Firenze, stagione lirica estiva dell’Opera: “L’elisir d’amore” a Palazzo Pitti

Firenze, stagione lirica estiva dell’Opera: “L’elisir d’amore” a Palazzo Pitti

Cortile di Palazzo Pitti – Opera di Firenze Stagione estiva 2016
“L’ELISIR D’AMORE”
Melodramma giocoso in due atti. Libretto di Felice Romani, tratto dal libretto Le Philtre di Eugène Scribe.
Musica di Gaetano Donizetti
Nemorino JUAN FRANCISCO GATELL
Adina LAURA GIORDANO
Belcore BIAGIO PIZZUTI
Dulcamara MARCO FILIPPO ROMANO
Giannetta ARIANNA DONADELLI
Orchestra Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Alessandro D’Agostini
Regia Pier Francesco Maestrini
Scene Juan Guillermo Nova
Costumi Luca Dall’Alpi
Luci Bruno Ciulli
Maestro del Coro Lorenzo Fratini    
Firenze, 22 giugno 2016
La stagione estiva dell’Opera di Firenze allinea tre titoli lirici popolari – L’Elisir d’amore, Il Barbiere di Siviglia e La Traviata – intervallati da altri eventi e concerti, fino alla fine di luglio. Questa prima serie di spettacoli si svolge all’aperto, nel cortile di Palazzo Pitti; poi, dopo la pausa del mese di agosto, la stagione torna alla sede istituzionale del Teatro dell’Opera, per concludersi con gli ultimi tre concerti nella prima decade di settembre. La presenza dell’Orchestra e del Coro del Maggio Musicale fiorentino e di artisti di buon nome, molti dei quali già impegnati in produzioni andate in scena all’Opera di Firenze, garantisce una qualità musicale in linea con gli standard del massimo teatro cittadino; pur trattandosi, quindi, di una stagione costruita con proposte accattivanti e titoli popolari, in una ambientazione dall’infallibile appeal turistico, non c’è rischio di incorrere in situazioni da ‘spedizione punitiva’, come accade in certe stagioni estive dal tenore marcatamente vacanziero.
Certo non lascia indifferenti nemmeno i fiorentini – figuriamoci chi viene da lontano – la luce del tramonto che tinge di rosa e scontorna di ombre le bugne di pietraforte del cortile dell’Ammannati, ritagliando un quadrato di cielo solcato dalle rondini su questo spazio incantato che conduce l’occhio e lo spirito dalle geometrie della città murata alla frescura delle fontane e dei giardini, ai ghiribizzi manieristi di grotte e ninfei, e chiude imperiosamente fuori il chiasso, la folla, la vita brulicante e scomposta delle vie del centro. In questo luogo pieno di fascino, acusticamente non perfetto, ma nemmeno troppo infelice, davanti ad un pubblico che occupava circa i tre quarti dei posti disponibili, è andato in scena un Elisir d’amore decisamente gradevole e divertente. Il capolavoro donizettiano, capolavoro di freschezza, di semplicità nel delineare il sentimento  ostinato e insieme la frivolezza e il capriccio propri della gioventù, oscilla appunto tra la commedia e l’elegia, tra la tenerezza malinconica e la risata franca; questa messa in scena, con la regia di Pier Francesco Maestrini e le scene di Juan Guillermo Nova, punta decisamente a mettere in evidenza l’aspetto brillante, comico, surreale, cogliendo e amplificando gli spunti offerti ad abundantiam in questa direzione dal libretto. Come oggi è sostanzialmente di prassi, l’azione è trasposta nei tempi e nei luoghi: siamo in una cittadina rurale degli Stati Uniti all’inizio degli anni ’70, animata da una coloratissima popolazione di teen ager un po’ campagnoli, “figli dei fiori”, signore conquistate dalla moda di abiti e monili etnici, monaci tibetani fuori sede. Adina e Giannetta sono due piccanti cow girls in shorts, camicia a quadri e ombelico al vento; Nemorino è un ragazzotto che gira in costume giallo da pennuto, con cresta e piedi palmati, per ‘motivi di lavoro’, in quanto pubblicizza prodotti alimentari a base di pollo; Belcore è un ufficiale, buffo nelle sue pose da macho cinematografico – gambe larghe, mani sui fianchi e Ray-Ban a goccia sempre indossati – che porta in addestramento i suoi soldati; Dulcamara è ciò che deve essere, ovvero un ciarlatano, che gira i piccoli centri della provincia rifilando fregature, non arriva in carrozza, calesse o mongolfiera, ma più modernamente in automobile, con un losco compagno d’affari.  