Genova, Teatro Carlo Felice: “Roberto Devereux”

Genova, Teatro Carlo Felice: “Roberto Devereux”

 Genova, Teatro Carlo Felice, Stagione Lirica 2015/2016  
“ROBERTO DEVEREUX
Tragedia lirica in tre atti. Libretto di Salvatore Cammarano, dalla tragedia Elisabeth d’Angleterre di D’Ancelot.
Musica di Gaetano Donizetti
Elisabetta, regina d’Inghilterra  MARIELLA DEVIA
Sara, duchessa di Nottingham  SONIA GANASSI
Roberto Devereux, conte di Essex  STEFAN POP
Il Duca di Nottingham  MANSOO KIM
Lord Cecil  ALESSANDRO FANTONI
Sir Gualtiero Raleigh  CLAUDIO OTTINO
Un paggio MATTEO ARMANINO
Un familiare di Nottingham   ALESSIO BIANCHINI
Orchestra e Coro del Teatro Carlo Felice di Genova
Mimi DEOS
Direttore Francesco Lanzillotta
Maestro del Coro Pablo Assante
Regia Alfonso Antoniozzi
Scene Monica Manganelli
Costumi  Gianluca Falaschi
Luci Luciano Novelli   
Nuovo allestimento Fondazione Teatro Carlo Felice – Fondazione Teatro La Fenice e Fondazione Teatro Regio di Parma
Giovedì 24 marzo 2016
Roberto Devereux
ha brillato nella culla della lirica genovese. Il Teatro Carlo Felice ha presentato un nuovo allestimento con un cast impressionante, con un direttore assolutamente attento e un regista che ben ha saputo rendere su più livelli il dramma che si stava dipanando in scena.  Alfonso Antoniozzi, fra i più affermati bassi-baritoni buffi a livello mondiale, ha saputo sì interpretare con gusto le direttive imposte dalla partitura, aggiungendo elementi personali che abbiamo molto gradito. Fra tutti i mimi che impersonavano alcuni Membri del Consiglio e il giullare di corte (Luca Alberti, Luisa Baldinetti, Filippo Bandiera, Nicola Marrapodi ed Erika Melli), figura centrale nell’intreccio della tessitura scenica. I primi sono astanti, limitano lo spazio di Roberto, rappresentano la pena piombata su di lui e muovono le scene, basate per lo più da separé in legno intagliato, che montano e smontano e con cui hanno un rapporto quasi fusionale. Infatti seguono dal di dietro tutte le scene introducendo un elemento vouyeristico che evidenzia il sottile confine, già chiaramente espresso dall’opera, tra pubblico e privato, tra il tradimento della nazione e il tradimento dell’impegno d’amore dello stesso Roberto Devereux con la Regina Elisabetta. Nel finale vivono un mancamento in quanto la scelta della sovrana inglese li libera dal ruolo istituzionale in  cui vengono cristallizzati. Il giullare, invece, muto, prende la parola su tutto e partecipa a quanto avviene. Apre e chiude lo spettacolo occupando il trono reale, elemento carico di senso e che offre circolarità a tutto l’allestimento. È l’unico che  segue l’evoluzione dei fatti come se fosse un consigliere reale o l’anfitrione di corte. A nostro avviso, però, arriva a rappresentare l’ironia della sorte, quell’elemento di imprevedibilità che caratterizza la vita e che il controllo dei regnanti non possono arginare completamente. Gestisce inoltre gli altri mimi, danza con la regina, osserva la scena da angolazioni di privilegio, accompagna nella gabbia Roberto e, dimesso, partecipa agli ultimi suoi momenti pieni di paura e speranza.  