“Der fliegende Holländer” all’Auditorio Nacional di Madrid

Madrid, Auditorio Nacional de Música – Temporada 15/16 “Malditos”
“DER FLIEGENDE HOLLÄNDER”
Opera romantica in tre atti su libretto e musica di Richard Wagner
Daland ANDREAS BAUER
Senta RICARDA MERBETH
Erik TORSTEN KERL
Mary PILAR VÁZQUEZ
Der Steuermann Dalands DMITRY IVANCHEY
Der Holländer BRYN TERFEL
Orquesta y Coro Nacionales de España
Direttore David Afkham
Maestro del Coro Miguel Ángel García Cañamero
Madrid, 17 gennaio 2016

Se fino a qualche anno fa le esecuzioni di opere in forma di concerto potevano apparire soluzioni alternative rispetto alla messa in scena vera e propria, dovute soprattutto alla necessità di contenere i costi di produzione, oggi la considerazione di tali scelte è molto cambiata. Soprattutto all’interno di stagioni sinfoniche dall’ampio repertorio, come quelle delle orchestre nazionali, l’esecuzione in forma di concerto non costituisce un risparmio (ché, anzi, implica la presenza di numerosi cantanti solisti) ma un’autentica formula alternativa di proposta del teatro musicale. Quando poi all’esecuzione si aggiungono l’utilizzo delle luci e di alcuni oggetti scenici, la recitazione dei cantanti e i loro movimenti sul palco o in altri spazi della sala, completamente liberi, articolati e curati come dal lavoro di un regista, allora la distanza tra concerto e presentazione scenica si riduce davvero moltissimo. È appunto il caso del Fliegende Holländer di Madrid, caratterizzato da due protagonisti eccezionali, da un direttore tutto al servizio della partitura e delle voci, insomma da un’esecuzione di grande accuratezza. Del resto, perché una stagione monografica come quella di Orquesta y Coro Nacionales de España, intitolata ai “Malditos” della storia della musica, dovrebbe rinunciare a un personaggio che incarna la maledizione come l’Olandese errante?
E infatti l’Olandese emerge come un mistero, giunge dal fondo della platea, senza che nessuno se ne accorga, per attaccare «Die Frist ist um» in una sala completamente rabbuiata, esattamente come se si fosse a teatro. L’interprete è Bryn Terfel, il basso-baritono gallese che negli ultimi anni si è sempre più imposto all’attenzione come cantante wagneriano, dopo una carriera dedicata a differente repertorio. Se la prova scaligera del marzo 2013 non aveva convinto del tutto, dopo tre anni si può dire che l’accostamento interpretativo offra risultati nettamente superiori; alcune messe di voce sono un po’ fisse, nelle note centrali si registra a volte un leggero tremulo, altre volte un portamento è troppo marcato, ma nel complesso la prova di Terfel è straordinaria. In primo luogo il volume vocale è impressionante (e non solo quando il baritono si ritrova in mezzo al pubblico) e si appoggia a un timbro chiaro e omogeneo; in secondo luogo, la partecipazione emotiva della condanna del personaggio, la cura espressiva in ogni frase, il senso di rassegnata irresoluzione che aleggia nelle interlocuzioni con gli altri personaggi concorrono a un’interpretazione completa ed efficace. Quando prende a parlare con Senta, per esempio, Terfel modifica parzialmente l’emissione, propone una linea di canto più screpolata, magnetica, virile e insieme delicata; quando duetta con Daland è invece capace di tinte più insinuanti e sfodera armonici più vibranti.
Si può finalmente parlare di autentica interpretazione anche per la prova di Ricarda Merbeth, nel ruolo di Senta; il soprano tedesco sceglie infatti l’esaltazione allucinata quale chiave di lettura della sua redentrice. Per questo si atteggia a sussiegoso disprezzo nei confronti di Erik, tutta votata com’è al martirio finale; sorride sempre, anche nel III atto, mentre si prepara al sacrificio che è trasfigurazione del proprio essere, e in questo riprende l’acuta osservazione di Carl Dahlhaus, che ascriveva il Fliegende non alla tradizione della tragedia in musica, ma a quella del martirologio. E poi la voce della Merbeth è immensa; nel secondo duetto con l’Olandese addirittura sovrasta con agio i volumi di Terfel, e avvolge la sala del suo timbro scuro e affascinante. Anche l’Erik del tenore tedesco Torsten Kerl può vantare una voce più che ragguardevole, sebbene il suo porgere sia meno rotondo rispetto a quello dei protagonisti, e accusi qualche debolezza nel III atto. Un fatto è certo: il momento più appassionante e drammatico di tutta l’opera è senza dubbio il terzetto che precede il finale, sia per la grandezza vocale di tutti e tre gli interpreti sia per il ritmo quanto mai incalzante del direttore. Perter Rose avrebbe dovuto interpretare la parte di Daland, ma a causa di un’indisposizione è sostituito dal tedesco Andrea Bauer, la cui voce unisce bel timbro e cavata molto sicura, anche se l’appoggio delle note acute potrebbe essere perfezionato. Dmitry Ivanchey è un tenore russo capace di accattivare subito la simpatia del pubblico grazie ad abilità attoriali e buona impostazione della voce, quantunque non gli sia sempre facile alleggerire il suono. Corretta la Mary del contralto castigliano Pilar Vázquez. Ottimo in ogni sua apparizione il Coro Nacional de España, preparato dal suo direttore stabile Miguel Ángel García Cañamero e applaudito a lungo dal pubblico della capitale al termine dello spettacolo.
Primo merito del giovanissimo David Afkham è aver schierato i cantanti davanti l’orchestra, e non negli spazi laterali, o peggio ancora dietro o nel coro (come purtroppo usano decidere i direttori timorosi che la vicinanza dei cantanti agli spettatori offuschi il merito e il protagonismo orchestrali). Secondo merito, quello di aver proposto l’opera con un solo intervallo tra I atto e il blocco di II e III uniti (meglio ancora sarebbe eseguire l’opera senza alcuna soluzione della continuità, come nel disegno originario). La Orquesta Nacional de España è molto duttile, ed esaudisce bene le richieste del direttore e del suo gesto, sempre esplicito e ampio. Peccato che i forti rintocchi del timpano vogliano imporsi eccessivamente, sin dal preludio, e che il suono complessivo dei momenti di marcia, di fanfara, di strutture iterate (come nell’attacco del III atto) tenda a legare tutto insieme, mescolando la testura delle varie sezioni orchestrali. Del resto Afkham risolve con l’assertività di un suono unico e netto ogni punto in cui non debba servire alle esigenze dei cantanti. Il Wagner del giovane direttore, privo di contrasti, godibilissimo grazie alla bellezza e all’equilibrio sonori, avrà tempo con gli anni a mostrare le inquietudini interne di una musica insofferente a scelte del tutto unitarie. Per il momento, però, frutta acclamazioni entusiastiche del pubblico madrileno, che festeggia a lungo tutti gli interpreti; ancora una volta il meccanismo di redenzione innescato da Senta riesce alla perfezione.   Foto Auditorio Nacional de Música

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