“La traviata” al Teatro Regio di Torino

“La traviata” al Teatro Regio di Torino

Teatro Regio – Stagione d’Opera 2014/2015, “The best of Italian Opera”
LA TRAVIATA”
Melodramma in tre atti su libretto di Francesco Maria Piave dal dramma La Dame aux camélias di Alexandre Dumas figlio
Musica di Giuseppe Verdi
Violetta Valéry DESIRÉE RANCATORE
Alfredo Germont PIERO PRETTI
Giorgio Germont LUCA SALSI
Flora Bervoix SAMANTHA KORBEY
Annina FRANCESCA ROTONDO
Gastone LUCA CASALIN
Il barone Douphol PAOLO MARIA ORECCHIA
Il marchese D’Obigny JOHN PAUL HUCKLE
Il dottor Grenvil DAVIDE MOTTA FRÉ
Giuseppe SABINO GAITA
Un domestico di Flora MARCO TOGNOZZI
Un commissionario MARCO SPORTELLI
Ballerini SIMONA TOSCO, LUCA MARTINI
Orchestra e Coro del Teatro Regio di Torino
Direttore Francesco Ivan Ciampa
Maestro del Coro Claudio Fenoglio
Regia e costumi Laurent Pelly
Regia ripresa da Laurie Feldman
Scene Chantal Thomas
Luci Duane Shuler riprese da Andrea Anfossi
Allestimento del Teatro Regio di Torino in coproduzione con Santa Fe Opera Festival
Torino, 21 luglio 2015

