciulla nel suo delirio.  E nel finale con l’annuncio dell’amnistia di Cromwell tutto si riempie di luce e con la pace sancita dalla stretta di mano fra Arturo e Riccardo si compie la catarsi di tutto e il buio che scende e quella della pace finalmente raggiunta da queste anime tormentate. I costumi – splendidi – ignoravano qualunque riferimento storico o geografico per portarci in una dimensione assolutamente atemporale in cui convivono senza stridere elementi ottocenteschi e medioevali fusi tra loro con tocchi di fantastico.
Curatissima la recitazione dove nulla è lasciato a se stesso e tutto è estremamente coerente con la visione d’insieme; fra i numerosi esempi piace ricordare l’incontro fra Arturo ed Elvira nel III atto con la fanciulla che progressivamente ritrova se stesso ma che ancora incapace di comprendere resta come sospesa muovendosi intorno all’amato come incantata da una voce che non riesce a cogliere.
Altro elemento di forza della produzione è stata la direzione di Michele Mariotti che in questo repertorio ha ormai pochi rivali in ambito internazionale. Il gesto è impeccabile, leggero e preciso e altrettanto è il suono orchestrale, nitido, terso, precisissimo ma mai freddo o semplicemente edonistico ma sempre pienamente teatrale. Mariotti coglie la vera natura di quest’opera al confine di due mondi e sa esaltare la passionalità e l’impeto romantico senza però mai perdere quel senso della misura ancora tutto classico che è sempre sotteso all’arte di Bellini. Una direzione quindi a tratti eroica e capace di tempi autenticamente vorticosi ma sempre sottoposti ad un rigidissimo controllo e mai a scapito della pulizia e della leggerezza del suono. Inoltre Mariotti è straordinario nell’accompagnare il canto sempre sostenuto e mai coperto o messo in difficoltà neppure nei momenti più concitati.
La compagnia di canto si attestava su un livello decisamente alto almeno per quanto riguarda tre interpreti su quattro. Conviene spendere subito qualche parola per l’elemento meno convincente ovvero l’Arturo di Dmitry Korchak. Il tenore russo è protagonista di una prova di solido mestiere e la parte viene portata a fondo con correttezza ma senza suscitare entusiasmi; il timbro non è di particolare fascino ma a non convincere è una quadratura musicale fin troppo debole con un’intonazione spesso incerta e acuti che lasciano sempre un eccessivo sentore di rischio nonostante vengano tutti in qualche modo risolti. L’entrata su “A te o cara” è fin troppo prudente e il tenore sembra quasi intimorito mentre con il prosieguo della recita la voce tende a scaldarsi ed il livello della prestazione sale. Korchak evita opportunamente il rischio eccessivo del Fa sopracuto di “Ella è spirante” e tenuto a freno da Mariotti risulta stilisticamente più pulito e preciso di altre occasioni. Sul versante opposto della scala di valori si colloca il Giorgio Valton di Nicola Ulivieri. Lo scrivente ha sempre ammirato l’eleganza e la musicalità del basso trentino ma la prestazione offerta è andata oltre le più rosee previsioni. Nel corso degli anni la voce ha acquisito una maggior robustezza e pienezza in tutti i registri mantenendo una piena omogeneità e una naturale facilità di squillo in acuto. L’interprete è molto sensibile e riesce a cogliere tanto la natura elegiaca quanto quella eroica del personaggio.
Nicola Alaimo è un Riccardo notevole: la voce ad un tempo luminosa e brunita e perfetta per il ruolo del nobile capitano puritano e la lunga militanza rossiniana gli donano una naturale propensione stilistica per questo repertorio cui si aggiungono la presenza degli acuti – notevole la puntatura in chiusura di “Bel sogno beato” – e la forte carica comunicativa. Alaimo esalta la natura più lirica e dolente del ruolo come emerge dalla cavatina e dagli interventi durante la pazzia di Elvira ma anche nel duetto dei colonnelli pur non privo di piglio guerresco. Ad Alaimo si può al più contestare qualche nota non sempre pulitissima ma sono peccati veniali nel complesso della prestazione.
Olga Peretyatko è fra le interpreti di Elvira oggi più apprezzate. Belcantista di vaglia – fra i più nobili prodotti dell’Accademia rossiniana di Pesaro – la cantante pietroburghese non dispone di una voce particolarmente ampia ma in compenso può contare su un timbro piacevole ed elegante con buona proiezione; l’emissione è omogenea e la voce mantiene luminosità e compattezza in tutta la gamma e al più si nota una certa prudenza sui sopracuti. Le colorature sono precise e puntuali e soprattutto sempre piegate alle necessità espressive del ruolo e mai fini a se stesse. L’interprete è di notevole sensibilità e riesce a trasmettere sincere emozioni – il finale primo è stato particolarmente commovente – e l’attrice semplicemente strepitosa. Fin dall’entrata in scena – splendida con fulgente parrucca biondo-rossa ed elegante vestito fucsia – catalizza inevitabilmente l’attenzione; non vi è gesto o sguardo della Peretyatko che non sia inserito nella visione complessiva del personaggio. Interessante l’idea di fare un’Elvira non semplicemente remissiva ma non priva di una certa combattività nel I atto ed estremamente inquietante nella scena della pazzia intrecciata di suggestioni sensuali e seduttive che richiamano figure al confine dei mondi tanto care all’immaginario romantico – da Loreley alle Villi – e quasi autentica, spettrale scena di seduzione per interposta persona è stato il “Vien diletto” in cui Riccardo scambiato per Arturo si trova confrontarsi non contro una bambolina insipida ma con una figura di inquietante seduzione resa in modo impeccabile dalla Peretyatko.Fra le parti di fianco ottime le prove di Fabrizio Beggi (Lord Gualtiero Valton) e Saverio Fiore (Sir Bruno Robertson) mentre come Enrichetta di Francia Samantha Korbey con la sua voce piccola e poco sonora conferma lo scarso entusiasmo suscitato dalle precedenti prestazioni.
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