Rossini Opera Festival 2015: “La Gazzetta”

Rossini Opera Festival 2015: “La Gazzetta”

Teatro Rossini – 36° Rossini Opera Festival 2015
“LA GAZZETTA”
Dramma per musica in due atti di Giuseppe Palomba dalla commedia Il matrimonio per concorso di Carlo Goldoni.
Musica di Gioachino Rossini
Don Pomponio Storione NICOLA ALAIMO
Lisetta HASMIK TOROSYAN
Filippo VITO PRIANTE
Doralice RAFFAELLA LUPINACCI
Anselmo DARIO SHIKHMIRI
Alberto MAXIM MIRONOV
Madama La Rose JOSÈ MARIA LO MONACO
Monsù Taversen ANDREA VINCENZO BONSIGNORE
Tommasino ERNESTO LAMA
Orchestra e coro del Teatro Comunale di Bologna
Direttore Enrique Mazzola
Maestro del coro Andrea Faidutti
Regia Marco Carniti
Scene Manuela Gasperoni
Luci Fabio Rossi
Costumi Maria Filippi
Pesaro, 14 agosto 2015

Torna al Rossini Opera festival, dopo le produzioni del 2001 e del 2005, un titolo pochissimo rappresentato e ancora poco conosciuto al grande pubblico, stavolta proposto nella nuova edizione critica a cura di Philip Gossett e Maurizio Scipioni, che recupera e reinserisce nell’Atto I un grandioso quintetto, fortunosamente ritrovato nel 2011 come manoscritto autografo nella collezione del Conservatorio di Palermo. Se è vero che La Gazzetta non è da annoverare tra i capolavori di Rossini, è anche vero che quest’opera, nata in un periodo di frenesia e di urgenza creativa, incastrata in gran fretta tra il Barbiere e l’Otello, e quindi caratterizzata da cospicue trasfusioni di materiale da lavori precedenti e da una certa discontinuità di tenuta, ha originalità e brio, pagine interessanti e divertenti caratterizzate dalla nota leggerezza di tocco e felicità di invenzione del migliore Rossini buffo, a cominciare dalla magnifica Sinfonia, riutilizzata poi per la Cenerentola. La vicenda di amori contrastati, equivoci, inganni e scambi di persona coronati dal lieto fine, ha per protagonista uno scoppiettante parvenu, che si esprime solo in un gustoso napoletano arcaico, il quale, per propiziare alla figlia un ricco matrimonio, la mette all’incanto sulle pagine di un giornale, “La Gazzetta”, appunto.
Da qui la farsa si amplia in un dramma giocoso in due atti, di notevole dimensione e articolazione, con due coppie di amorosi, due padri arcigni e diversi personaggi minori, tra cui il mimo Tommasino, spalla di gag esilaranti.
Questa produzione, nata appositamente per questo Festival, centra felicemente un obiettivo non proprio facile: realizzare a costo bassissimo una messa in scena di grande gusto ed eleganza, fantasiosa, divertente, che riesce quasi sempre a tenere alta l’attenzione e la partecipazione, anche nei momenti di debolezza dell’opera (grazie anche a qualche generoso taglio dei recitativi), solamente con le luci, i costumi e una serie di trovate spiritose e intelligenti, forse non tutte inedite, ma tutte benissimo congegnate e realizzate. La scena, opera di Manuela Gasperoni, è racchiusa da cortine setose, rese luminose e cangianti dai giochi di luce, e ha come unico arredo un lungo parallelepipedo su ruote, che può essere scomposto, articolato in più parti e fungere da pedana per una sfilata parigina, da ricco buffet, da bureau d’albergo o uscire di lato e lasciare sgombro lo spazio; un tavolino, una sedia, dei buffi caratteri tipografici tridimensionali, alcune nuvolette di tulle ed è tutto. Ma con gli eleganti costumi di Maria Filippi, sui soli toni del bianco, nero e grigio nel primo atto, sgargianti nel secondo, le luci di Fabio Rossi che danno un’intonazione specifica ad ogni scena e la regia piena di freschezza e fantasia di Marco Carniti, non è necessario altro per costruire uno spettacolo delizioso.
La compagnia di canto ha dato un’ottima prova complessiva; costituita tutta da artisti giovani, ha aderito convintamente alla concezione registica, pur con valori vocali diversi e punte di particolare bravura nella recitazione. Nicola Alaimo, ormai assiduo del ROF e sperimentato con successo anche in ruoli d’opera seria, ha messo la sua notevole, rotonda imponenza fisica, la sua pronuncia napoletana perfetta, la naturale simpatia e la vocalità tonante a servizio della caratterizzazione di Don Pomponio, con grande esito. Il soprano Hasmik Torosyan, che interpretava Lisetta, ha bella presenza scenica, buona padronanza delle agilità, voce puntuta e aguzza, ma facile e penetrante, non inadatta ad una lettura in chiave soubrettistica dell’astuta e capricciosa figlia di Don Pomponio; Filippo, il locandiere, suo amante, era il baritono Vito Priante, dalla voce non grande, ma timbrata e morbida e dalle ottime doti di attore, che ha impersonato tra l’altro un godibilissimo Quakerone a capo della stramba delegazione di olandesi immaginari, per l’occasione, in verità, in costumi più cineseggianti che calvinisti. L’altro amoroso, Alberto, era interpretato dal tenore Maxim Mironov; al termine della sua aria “O lusinghiero amor” è stato accolto da ovazioni, ha voce chiara e pieghevole alle sfumature, ottime agilità e buona estensione; forse la corda elegiaca gli si addice più di quella comica, ma nella surreale coreografia a quattro che concludeva la scena del mancato duello ha messo in mostra anche notevoli doti da danzatore. Ad amoreggiare con lui era la Doralice di Raffaella Lupinacci, mezzosoprano, voce di medio volume, dal bel timbro caldo e ombreggiato, anche lei dotata di grande verve scenica. Tra gli interpreti dei ruoli minori ricordiamo la profonda voce contraltile di Josè Maria Lo Monaco come Madama La Rose e il bravissimo attore Ernesto Lama, che ha dato a Tommasino, il servo di Don Pomponio, fisicità e mimica pulcinellesche, intervenendo anche con battute fuori testo in napoletanissimi ‘botta e risposta’ con il suo padrone. È proprio Tommasino che nel finale secondo si presenta a chiudere l’opera portando come uomo sandwich la scritta «con la cultura si mangia?» Perchè si sia voluta introdurre questa provocazione di scottante attualità non sappiamo; comunque la domanda è aperta. Speriamo di trovare la risposta giusta prima di essere tragicamente fuori tempo massimo. Il direttore Enrique Mazzola ha impresso all’azione tempi scattanti e ha ottenuto dall’ottima Orchestra del Teatro Comunale di Bologna timbri brillanti in una lettura analitica, ma compatta, raccogliendo alla ribalta lunghi applausi. Il pubblico, numerosissimo e soddisfatto, ha festeggiato tutti, in particolar modo Nicola Alaimo, che con la sua interpretazione del bizzarro ma affascinante personaggio di trafficone più fortunato che astuto, ha dominato senza difficoltà la scena. Foto Silvano Bacciardi

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