Il regista Alfonso Antoniozzi valorizza, con eccellente cura dello spazio e delle simmetrie, le scene essenziali ed efficaci. Pochi elementi collocati su una pedana da cui si dipanano pochi gradini. Gli stessi mimi sono i motori della trasformazione che vede nella prima scena il trono reale al centro mentre nel III atto a sinistra del palco, a far capire come la centralità della questione politica lasci il posto a quello affettivo relazionale. Sarà sul finale che finalmente la regina liberata dai suoi abiti rappresentanti il proprio impero, scende per le scale in sottoveste ed esprime al mondo il suo bisogno di libertà urlando il proprio dolore. È proprio l’uso di questo abito che risulta l’unico neo della regia di questo spettacolo. Ad un certo punto i mimi lo sollevano  a mo’ di  stendardo, rendendo evidenti i luoghi su cui comanda la regina, le aree che gestisce e che pesano sulle proprie spalle reali. Riteniamo che sia stata una scelta grossolana e discutibile, in luogo della quale sicuramente sarebbe stata applicabile un’altra più valida e simbolicamente più pregnante. Da rilevare la centralità della gabbia in scena, idea anticipata dalla disposizione dei separé che blindavano e vietavano il passaggio, e da notare la disposizione simile a delle gradinate del Consiglio che obbliga lo spettatore a concentrarsi sugli eventi, sui bellissimi costumi firmati da Gianluca Falaschi e le scene semplici ma efficaci di Monica Manganelli, senza distrarne la visuale, e minimizzandone l’importanza. Le luci, inoltre, firmate da Luciano Novelli, danno spessore drammatico e intensità alle azioni, e partecipano, funzionalmente, all’allestimento. Da rilevare il cambio di sfondo che alla fine è rosso a richiamare il sangue versato di Roberto e la sete di vendetta del Duca di Nottingham. Attenta, precisa e partecipata la direzione del M. Francesco Lanzillotta che interpreta con dedizione e colore la partitura di Donizetti molto ben eseguita dall’Orchestra del Teatro Carlo Felice. Buona la performance vocale del coro che sostiene con pertinenza i solisti e rende bene le sfumature donizettiane. Forse un po’ ingessata la sua presenza scenica e, a volte, è parso poco in relazione con i drammi presentati. Tutti i solisti sono stati pienamente all’altezza del ruolo. Mariella Devia (Elisabetta) ha incarnato magistralmente tutte le sfumature del ruolo, caratterizzandosi per un perfetto controllo del suo strumento. Precisa ed espressiva nel fraseggio, tecnicamente ineccepibile, scenicamente sempre espressiva, ha raggiunto il pubblico che l’ha letteralmente sommersa di applausi.  Si conferma il suo essere una delle maggiori interpreti viventi di Elisabetta. Il soprano ha potuto contare su un adeguato contorno. Stefan Pop ha debuttato, con grande enfasi e carattere, nel ruolo di  Roberto. È stato brillante, potente, convincente in ogni suo intervento. Una vocalità luminosa la sua, adeguata al ruolo donizettiano che ha saputo rendere con pathosSonia Ganassi (Sara), dalla vocalità robusta, ben incarna la conflittualità del suo personaggio. Tecnicamente efficace, precisa anche se non sempre puntuale nel  sostenere la drammaticità del ruolo.  Il baritono Mansoo Kim (Duca di Nottingham) ha impressionato per volume e potenza, ricca di armonici, anche se il registo acuto non sempre era a fuoco.  Buone le performance di tutti gli altri ruoli, in particolare Claudio Ottino (Sir Gualtiero Raleigh),  e  Alessandro Fantoni (Lord Cecil). In sintesi, uno spettacolo veramente ben costruito e ben allestito di cui, a nostro avviso, si sarebbe compiaciuto anche lo stesso Donizetti. Un allestimento che ha saputo imporsi con semplicità e con cura, facendoci tornare a casa soddisfatti, parchi e nutriti di alta cultura. Forse poteva richiamare maggiore pubblico, ma quello che c’era si è fatto molto sentire raggiungendo gli otto minuti di applausi finali. Foto Marcello Orselli

 

 

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