Jesi: “Li prodigi della Divina Grazia nella conversione e morte di San Guglielmo duca d’Aquitania”

Jesi: “Li prodigi della Divina Grazia nella conversione e morte di San Guglielmo duca d’Aquitania”

Teatro G.B. Pergolesi – XVI Edizione Pergolesi Spontini Festival
“LI PRODIGI DELLA DIVINA GRAZIA NELLA CONVERSIONE E MORTE DI SAN GUGLIELMO DUCA D’AQUITANIA” (1731)
Dramma sacro di Ignazio Maria Mancini
Musica di Giovanni Battista Pergolesi
Revisione critica di Livio Aragona. Edizioni Fondazione Pergolesi Spontini
San Guglielmo RAFFAELLA MILANESI
San Bernardo /Padre Arsenio 
SOFIA SOLOVIY
Cuòsemo
CLEMENTE ANTONIO DALIOTTI
Angelo
ARIANNA VENDITELLI
Demonio
MAHARRAM HUSEYNOV
Les Talens Lyriques
Direttore al cembalo e all’organo Christophe Rousset
Regia Francesco Nappa
Scene Benito Leonori
Costumi Giusi Giustino
Luci Fabrizio Gobbi
Videodesign Mario Spinaci
Nuova Produzione della Fondazione Pergolesi Spontini di Jesi
Jesi, 9 settembre 2016   
Al Teatro Pergolesi di Jesi per il XVI Festival Pergolesi Spontini, è andata in  scena una nuova produzione de Li prodigi della divina grazia nella conversione e morte di San Guglielmo Duca d’Aquitania, dramma sacro di Giovanni Battista Pergolesi nella revisione critica di Livio Aragona per le Edizioni Fondazione Pergolesi Spontini.  Il San Guglielmo, dramma sacro su libretto di Ignazio Maria Mancini con personaggi e situazioni da commedia buffa, è il primo lavoro ufficiale di Pergolesi come compositore: rappresentato nel 1731 in un convento (nel chiostro del monastero annesso alla Chiesa di Sant’Agnello), fu visto dalla Napoli aristocratica e intellettuale dell’epoca, che decretò il successo del giovane musicista jesino. Mancini e Pergolesi concepirono il racconto della conversione di San Guglielmo come un’opera teatrale, in cui la teatralità, realizzata con tanto di scene e differenti ambientazioni, era un mezzo di trasmissione di contenuti edificanti. Modellato sulle comedias de santos spagnole, che includevano personaggi comici e scene buffe, il San Guglielmo prevede la figura di Capitan Cuòsemo, erede dei militari sbruffoni della commedia dell’arte, che si esprime in dialetto napoletano. La storia è un continuo intrecciarsi di spiritualità e comicità, di travestimenti e consigli – quest’ultimi dispensati da Cuòsemo, capitano fanfarone. In queste scene dalla comicità sanguigna la musica si fa spiccatamente gestuale e il giovane compositore sfoggia una disinvolta padronanza dello stile buffo. La musica di Pergolesi è di una straordinaria varietà: arie di sublime bellezza, duetti e quartetti che si sviluppano come architetture barocche, ritmi di danza che si scatenano nell’eterna lotta tra angelo e demonio e nelle buffe tirate di Cuòsemo. Si può andare in paradiso anche ridendo, sembra dirci Pergolesi.
Le scene di Benito Leonori sono gli ormai già noti in teatro “sfondi da proiezione”. Alcuni pannelli di varie dimensioni  sui quali venivano a contrasto proiettate immagini diverse da quelle sullo sfondo legavano la parte registica a quella prettamente musicale. Cielo, fiamme, tagli sui pannelli da cui uscivano le mani degli spiriti infernali, alberi intrecciati e pietre di vetuste costruzioni rafforzavano visivamente la drammaticità musicale, seppure una migliore definizione e scelta delle luci  di Fabrizio Gobbi avrebbero assai aiutato. Certo portare in scena un dramma sacro non è cosa facile e non si può dire che l’idea seppur scontata non sia stata assolutamente funzionale ed alle volte felice. La regia Di Francesco Nappa si è assolutamente legata alle scene molto spesso quasi appigliandosi; personaggi certo ben delineati per carattere e forza espressiva ma nulla di più. Non troppo belli a vedersi i mimi/ballerini in scena, alcuni dei quali alquanto goffi ed impacciati. Di notevole precisione stilistica e di ambientazione i costumi di Giusi Giustino; bei tagli, bei materiali e cromie eleganti e ben amalgamate con la scena. Christophe Rousset, noto per essere un indiscusso fuoriclasse in codesto repertorio, ha diretto la sua orchestra, Les Talens Lyrique con la passione e la cura che lo contraddistinguono, ma che lo hanno portato forse ad una lettura più affascinata dalle cromie e dallo splendido nitore timbrico che dal versante più drammatico e prettamente teatrale.
Raffaella Milanesi nel ruolo en travestì di San Guglielmo, nonostante un inizio sottotono, ha saputo piano piano recuperare; ha una bella voce, personale, non sempre luminosa e  con un registro acuto non totalmente a fuoco, ma è un’artista sempre attenta  ed intesa in scena. Sofia Soloviy nel doppio ruolo di san Bernardo e padre Arsenio ha letteralmente incantato il pubblico grazie ad uno strumento vocale poco comune; possiede infatti un timbro  di suprema eleganza, morbido e vellutato, omogeneo in tutta la gamma, tanto timbrato nel setoso registro grave che nello sfolgorante acuto, passando per un centro ambrato e solidissimo. Scenicamente palpitante ed espressiva ha convinto in ogni suo intervento. Clemente Antonio Daliotti tratteggia un Cuòsemo interessante da un punto di vista musicale, giustamente espressivo e musicalmente preciso, ma più contenuto scenicamente. Il suo personaggio poteva dar sfogo a maggior apertura e forzare su quella “vis comica” attesa. Peccato! Arianna Venditelli (Angelo) ha convinto pienamente per il bell’equilibrio nell’affrontare l’aspetto musicale e prettamente teatrale del personaggio con una giusta attenzione alla parola ed allo sviluppo. Interessante per la teatralità, per il timbro dal colore gradevolmente brunito  e per la distinta vocalità anche il Demonio di Maharram Huseynov. Successo per tutti i protagonisti ed il direttore da parte di un pubblico certo non numeroso ma assolutamente partecipe. Foto Stefano Binci

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