Venezia, Teatro La Fenice: Jonathan Webb & Marco Giani

Venezia, Teatro La Fenice: Jonathan Webb & Marco Giani

Venezia, Teatro La fenice, Stagione sinfonica 2015-2016
Orchestra del Teatro La Fenice
Direttore Jonathan Webb
Fagotto Marco Giani
Federico Gon: Abendmusik
Carl Maria von Weber: Concerto per fagotto e orchestra in fa maggiore op. 75
Anton Bruckner: Sinfonia n. 1 in do minore WAB 101 (versione 1866)
Venezia, 10 giugno 2016
Volge al termine la Stagione sinfonica 2015-2016 del Teatro La Fenice, di cui si è svolto il decimo concerto. Sul podio Jonathan Webb, già ospite del teatro veneziano. La serata si è aperta con la prima esecuzione assoluta di Abendmusik (Musica della sera) del giovane compositore triestino Federico Gon: nuova commissione nell’ambito del progetto “Nuova musica alla Fenice”, realizzato con il sostegno della Fondazione Amici della Fenice e lo speciale contributo di Nicola Giol. L’esecuzione è stata preceduta da una breve cerimonia – presenti il musicista, il direttore artistico Fortunato Ortombina e Barbara di Valmarana, presidente della Fondazione Amici della Fenice – per la consegna del premio. Dopodiché protagonista è stata la musica: un continuum sonoro animato dalla diffusa alternanza di climax ascendenti e discendenti, che ha affascinato il pubblico per la raffinatezza dell’orchestrazione, in larga parte ispirata al tardo romanticismo al pari dell’impianto armonico, oltre che per la maestria con cui viene evocata una magica atmosfera vespertina. In effetti – come spiega lo stesso autore nel programma di sala –  il timore di cimentarsi nella composizione di un Adagio, nel contesto di una serata sostanzialmente dedicata a Bruckner – autore di pagine sublimi recanti tale indicazione agogica – lo ha spinto a ideare una piccola Abendmusik: una “musica della sera”, che – al di là del suo significato  immediato – sia anche metafora dello scorrere del tempo verso la sera della vita: un po’ come fa Pascoli ne La mia sera, una lirica  simbolico-evocativa, in cui analogamente i vividi ricordi della tempesta del giorno si spengono nella nella pace della sera. Ma questa scelta rivela anche un piccolo nesso con Bruckner – prima che grande compositore, grande organista – per la semplice ragione che il termine “Abendmusik” si riferisce anche ai concerti d’organo che le chiese tedesche luterane del Sei-Settecento offrivano dopo il tramonto ai loro fedeli. Impeccabile l’esecuzione dell’orchestra, che – sapientemente guidata – ha saputo rendere con dovizia di sfumature la scrittura di Gon, che non perde mai di vista la delicatezza che si addice ad un pezzo interamente percorso dal sentimento della nostalgia. Successo assolutamente pieno.
Composto nel 1811 su richiesta del primo fagotto della Hofkapelle di Monaco, Georg Friedrich Brandt, il Concerto per fagotto e orchestra op. 75 è un tipico esempio di classicismo post-mozartiano. Assolutamente all’altezza, come solista, Marco Giani, primo fagotto dell’orchestra Fenice, che ha affrontato con sensibilità e padronanza tecnica i più spericolati passaggi virtuosistici come i temi cantabili presenti in questo concerto, concepito per mettere in valore le ricche potenzialità tecnico-espressive dello strumento ad ancia, qui spesso sottoposto ad un trattamento di stampo “operistico”. Nell’Allegro ma non troppo iniziale – ricco di riferimenti all’analogo Concerto K 191 del Grande salisburghese – dopo l’Introduzione orchestrale, contenente i due temi su cui si basa il movimento (il primo, piuttosto gaio, dal ritmo puntato, il secondo sviluppantesi su un’ampia  di canto), il fagotto ha imposto il suo ruolo da protagonista, riproponendo entrambi i temi tra virtuosismi ed espansioni melodiche. Il successivo Adagio, di gusto mozartiano, ha messo ancora in luce la vena cantabile dello strumento sulle morbide armonie degli archi, fino alla cadenza finale tra l’arioso e il recitativo, mentre nel conclusivo Rondò, di sapore rossiniano, sono emerse pienamente le doti di agilità del fagotto, qui come altrove vera e propria primadonna del palcoscenico. Giustamente scorrevoli i tempi scanditi dal direttore, che tuttavia non ha sempre saputo trovare quella leggerezza del suono orchestrale, atta a dare pieno risalto al solista.
Tempi alquanto spediti, asciuttezza a livello espressivo, una lettura complessivamente rivolta alla sintesi si sono colti in Bruckner. Composta nel biennio 1865/66, la Prima sinfonia segue, in realtà, la Sinfonia in fa minore (né più né meno che uno studio) e i primi abbozzi di quella in re minore (quella che, una volta completata, sarà indicata come Nullte, zero, per non turbare la numerazione preesistente). L’autore, in tarda età, finirà per considerare il suo primo lavoro sinfonico come una tra le opere più riuscite e difficili da lui scritte, anche per l’arditezza di alcuni passaggi strumentali. Anche in questo lavoro emerge l’ossequio alla tradizione austriaca e a Schubert in particolare, seppur facendo ricorso ad una strumentazione più appariscente e robusta di derivazione wagneriana. Genuinamente bruckneriana è invece  la poderosa costruzione polifonica al pari degli impetuosi crescendo che si sviluppano nei movimenti estremi.   Un Bruckner teso, completamente scevro da qualsiasi languore tardo-romantico come da ogni affettazione e, per la verità, anche da qualche doverosa morbidezza, si è colto nell’Allegro iniziale, aperto da un ritmo di marcia ostinato degli archi, che conduce ad un picco dinamico, assumendo, all’apparizione del vigoroso motivo dei tromboni, un carattere titanico, cui si contrappone il lirismo del secondo tema. Dopodiché ne appare un terzo presentato in tono trionfale ancora dai tromboni. Più meditativo e ricco di sfumature – ma con tempi sempre alquanto sostenuti –  l’Adagio, immerso in un’aura beethoveniana col suo motivo principale grave e solenne che poi si sviluppa variamente. Poderoso l’attacco dello Scherzo, carico di energia ritmica e percorso da un tono popolaresco e contadino, reso con vigorosa baldanza, cui si è contrapposto il Trio con il suo idillio campestre e la sua  atmosfera danzante di gusto viennese, per poi lasciare di nuovo spazio a “scherzosi”contrasti dinamici e interiezioni umoristiche che precorrono Mahler. Agitato da eccessiva concitazione il Finale, dalla possente architettura, che culmina in una travolgente cadenza a conclusione di un massiccio e severo fugato. L’energia e il dinamismo della lettura di Webb hanno, in ogni caso, sedotto il pubblico, che gli ha tributato reiterati e  calorosi applausi.

 

 

 

 

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