Opera di Firenze: “Così fan tutte”

Opera di Firenze: “Così fan tutte”

Opera di Firenze – Stagione d’opera e balletto 2015/2016
“COSÌ FAN TUTTE”
Dramma giocoso in due atti K 588 su libretto di Lorenzo Da Ponte
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart
Fiordiligi CARMELA REMIGIO
Dorabella ANNA GORYACHOVA
Guglielmo SIMONE ALBERGHINI
Ferrando JUAN FRANCISCO GATELL
Despina GIULIA SEMENZATO
Don Alfonso OMAR MONTANARI
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Roland Böer
Maestro del coro Lorenzo Fratini
Regia Lorenzo Mariani
Scene Maurizio Balò
Costumi Silvia Aymonino
Luci Linus Fellbom
Nuovo allestimento del Maggio Musicale Fiorentino
Firenze, 18 ottobre 2015

Terza ed ultima opera della trilogia Mozart-Da Ponte, “Così fan tutte” è la seconda ad andare in scena al Maggio Musicale Fiorentino, in base al contratto tra il teatro ed il regista Lorenzo Mariani stipulato col “Don Giovanni” del 2013. Sono trascorse due intere stagioni liriche, eppure l’ombra dell’eroe libertino sembra ancora dietro l’angolo perché l’impianto scenico di Maurizio Balò, a conti fatti, è essenzialmente lo stesso, con tanto di piastrelle dai motivi curiosamente più andalusi che campani. Effetto déjà-vu anche per l’idea di portare in scena la buca dell’orchestra, qua con l’intento di riprodurre la piscina di un’aristocratica terrazza partenopea, che è l’espediente per aggirare l’alternanza di ambienti del libretto, cosicché anche le apparizioni in platea di coro ed interpreti sono il più delle volte prevedibili. In un allestimento dove l’unica vera innovazione sta nelle strisce con cui viene tripartita la scena, tra l’altro di discutibile gusto circense, si è portati a cercare per il palco quegli elementi che in produzioni più magnificenti si noterebbero solo in un secondo momento. Si tratta di pochi suppellettili dal sapore retrò che, uniti alla diligente resa dei costumi, spostano l’ambientazione intorno agli anni Cinquanta, quegli anni che nel secondo atto consentono a Silvia Aymonino di vestire simbolicamente Dorabella in gonna corta e Fiordiligi in gonna più lunga. La regia non esita infatti a cedere verso una spiccata attualizzazione, di certo non una sorpresa nel genere, sebbene la posposizione al 1950 stia un po’ stretta all’improvvisa partenza di Ferrando e Guglielmo come ufficiali di marina, mentre ancora più borderline risuona la seconda aria di Despina (“Una donna a quindici anni”). Ritroviamo l’usuale gioco di simmetria di pose ma anche d’azioni (in più occasioni le sorelle ripetono gli esercizi di ginnastica dei loro amanti od indossano un loro indumento), che talora si trasmette anche nelle scene d’insieme, come eco di sentimenti umani più universali. La tela gestuale tra i caratteri è poi ben fitta ed enfatizza spesso lo sviluppo dell’intreccio; tuttavia non si può negare lo sconfinamento verso qualche trovata meno felice, si pensi ai pacchiani “cuoricioni” col ritratto dei fidanzati o, ben peggio, all’eccesso del pool party che chiude il primo atto, causa di ripetuti dissensi. Si uniscono infine all’idea di un viaggio interiore verso l’ambivalenza dei sentimenti, evidente nelle comparse visive dei contenuti delle arie della seconda parte, le funzionali luci di Linus Fellbom, che restituiscono ora momenti “a luci rosse”, ora di maggior compianto, forse appena spinti rispetto al contesto.
Dal golfo mistico, si apprezza l’elettrizzante ouverture di Roland Böer, la cui rapida scelta dei tempi (recitativi accompagnati compresi) fronteggia la sostanziale dilatazione della partitura. Il maestro dà valore a ciò che la musica è in grado di esprimere laddove il testo ancora non si risolve, sfruttando con sagacia le intensità dell’insieme ed il risalto di alcune parti. La restituzione dei frizzanti pizzicati degli archi, ad esempio, rende immediato il clima d’ilarità, mentre accordi più risoluti proiettano la tangibile vergogna di Guglielmo, prima di modulare verso gli eleganti disegni dei corni che nobilitano il rondò di Fiordiligi. Già abile nell’instaurare “un’aura amorosa” col ritmo cullante dei fiati, si nota come queste scelte raggiungano soluzioni cromatiche ancor più sottili nel canone finale, preannunciando quell’armonia che solo le giuste nozze potranno ristabilire.
