OperaLombardia, Teatro Fraschini di Pavia: “Un ballo in maschera”

Teatro Fraschini – Stagione Lirica 2015/2016
“UN BALLO IN MASCHERA”
Melodramma in tre atti di Antonio Somma
Musica di Giuseppe Verdi
Riccardo SERGIO ESCOBAR
Amelia DARIA MASIERO
Renato ANGELO VECCIA
Ulrica ANNA MARIA CHIURI
Oscar SHOUSHIK BARSOUMIAN
Tom FRANCESCO MILANESE
Samuel MARIANO BUCCINO
Silvano CARLO CHECCHI
Un giudice/Un servo di Amelia GIUSEPPE DI STEFANO
Coro OperaLombardia
Coro di Voci Bianche del Civico Istituto Musicale “F. Vittadini” di Pavia
Orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano
Direttore Pietro Mianiti
Maestro del coro Antonio Greco
Maestro del coro di voci bianche Giuseppe Guglielminotti Valetta
Regia Nicola Berloffa
Scene Fabio Cherstich
Costumi Valeria Donata Bettella
Luci Marco Giusti
Coproduzione Teatri di OperaLombardia
Nuovo allestimento
Pavia, 22 novembre 2015

Devo confessare che dopo gli ottimi Contes d’Hoffmann visti a Piacenza all’inizio di questo 2015, nutrivo notevoli aspettative nei confronti di questo Ballo in maschera firmato dal medesimo regista Nicola Berloffa. Purtroppo, qui al Teatro Fraschini di Pavia, tali aspettative sono state disattese da uno spettacolo sconclusionato dove i molteplici piani di lettura, non da ultimo quello di una rappresentazione metateatrale del dramma, mi hanno lasciato piuttosto perplesso. La narrazione prevede un antefatto che ne costituisce il filo conduttore. Prima che l’orchestra attacchi le note del preludio, sul palco viene inscenata l’uccisione di Abramo Lincoln così come avvenne nel 1865 al Teatro Ford di Washington: l’attentatore balza sul palco da un angolo del proscenio e spara un colpo di pistola sul presidente che cade riverso sul parapetto tra le grida d’orrore delle sue accompagnatrici. Questa messinscena dell’omicidio presidenziale, molto ben realizzata peraltro, viene rievocata durante l’ultimo atto, prima all’interno di una pantomima a fondo palco, e poi ricreata per la scena della morte di Riccardo, facendo in modo che lo spettatore possa cogliere il parallelismo che collega l’assassinio di due figure politiche, una reale e l’altra di fantasia, che hanno fatto della rettitudine morale il proprio vessillo. L’intromissione arbitraria di un elemento tanto estraneo all’argomento avrebbe potuto costituire un guizzo registico originale ed interessante, ma solo a patto che tutte le indicazioni fornite dal libretto e funzionali allo svolgimento della storia fossero state rispettate il più possibile. Berloffa invece, oltre ad optare per una contaminazione temporale in cui le soluzioni visive ondeggiano continuamente in un arco di due secoli, sembra voler ignorare deliberatamente anche le più basilari direttive suggerite dal testo. In scena lacchè settecenteschi si avvicendano a cowboys e ad indiani d’America con un effetto invero straniante. Ulrica è una sciamana non vedente; Oscar viene tramutato da paggio a donzella spiritata con velleità da majorette; Renato entra in scena con tutta l’aria di un esattore dei primi del novecento, con tanto di bombetta e valigetta ventiquattrore. E che dire di Renato che alla fine dell’aria supplichevole di Amelia esclama da seduto “Alzati!” alla consorte che per tutto il tempo gli è rimasta alle spalle rigorosamente in piedi? Oppure di Riccardo, che durante il minuetto chiede ad un’Amelia che non indossa alcun travestimento “Sei quella dello scritto?” e che una volta colpito a morte dal rivale si rialza in piedi e sbracciandosi peggio di un vigile urbano proferisce i suoi ultimi aneliti? Inutile dire che il ballo in maschera del titolo non sia affatto un ballo in maschera qui: che il regista ci voglia far credere che tutto quanto accade sulla scena sia ipso facto una mascherata? Non è chiaro: tutto troppo concettuale, oscuro.
