Apoteosi e derisione: a Torino il “Sylphidarium” di Francesca Pennini

Apoteosi e derisione: a Torino il “Sylphidarium” di Francesca Pennini

Torinodanza Festival 2016, Teatro Carignano
“SYLPHIDARIUM Maria Taglioni on the Ground”
Concept, regia, coreografia di Francesca Pennini
Musiche originali, live electronics di Francesco Antonioni
Azione e creazione: Simone Arganini, Margherita Elliot, Carolina Fanti, Carmine Parise, Angelo Pedroni, Francesca Pennini, Stefano Sardi, Vilma Trevisan
Drammaturgia di Angelo Pedroni, Francesca Pennini
Violino: Marlène Prodigo
Percussioni: Flavio Tanzi
Produzione Collettivo Cinetico
in collaborazione con Emilia Romagna Teatro Fondazione, Fondazione Teatro Comunale di Ferrara, L’Arboreto -Teatro Dimora di Mondaino.
Torino, 13 settembre 2016
Un’indagine archeologica dell’oggetto culturale che è lo spettacolo “SYLPHIDARIUM Maria Taglioni on the Ground” del “ColletivOCineticO” di Francesca Pennini sembra quanto mai pertinente, non solo per le modalità di creazione coreografica che la ideatrice eredita da Michel Foucault, ma soprattutto per la percezione delle stratificazioni corporee personali e sociali che ha potuto apprezzare il pubblico intellettuale e tradizionale presente nel centralissimo Teatro Carignano di Torino, luogo scelto dal Festival Torinodanza di Gigi Cristoforetti, in collaborazione con il Festival MITO Settembre Musica, per ospitare in prima nazionale questa produzione postmoderna.
Un discorso sulle condizioni di possibilità di questa coraggiosa e ironica ri-creazione de La Sylphide (Parigi, 1832) di Filippo Taglioni, con Maria Taglioni che forse per la prima volta saliva sulle punte dei piedi, indossando un tutù vaporoso per incarnare la leggerezza di una creatura aerea ed inafferrabile – come l’idea dell’amore romantico e della femminilità eterea, esiziale, concepita in danza dagli intellettuali dell’epoca – porterebbe ad una deviazione sui processi di co-produzione internazionali alla base di una industria culturale con una sua particolare ideologia: costruire anche nel settore della danza contemporanea un marchio “Made in Italy” riconoscibile, esportabile, sostenibile e riproducibile. In perfetta consonanza con quanto si proponeva la politica ottocentesca in Francia e in Italia.
>In questo magazine ci sembra più significativo riconoscere il valore della ricerca culturale e della drammaturgia della danza sottostante la creazione di Francesca Pennini e dei suoi giovani, poliedrici e atletici danzatori, accompagnati dalla musica originale e dal vivo di Francesco Antonioni.
Entrati nel bel teatrino all’Italiana che è il Carignano – uno dei salotti più cari al mondo della danza torinese – dal sipario aperto si scorge una figura deposta sul grande tappeto bianco che ricopre quasi tutto il palcoscenico e prosegue in verticale a chiudere il fondale: è di schiena, ha il petto nudo e una gonna nera. Di lato i musicisti. Sottofondo di grilli e cicale. Alcuni accordi dal Walzer in Do diesis minore, Op. 64 No. 2 di Chopin segnano l’inizio dello spettacolo. Un voce fuori campo annuncia: “Iniziamo ora un viaggio in un mondo fantastico popolato da creature che risiedono in un limbo sospeso bianco”.
Secondo la tradizione delle entrées italo-francesi o delle passarelle felliniane o delle sfilate di moda si presentano tutti i personaggi del balletto, con una corporeità che incarna tecniche di movimento, ruoli sociali e immaginari culturalmente determinati: Effie, la promessa sposa, in tutina aderente di lattex nero e tacchi alti, fetish e sadomaso; James, il promesso sposo in kilt e petto nudo; due silfidi in biancheria intima bianca, maschio e femmina, secondo l’ambivalenza di genere presente nella tradizione letteraria e ballettistica come nella entomologia che li classifica come coleotteri, insetti necrofori; Gurn, l’amico dello sposo, innamorato di Effie, in kilt; Madge, la strega indovina, vestita di verde con accessori pelosi da creatura selvaggia.
La ricerca archeologica dentro i significati del balletto e le tradizioni di studio che ne hanno fatto un cadavere sottoposto ad autopsia, si riverbera anche nell’autobiografia di Francesca Pennini, che già con 10 Mini Balletti aveva lavorato con successo sul suo corpo-archivio di tecniche di allenamento che dalla ginnastica ritmica l’hanno poi condotta alla danza contemporanea. La Sylphide è lei che entra sulle punte, con calze autoreggenti bianche di spugna e biancheria intima sportiva, un probabile omaggio alla moda lanciata nei video di aerobica di Jane Fonda negli anni Ottanta, che diffuse un training di massa con elementi di danza jazz (che ritroveremo nella seconda parte dello spettacolo). C’è da dire che. oggi, la moda dei video di Yoga Challenge ha lo stesso impatto culturale, rendendo riconoscibili le posizioni di vari personaggi del balletto.
Mentre come dice la solita voce fuori campo “Le Silfidi si isolano solo per lanciare segnali di corteggiamento”, gli esemplari di James (moltiplicati con effetti di amplificazione esilarante o inquietante…) si esibiscono sulle percussioni in una coreografia di espressione africana con slanci, grandi sforbiciate di gambe frontali, con una originalissima attualizzazione filologica dei grand jeté en avant della versione danese di August Bournonville del 1836, oltre al gioco di equilibrio sui talloni o battuti a terra, come nel reel originale danzato secondo le tradizionali danze scozzesi.