Il ciclo di titoli presentati dal Teatro Regio di Torino nel mese di luglio si completa con La traviata, proposta nella coproduzione con il Santa Fe Opera Festival che inaugurò la stagione 2009/2010. La locandina annuncia che questa edizione «rispetto all’allestimento originale presenta una nuova scenografia del secondo atto»; ma quella che viene venduta come «nuova scenografia» non è che una semplificazione, probabilmente dettata da esigenze di maggiore snellezza imposte dalla compresenza di quattro allestimenti nel retropalco del teatro: sparisce il giardino erbato nel quale Violetta riceveva Germont, e si aprono i parallelepipedi polivalenti che dominano la scena per tutto lo spettacolo, rivelando una prospettiva celeste arricchita da nuvole leggiadre che ricordano la pubblicità di una nota marca di caffè. Per il resto, permangono i difetti che si sono già fatti rilevare in passati resoconti: l’ormai ovvio funerale di Violetta sulle note del preludio; l’insensato intervallo a metà del II atto, in luogo dei due previsti dalla partitura; il rumoroso cambio di scena a vista sulle note del preludio al III atto; la morte in solitudine di Violetta – la quale, evidentemente, ha soltanto sognato il ritorno di Alfredo –, che stravolge il significato del finale verdiano. Non si può, d’altro canto, negare l’efficacia – in buona misura attribuibile alla saggezza scenica degli interpreti – di alcuni passaggi di micro-regia, come due momenti del duetto tra Violetta e Giorgio: il gesto misurato e quasi represso con cui la protagonista addita il mancato suocero mentre intona «l’uomo implacabile – con lei sarà», e l’abbraccio negatole da Giorgio nel momento in cui ella glielo implora. Il duetto di Violetta e Germont è stato uno dei momenti più riusciti anche dal punto di vista musicale. La rappresentazione, nel suo complesso, ha infatti indubbiamente risentito dei tempi stretti coi quali le riprese di repertorio vengono allestite, e si è caratterizzata per una certa discontinuità qualitativa che ha portato da un inizio piatto, quando non decisamente deludente, a un secondo e terzo atto decisamente più apprezzabili, e a tratti ammirevoli. La svolta della rappresentazione si è avuta durante l’aria della protagonista, nel corso della quale Desirée Rancatore sembra aver preso coscienza e dominio delle proprie risorse vocali: se nel cantabile – eseguito in “forma breve”, una sola strofa; sì, perché l’opera, anche contro la volontà di alcuni interpreti, è stata proposta tagliando tutte le ripetizioni che la moderna prassi esecutiva permette ancora di tagliare – permaneva qualche asprezza, e la voce era oppressa dai troppo marcati interventi del clarinetto; a partire dal tempo di mezzo il profluvio di agilità e il sovracuto che conclude la cabaletta hanno fatto riconoscere le peculiarità vocali più note del soprano palermitano, messe in luce nella loro massima evidenza. Nel seguito la Rancatore ha sempre dato voce con perspicuità al proprio personaggio, nell’articolato duetto del II atto (con la veemenza del tempo d’attacco, la tormentata remissività del cantabile, la desolazione della cabaletta) come nel passionale «Amami, Alfredo» e nell’intenso «Addio del passato». Da brivido poi la scena finale, fino al melologo in cui Violetta tracolla. Anche nell’interpretazione di Piero Pretti si è riscontrato un miglioramento simile: il suo primo intervento significativo «E ch’io bramo / immortal come quella» ha lasciato francamente interdetti, la voce pareva mancare e la musicalità essere completamente assente. Dopo una fase di assestamento nel brindisi e nel duetto con Violetta, corretti ma nulla più, il tenore è giunto a vette interpretative nel II atto: l’aria, affrontata con la voce franca e l’emissione nitida da tenore lirico pieno, è stata perfettamente fraseggiata, e la parola scenica scandita con efficacia. L’interpretazione della cabaletta, che poteva parere meno smagliante, era in realtà appropriata ad un brano che, al di là dei versi del libretto, non parla di vendetta ma costituisce una riflessione interiore. Ammirevole è poi risultato il finale II, nel quale il tenore ha saputo far vivere passo dopo passo i sentimenti che Alfredo prova nello sviluppo degli eventi. Interpretazione che non ha subito flessioni è stata quella del baritono Luca Salsi, nel ruolo di Germont padre: perfetto nel tratteggiare il moralista che crede un po’ per dovere a ciò che dice, durante il duetto con Violetta, e fine cesellatore dell’aria «Di Provenza»: restano nella memoria l’ammorbidimento della voce sul verso «Dio mi guidò», e il fraseggio della seconda strofa. Nelle seconde parti erano scritturati vari veterani dei ruoli, protagonisti delle passate edizioni dell’opera al Teatro Regio, e qualche nome nuovo. Nessuno, tuttavia, a parte la sempre premurosa Annina di Francesca Rotondo, si è elevato dalla sua funzione di contorno. Nessuno degli interpreti, peraltro, era favorito da una concertazione che, specialmente nella prima parte, è parsa approssimativa, al punto che lo stesso Coro del Teatro Regio, solitamente impeccabile, nel numero introduttivo risultava irriconoscibile, con passaggi fuori tempo e pecche d’intonazione. Nel corso della rappresentazione l’amalgama è migliorato, e il finale II ha funzionato a dovere; ma sono rimaste alcune falle in quei passaggi dialogici cui si presta meno cura (come le battute che precedono l’«Amami, Alfredo») e in taluni rilievi un po’ bandistici dati all’orchestra. Quanto di ciò vada attribuito al direttore Francesco Ivan Ciampa e quanto ai tempi stretti di lavoro non è dato sapere; probabilmente le responsabilità vanno equamente suddivise. In ogni caso, il successo allo spettacolo non è mancato, anche perché ai dettagli non prestava troppa attenzione un pubblico prevalentemente nuovo al genere, e giustamente sedotto dalla musica di Verdi e dalla bravura dei protagonisti; un pubblico che non si poneva troppi problemi nemmeno di fronte ai rumori provenienti dalla platea, quali il cinguettio di un telefono a metà dei «Bollenti spiriti» o la bottiglietta di plastica schiacciata durante l’aria del baritono. Foto Ramella&Giannese © Teatro Regio di Torino

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