“Falstaff” al Teatro alla Scala di Milano

Teatro alla Scala – Stagione d’Opera e Balletto 2014/2015
“FALSTAFF”
Commedia lirica in tre atti di Arrigo Boito, dalla commedia “The merry Wives of Windsor” e dal dramma “The History of Henry the Fourth” di William Shakespeare.
Musica di Giuseppe Verdi
Sir John Falstaff  NICOLA ALAIMO
Ford  MASSIMO CAVALLETTI
Fenton  FRANCESCO DEMURO
Dott. Cajus  CARLO BOSI
Bardolfo  PATRIZIO SAUDELLI
Pistola  GIOVANNI BATTISTA PARODI
Mrs. Alice Ford  EVA MEI
Nannetta  IRINA LUNGU
Mrs. Quickly  MARIE-NICOLE LEMIEUX
Mrs. Meg Page  LAURA POLVERELLI
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Direttore Daniele Gatti
Maestro del Coro Bruno Casoni
Regia Robert Carsen
Scene Paul Steinberg
Costumi Brigitte Reiffenstuel
Luci Robert Carsen e Peter Van Praet
Produzione Teatro alla Scala
In coproduzione con Royal Opera House, Londra; Canadian Opera Company, Toronto; Metropolitan Opera, New York; Die Nationale Opera, Amsterdam
Milano, 24 ottobre 2015