Senza essere per partito preso favorevole o contrario alle trasposizioni spazio-temporali e agli allestimenti non tradizionali, direi che l’atmosfera creata non è incongrua: un paesotto della campagna americana, lontano dalle metropoli, popolato da gente entusiasta e ingenua, in cui l’arrivo simultaneo di un buffo venditore ambulante e di una squadra di soldati accende la curiosità di tutti e i bollori delle ragazze, in cui il clima caldo e secco incentiva la vita all’aperto e la piccola dimensione rende collettiva la partecipazione ai fatti privati di tutti, è un’ambientazione idonea e divertente per le vicende dell’Elisir, a patto di non essere troppo pignoli sulle singole parole del testo. Del resto sentire ragazzi vestiti in stile Woodstock esprimersi con la tipica lingua ampollosa e aulica da libretto provoca un effetto straniante che ben si sposa con una lettura in chiave nettamente comica e auto ironica. I personaggi, poi, sono nel complesso vivi, credibili, perfettamente riusciti nella caratterizzazione, per la concezione registica, per i bei costumi di Luca Dall’Alpi e per la bravura di un cast, non del tutto omogeneo vocalmente, ma compatto in una resa scenica davvero eccellente.
Così Marco Filippo Romano, Dulcamara, è un vero cialtrone, grossolano, volgare nella presenza e nell’abbigliamento, ma di scatenata e trascinante simpatia, come si conviene ad un bravo imbonitore, che si fa benvolere anche se ha tutta l’apparenza dell’imbroglione; ha vocalità baritonale di timbro piuttosto chiaro e volume medio, con un registro grave poco consistente. A suo agio nel sillabato, ha il fraseggio insinuante e sapido del ‘buffo’; tra le tante gag comiche a lui affidate c’è l’imitazione dell’inconfondibile, sgranata voce di Louis Armstrong nella Barcarola: divertente, ma azzardata dal punto di vista della salute vocale. Anche a Biagio Pizzuto, pure lui baritono chiaro di medio peso, viene chiesto uno sforzo  straordinario e poco ortodosso, dovendo l’ufficiale Belcore impartire ai suoi soldati comandi a squarciagola e un attimo dopo entrare nella vocalità forbita del baritono cantabile ottocentesco; ce la fa a costo di qualche occasionale stimbratura. Per il resto il suo canto è corretto ed espressivo. Anche lui è attore spigliatissimo in scena, perfettamente nel personaggio. Il tenore Juan Francisco Gatell ha voce lirica di timbro chiaro e volume limitato, morbida e carezzevole, particolarmente felice nel registro centrale e nei pianissimi; in una concezione generale che abbiamo detto impostata sulla comicità, a lui sono affidate le frasi più teneramente liriche, venate di ripiegamento e malinconia: l’implorazione “Adina credimi” e la celeberrima aria “Una furtiva lacrima”. Pur nell’abbondanza di paragoni mitici che si possono trovare nella discografia storica più o meno lontana, riesce a trovare il suo spazio e a creare due momenti teatrali  commoventi; ugualmente bravo nel dinamismo scenico, nell’espressività del viso e del corpo si dimostra nel delineare un Nemorino che spesso desta ilarità per la sua ingenuità e goffaggine. Vera dominatrice della serata è stata però Laura Giordano: perfetta scenicamente nell’impersonare una ragazza dispettosissima, una vera “viperetta” provocante e capricciosa, dal cuore d’oro – si sa – ma dai modi da bad girl quasi sino in fondo; pur in possesso di una voce da soprano di coloratura facile all’acuto e ottima nelle agilità, ha timbro tutt’altro che pallido o vetroso, ma anzi tondo e pieno, una voce che suggerisce gioventù e freschezza, un’Adina ideale, direi. Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino hanno confermato la consueta alta qualità delle loro prestazioni; la direzione di Alessandro D’Agostini si è rivelata molto interessante, agile, scattante, in linea con l’impostazione generale brillante, ma dotata di grande libertà e varietà, tutt’altro che metronomica o banale, caratterizzata tra l’altro dalla totale riapertura dei tagli di tradizione; proprio certe variazioni agogiche che hanno caratterizzato e reso così interessante il fraseggio orchestrale, hanno messo occasionalmente in difficoltà la coesione tra buca e palco, generando qualche scollamento, come se certi rallentando o certe soluzioni di punti coronati non fossero del tutto rodati. La reazione del pubblico è stata immancabilmente calorosa e festante. Foto Pietro Paolini

 

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