Spiritoso agli applausi, il coro diretto da Lorenzo Fratini capeggia ogni inserzione fino ai perentori accenti della marcia militare, entro una regia verso cui mostra grande partecipazione.
Fa piacere ritrovare Carmela Remigio in uno dei suoi ruoli più eseguiti, dove dà il meglio di sé nello spumeggiante ritmo del fraseggio e nello squillo del registro medio-acuto. Un po’ di meno, invece, vedere che il passaggio da un repertorio più pesante ha lasciato invariato lo spessore di una voce che rimane leggera, in estensione sui salti di tredicesima della prima aria e senza forzature in basso, ma con volume limitato in tutta la gamma e priva di acuti penetranti. Una Fiordiligi soprattutto candida, per la morbida emissione, ma ancora scolastica e non irreprensibile. La separazione da Guglielmo è infatti correttamente cantata ma lontana dal prescritto “piangendo”, la dinamica è giusto un’intenzione, il trillo a conclusione del rondò è appena distinguibile da un vibrato, mentre qualche affanno sui fiati si traduce in agilità rapide ma asciutte.
Una Dorabella di fascinosa presenza scenica e tutta giocata sulla passionalità del suo timbro fondo, quella del mezzosoprano russo Anna Goryachova. Risoluta nel portamento ma anche arrendevole davanti alle avances, evidenzia buona dizione, anche se lo stringersi del vibrato rallenta talvolta la freschezza del fraseggio. La lieve ovattatura dell’area medio-bassa non inficia un’esecuzione dagli acuti squillanti e che la vede districarsi bene nella respirazione, tenendo anche conto della frenesia attoriale che muove i suoi momenti solistici. Anche per lei, però, valgono gli stessi limiti di volume e di variazioni di colore nelle riprese.
Juan Francisco Gatell si presenta in scena più coinvolto del solito, eppure, sul piano vocale, tutto questo “disordine di pensieri e d’affetti” quasi non emerge, tanto i recitativi sono generici, i suoni di fine frase poco tenuti e la dinamica sistematizzata in mezzo forte. Si evidenzia poi una maggior tensione in qualche passo ascendente, mentre puntuali sono gli arrotondamenti nelle agilità, anche quando non di rapida esecuzione. Al timbro chiaro del tenore resta ancora la possibilità di una linea di canto elegiaca, sebbene sia perlopiù affetta da un vibrato appena abbozzato, emissione poco nitida e flebile proiezione. Più a fuoco il Guglielmo di Simone Alberghini, che sfoggia omogeneità vocale e sicurezza scenica. La facilità attoriale, però, è bilanciata solo in parte dal fraseggio, che approda al massimo a qualche nota più ribattuta nell’alternanza delle frasi o nel sillabato della seconda aria. Rari i momenti di maggior incisività nel volume, comunque moderato, e poco sfruttati gli spunti per rompere la staticità cromatica.
Svantaggiata da un timbro di soprano leggero che, nella parte, l’accosta troppo a quello della Remigio, Giulia Semenzato guarda ben oltre il modello che l’accompagna per sostenere le tesi di Despina, dimostrando scaltrezza nel fraseggio e verve scenica. A suo agio sia nei tocchi beffardi della seconda aria che negli scattanti sillabati, esibisce buoni tremoli, variazioni d’intensità sulle puntature ed anche qualche frase dalla proiezione più sonora in zona medio-acuta. Riusciti anche gli interventi en travesti, dove privilegia l’esecuzione degli abbellimenti e messe di voce a guisa di bisbiglio, raggiungendo una maggiore trasfigurazione vocale al momento dell’atto notarile.
Chiude il quadro il Don Alfonso di Omar Montanari, dalla voce sempre ben importata, il cui apporto nel ruolo rimane marginale per l’assenza d’inflessioni più interiorizzate nel porsi al servizio degli intenti, in una parte che dovrebbe fare dei recitativi il suo punto di forza. Foto © Simone Donati – TerraProject – Contrasto

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