Il Falstaff firmato da Robert Carsen ritorna al Teatro alla Scala dopo il felice debutto risalente al gennaio del 2013. Essendo l’allestimento proposto oggi la fedele riproduzione di quello che, ormai quasi tre anni fa, animò il palcoscenico scaligero, riporto di seguito quanto scrissi all’epoca.
“Per l’occasione, la Scala si avvale della regia di Robert Carsen, il quale realizza uno spettacolo eccellente sotto tutti i punti di vista, in grado di rendere giustizia alla vicenda di matrice shakespeariana, permeando il tutto con una spolverata di originalità visiva. Carsen ambienta la storia nell’Inghilterra del 1950, in un ampio set che riproduce gli ambienti frequentati dall’alta borghesia del tempo. Il primo atto e parte del secondo si riassumono interamente nelle varie sale di un grand hotel. Il colpo d’occhio alla prima apertura del sipario è spettacolare: Sir John giace spaparanzato su di un enorme letto, indossando un intimo integrale oscenamente lercio, circondato da almeno una dozzina di carrelli per il servizio in camera sommersi di avanzi di cibo di ogni sorta; ovunque, macchie di vino, bottiglie vuote e disordine assoluto. Il secondo quadro mostra le protagoniste femminili (che indossano gli splendidi costumi “fifities” firmati da Brigitte Reiffenstuel) allegramente riunite per un brunch presso il ristorante dell’albergo; a questo proposito, risulta particolarmente riuscita l’idea di far vestire a Fenton i panni di un cameriere piuttosto distratto nel servizio, ma dotato di tale abilità da riuscire ad amoreggiare con Nannetta tra una portata e l’altra, sotto lo sguardo incuriosito (e chiaramente favorevole) delle altre comari. Brillantissima la collocazione scenica escogitata per la prima visita di Quickly a Falstaff: la buffa messaggera s’introduce senza tanti scrupoli in una di quelle riservatissime sale di ricreazione destinate ai soli gentlemen, turbando, con modi sbarazzini e civettuoli, i signori ospiti intenti ora nella lettura, ora nell’assaporare un bicchiere di buon whisky, oppure concentrati in un match di scacchi. Subito dopo, a terminare l’azione di disturbo iniziata da comare Quickly, l’apparizione di Ford, agghindato come un super-ricco texano con tanto di completo pacchianamente dorato e cappello da rodeo, suscita l’ilarità del pubblico e si dimostra intuizione vincente. L’appuntamento a casa di Alice, poi, si svolge in una coloratissima maxi-cucina, fornita di ogni elettrodomestico in voga all’epoca (un plauso allo scenografo Paul Steinberg), mentre il momento clou della “seduzione” prende forma attorno ad un tavolo imbandito (la centralità del piacere del cibo è ampiamente sottolineata) quando Sir John affetta voluttuosamente un enorme tacchino al forno (vero), riservando per se stesso una gigantesca porzione che scatena le risate degli spettatori. Il terzo atto rivela un Falstaff fradicio ed intirizzito che, all’interno di una scuderia, cerca il tepore ed, invano, la comprensione di un cavallo in carne ed ossa, al quale confida le proprie amare riflessioni esistenziali. L’ultimo quadro dell’opera perde appeal, soprattutto a causa dell’assenza di qualsivoglia elemento che richiami alla foresta “stregata”, a parte il solo fondale stellato, ma, anche qui, Carsen gioca una delle sue carte migliori, trasformando, nell’arco di poche battute, l’esterno notturno e desolato in una festosa e luminosissima sala da pranzo apparecchiata che fa da sfondo al finale dell’opera “Tutto nel mondo è burla”. Ritenendo tali considerazioni tuttora valide, ribadisco l’immutata ammirazione per un allestimento dove ogni aspetto funziona incastrandosi in un meccanismo ad orologeria di rara efficacia. È molto interessante l’evidenza che gran parte del cast originale del 2013 sia presente all’appello anche oggi, dandomi in questo modo la possibilità di svolgere una recensione critica comparativa.
Massimo Cavalletti ritorna a Ford con un’approfondita comprensione del proprio ruolo, maturazione che permette al baritono lucchese di cimentarsi in una prova davvero molto buona: la voce è grande e sonora, il timbro prepotentemente virile e l’interpretazione, oggi come allora, disinvolta e comunicativa. Il cantante sembra anche aver smussato alcune ruvidità presenti nella scorsa performance, in favore di un fraseggio che risulta ora più attento e curato. Spavaldo, come di consueto, il suo atteggiamento scenico. Francesco Demuro è un Fenton impeccabile, grazie ad una vocalità in cui il tenore sardo ha perfettamente risolto la questione spinosa del canto sulle note del passaggio e che è capace di librarsi nell’aria con timbro uniforme ed emissione molto ben padroneggiata. Irina Lungu veste di nuovo i panni di Nannetta e lo fa con una sicurezza invidiabile. I suoi interventi con Fenton durante l’opera rivelano filati preziosi, mentre il “soffio etesio” viene mirabilmente risolto con una mezzavoce suggestiva e poetica. Ciononostante, non posso fare a meno di notare come allo stato attuale questo ruolo vada un poco stretto alle qualità vocali del soprano russo, qualità che negli ultimi due anni si sono fatte più evidenti per via di uno strumento che è divenuto più ampio e rotondo, impreziosito da un vibrato morbidissimo, come ho peraltro sottolineato nella recensione relativa alla spettacolare Donna Anna che la Lungu ha impersonato pochi mesi fa all’Arena di Verona. Laura Polverelli ripropone la sua Meg: il personaggio, si sa, è quello che è, ma potrebbe comunque giovarsi di maggiore spessore vocale e personalità scenica rispetto a quanto esibito qui.
Le novità del cast sono costituite principalmente dalla Alice di Eva Mei, dalla Quickly di Marie-Nicole Lemieux e dal Falstaff di Nicola Alaimo.
Eva Mei – in un ruolo lontano anni luce dalla sua vocalità, occorre dire – infonde tutta la classe possibile ad Alice, tramite una figura, un atteggiamento ed una resa canora apprezzabili. La cantante marchigiana ci rammenta i suoi brillantissimi esordi da soprano di coloratura nei momenti, invero sporadici, in cui la scrittura del personaggio sollecita il registro acuto e le agilità (la scala ascendente di picchiettati nelle “gaie comari di Windsor”, ad esempio), laddove evidenzia inevitabilmente una prima ottava debole, quasi sorda ed un registro basso condotto nella sua totalità con note di petto che risuonano comunque sufficientemente alte e garbate. La zampata della grande belcantista arriva comunque nel finale, quando alla frase “questo è Ford, mio marito” la Mei si produce in un trillo strepitoso. Il mezzosoprano canadese Marie-Nicole Lemieux, una Quickly timbricamente poco omogenea, non riesce a far dimenticare la voce ed il fraseggio schiettamente italiani di Daniela Barcellona nel 2013, ma risulta ugualmente divertente in un’interpretazione scenica briosissima che ricorda dappresso certi siparietti da cartoon degli anni 50. Nicola Alaimo è una rivelazione: il suo Falstaff, di bella pasta vocale e di timbro insolitamente giovane, cattura tutta l’attenzione possibile e desta ammirazione grazie ad un canto immacolato e dettagliatissimo. Mai, prima d’ora, avevo potuto percepire dal vivo tutte, ma proprio tutte, le note che infarciscono la scrittura del protagonista, che grazie all’esecuzione di Alaimo si rivela in tutto il suo essere agile e frastagliata. La quantità di colori – e all’occorrenza, anche di vere e proprie dolcezze espressive – che promanano dal canto del baritono palermitano nobilitano la figura del panciuto furfante, accrescendo, oltre alla simpatia, anche l’empatia del pubblico nei suoi confronti. Va da sé che dizione, fraseggio e presenza scenica completino un ritratto sorprendente e di grande caratura artistica. Ottimo l’apporto di Giovanni Battista Parodi (Pistola), Patrizio Saudelli (Bardolfo) e particolarmente del navigato Dott. Cajus di Carlo Bosi, la cui parola cantata “buca” letteralmente durante il suo intervento all’inizio dell’opera. Sul podio, Daniele Gatti privilegia la morbidezza e l’amalgama del suono, entrambe valorizzate da archi di poderosa compattezza, forse a scapito di fiati, soprattutto di ottoni, un po’ troppo smussati. I tempi scelti dal direttore milanese tendono ad una certa rilassatezza, anche se la concertazione appare nel complesso rifinita ed efficace. Non mi sarebbe affatto dispiaciuto un pizzico di verve in più, soprattutto in apertura del terzo atto e nelle scene d’assieme, dove nemmeno il sapiente e pacato controllo d’un Gatti riesce a scongiurare qualche sfasatura tra buca e palco, come si evince dalla scena, ritmicamente ostica, che chiude il secondo atto. Foto Brescia&Amisano per Teatro alla Scala

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