Dal punto di vista musicale, il direttore d’orchestra Pietro Mianiti privilegia un’atmosfera dove la tragicità e il senso dell’imminente precipitare degli eventi si diffondono nella sala attraverso un suono denso ed un colorito orchestrale sovente plumbeo, a cominciare dal preludio che sigla con notevole efficacia l’antefatto messo in scena dal regista, e che rimane velatamente cupo anche nei momenti in cui di solito si ascoltano dinamiche ed intenzioni molto più leggere; una scelta, questa, che convince soprattutto per la capacità di dare risalto alle timbriche fascinose ed ai riflessi spiccatamente notturni che costellano la splendida partitura verdiana. In qualità di concertatore, poi, Mianiti si distingue per il gesto chiaro ed imperioso, grazie al quale, in più di un’occasione, il maestro sa come ricondurre nei ranghi le sempre problematiche scene d’assieme di cui l’opera è disseminata. Sergio Escobar possiede una voce grande ed un timbro solare unitamente ad una dote naturale di spontanea comunicativa che, sulla carta, ne farebbero un Riccardo perfetto. Ed è perciò un vero peccato che il cantante dimostri palesi difficoltà nella gestione del registro alto, difficoltà che fanno la loro comparsa già sulle note del passaggio e che portano il tenore ad eseguire quasi tutti gli acuti della parte con suoni grossolani, spinti dal basso e talvolta gridati. Nella recita cui ho assistito, sono peraltro mancati all’appello il si bemolle conclusivo nel “Di’ tu se fedele” (defaillance dovuta con ogni probabilità alla mancanza di concentrazione derivata dall’amnesia che ha colpito il tenore durante il brano, obbligandolo a ripetere i versi della prima strofa anche nella ripresa), come pure il do all’unisono con Amelia, abbandonata così a se stessa nella stratosfera al termine del duetto d’amore. Suggerirei ad Escobar di correre ai ripari quanto prima, perfezionando la tecnica vocale, in modo da valorizzare (e soprattutto non dilapidare) uno strumento ricco di potenzialità. Al suo fianco, Daria Masiero realizza un’Amelia corretta ma che non entusiasma, a causa di una vocalità che è troppo distante da quella immaginata da Verdi per la protagonista femminile dell’opera. Un soprano come la Masiero, che molti definirebbero lirico puro (ma che nel mio mondo ideale non passerebbe la soglia del lirico-leggero), non può cimentarsi agiatamente negli ampi panneggi della scrittura di Amelia, che gravita per la maggior parte su di una tessitura centro-grave e che deve vedersela con uno strumentale spesso imponente. Fatta questa doverosa premessa, è innegabile che la Masiero sia una professionista a tutto tondo, tecnicamente e musicalmente molto preparata e che riesca a venire a capo del ruolo con dignità. Tra i momenti migliori della sua performance, porrei senz’altro l’esecuzione accurata ed accorata dell’aria “Morrò, ma prima in grazia”, tutta sospesa su delicate mezzevoci; altrove, la cantante è in grado di ritagliarsi il giusto spazio per emergere laddove la tessitura sale, consentendole di esibire acuti morbidi e rotondi. Caso analogo è quello di Anna Maria Chiuri nei panni di Ulrica. Nonostante una vocalità non debordante ed un’emissione perlopiù nasale che certamente non rendono giustizia ad un ruolo che si gioverebbe di tutt’altra cavata e risonanza, il mezzosoprano dà comunque prova di una musicalità sorvegliata, lavora bene sull’accento, pesando ogni singola parola, e si cala con grande sicurezza scenica nella parte. Shoushik Barsoumian compita un Oscar vocalmente appena sufficiente: la voce di per sé non sarebbe di brutta qualità, ma il canto risulta poco fluido, come ingessato, negli incisi discorsivi, mentre avrei gradito una maggiore precisione negli staccati della prima aria e nella centratura delle note, per tacere di quanto poco brillino i volteggi nel “Saper vorreste”. Di contro, gli interventi nei concertati risuonano più a fuoco e perciò più gradevoli. La palma del migliore in campo va senza se e senza ma al Renato di Angelo Veccia che con la sua voce scura e sonora, il colore omogeneo, l’emissione compatta ed il fraseggio intriso di nobiltà dona completa autorevolezza al suo personaggio e si produce in una delle più intense “Eri tu che macchiavi quell’anima” che abbia ascoltato in tempi recenti. Buono l’apporto del Tom di Francesco Milanese e soprattutto del Samuel di Mariano Buccino. Completano proficuamente il cast Carlo Checchi (Silvano) e Giuseppe Distefano nei doppi panni del Giudice e del Servo di Amelia. Alterna la prova del Coro OperaLombardia diretto da Antonio GrecoFoto di Alessia Santambrogio