Nella drammaturgia ottocentesca l’esibizione della potenza maschile di James si opponeva con una dinamica di alternanza efficace alla leggiadria degli assoli della Sylphide in punta: qui però troviamo un aitante silfo culturista, in lingerie bianca, con due piume-alucce bianche sulle scapole che diventano le protagoniste di una poetica danza di micromovimenti di schiena. L’anatomia del corpo danzante riprende vita se coreografato al microscopio.
Sferzante e sarcastica è l’immagine di Effie in lattex nero e tacchi alti portata al guinzaglio come una cagna in calore da Gurn, vestito in lattex nero (dopo che ha ceduto il suo kilt ad Effie per rivestirne i panni neri e fetish): la storia racconta che Effie abbandonata da James, corso dietro alla Silfide, chiede alla madre cosa deve fare e per consolarsi si butta velocemente fra le braccia di Gurn, per convenienza, per sesso, per cosa? Fuoco dell’attenzione della danza è il bacino, con i suoi movimenti simbolicamente legati all’animalità aizzata dal suono grave, tellurico, ancestrale, delle percussioni. Quando di nuovo compariranno nella storia, danzeranno con finti zoccoli ai piedi (ciabattone casalinghe) – sempre sull’idea del reel originale – con pigiamoni morbidi e animaleschi (rosso a stelline e bianco-nero come nel film La carica dei 101) a ricordarci la nostra vita “coccolosa” di piccoli borghesi, concreti, pragmatici, con i piedi per terra.
Il secondo atto si apriva allora come oggi sulla danza delle tre streghe che preparano il velo mortale, che Madge regalerà a James per catturare la sua Silfide: i pantaloni aderenti con fantasie kitch e dei copricapezzoli appena accennati, le rendono decisamente sensuali e trendy. Dopo l’ultimo incontro fra la Sylphide – già totalmente coperta da burqa (dal quale spuntano solo gli occhi) e guanti bianchi – con un James ormai selvaggio, con pantaloni marroni e movimenti da culturista, perché ha congiurato e perciò acquisito la natura selvatica della strega Madge per afferrare il suo desiderio, la Silfide muore e Madge trionfa cavalcando a petto nudo ben due Effie maschili che le si sottomettono e la baciano.
A questo punto parte una sequenza di baci sulla bocca, simbolo della catena del potere di sottomettere le persone (attraverso il sesso?): Gurn bacia Effie, che bacia James, che poi viene baciato da un uomo in jeans… fino ad arrivare al bacio appassionato fra Effie in camicia scozzese e la donna selvaggia (Madge?) e la Silfide in tuta bianca che bacia Effie in camicia scozzese… Una democrazia del bacio, se non fosse sempre sottintesto un rapporto di potere.
La Sylphide bardata di bianco e stesa a terra è diventata un oggetto in totale balia dei suoi predatori, un feticcio ormai cadavere che James bacia alla fine quando è troppo tardi, innescando un vero e proprio rituale di celebrazione feticista attraverso i baci di gamba e piedi da parte di silfidi uomini e donne che alla fine portano via il cadavere in una processione funebre, mentre Madge incoronata di verde alza il braccio in segno di vittoria.
Un intermezzo accoglie lo sguardo dello spettatore in un giardino dell’Eden, in un paesaggio sonoro di grilli e cicale, dove tutti i danzatori nudi si siedono lentamente in cerchio per condividere qualcosa da mangiare e poi ripartire per una nuova sessione di allenamento. La solita voce fuori campo indica la prima sessione, l’atto unico di Les Sylphides (1909) di Michail Fokin, un atto bianco di pura coreografia, filologicamente attraversata dagli otto danzatori vestiti sportivamente in bianco e grigio-argento, con scarpe da ginnastica e scaldamuscoli come nella post modern dance (Dance di Lucinda Childs – già visto a TorinoDanza – è del 1977) e nei video di aerobica di Jane Fonda degli anni Ottanta. Il quadro iniziale di gruppo è costruito per accumulazione dei danzatori che si posizionano uno alla volta, aggiustando un po’ l’immagine viva già presente, per farsi spazio. Seguono sequenze gestuali soprattutto delle braccia stilisticamente simili alla versione originale, ma con un montaggio di ritmi diversi associato allo spostamento geometrico, cristallino, dei danzatori nello spazio scenico. La musica di Chopin, già rivisitata a suo tempo da Glazunov, viene qui rielaborata da Francesco Antonioni, per a creare una marcia senza fine che organizza la ripetizione-variazione delle sequenze di movimento… fino alla seconda sessione di allenamento, presentata ancora dalla voce fuori campo, finché tutti i danzatori vanno a prendere un asciugamanino bianco  da palestra e si sdraiano uno alla volta in diagonale, stremati dall’ossessiva ripetizione alla quale non cede solo la Sylphide – Francesca Pennini – ex ginnasta che nonostante il fiatone va avanti a ripetere la sequenza fino a quando le luci del palco sono accese.
Un ammiccamento, mi piacerebbe scrivere, al pubblico di oggi che desidera il professionista della danza sempre in movimento forzato. Apoteosi del virtuosismo, derisione del culto feticista della danzatrice.

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