Non è ciò che è: “Killing Desdemona” di Balletto Civile al Teatro dell’Arte di Milano

Non è ciò che è: “Killing Desdemona” di Balletto Civile al Teatro dell’Arte di Milano

Milano, Teatro dell’Arte, stagione teatrale 2016-2017
KILLING DESDEMONA”
di Michela Lucenti e Maurizio Camilli
Regia e coreografia Michela Lucenti
Musica originale eseguita dal vivo Jochen Arbeit (Einstürzende Neubauten)
Interpretato e creato da Fabio Bergaglio, Maurizio Camilli, Andrea Capaldi, Ambra Chiarello, Michela Lucenti, Demian Troiano, Natalia Vallebona
Scene e costumi Chiara Defant 
Disegno luci Stefano Mazzanti
Produzione Balletto Civile, Festival delle Colline Torinesi, Ravello Festival, Neuköllner Oper Berlin, Compagnia Gli Scarti
Milano, 22 settembre 2016

“Non sembrano ballerini”. È questa la reazione immediata di un ragazzo in seconda fila al Teatro CRT di Milano all’ingresso in scena di Balletto Civile per il debutto milanese di Killing Desdemona, libera eppur fedele reinterpretazione dell’Otello shakespeariano.
Una reazione che dice bene quanta strada si debba ancora fare in Italia per sciogliere l’immaginario comune dai rigidi e limitanti canoni estetici della danza accademica, ma che al tempo stesso rappresenta, forse, uno dei maggiori riconoscimenti che si possa rivolgere a un collettivo che ha voluto proprio fare della spoliazione dalle forme codificate e della commistione dei linguaggi alcune tra le sue principali direttrici di ricerca.
A ben guardare e dire, poi, i danzatori non solo non sembrano tali, ma neppure appaiono quali puri attori o cantanti; e si fatica a un certo punto a definirli persino performer. Il lavoro da anni condotto dal gruppo sotto la guida di Michela Lucenti sulla semplicità e profondità della presenza, nell’ascolto di sé e dell’altro, emerge infatti con tale naturalezza sulla scena da mettere in discussione i confini non solo fra le diverse arti, ma anche tra realtà e immaginazione, arte e vita. La nudità della scena – giusto qualche sedia in stile veneziano a evocare l’originaria ambientazione del dramma e a suggerirne un certo risvolto voyeuristico, la proiezione di un arazzo sullo sfondo a riassumerne l’intreccio passionale e i microfoni pensili ad amplificare le battute dei protagonisti – nonché la musica eterica creata ed eseguita dal vivo dal dj berlinese Jochen Arbeit favoriscono tale effetto ma è senza dubbio l’interpretazione di alcuni componenti storici della compagnia (tra cui la suadente Ambra Chiarello nel ruolo di Emilia) a mostrare una coscienza del proprio corpo e della sua originaria unità espressiva che non solo sottintende e insieme supera tecniche e studi specialistici, ma che rivela un coinvolgimento totale dell’artista quale persona, dagli strati più fisici a quelli più sottili.
Una simile messa in discussione del rapporto tra essere e apparire, realtà e finzione, unità e immediatezza del corpo, da una parte, e discontinuità e frammentazione del pensiero, dall’altra, trova del resto nell’Otello di Shakespeare un banco di prova e, dunque, un’occasione di espressione eccezionali. Dopo aver messo in scena l’amore segreto di Ofelia e Amleto attraverso le parole di Steven Berkoff nel 2010, Michela Lucenti e Maurizio Camilli proseguono il loro dialogo con il bardo mettendo al centro la figura di Desdemona. Come ha affermato in una breve intervista la coreografa e regista dello spettacolo, nonché interprete della protagonista, la moglie del Moro è sicuramente meno mistica e poetica della giovane figlia di Polonio; è una donna più grande e matura, con una forza e spregiudicatezza che travolge – direi quasi fino a sopraffare, almeno nella scena di sesso iniziale – ma che proprio per questo è in grado di dare corpo a una serie di luoghi comuni e al tempo stesso di trasformazioni profonde nelle relazioni tra maschile e femminile della società contemporanea. Oltre all’innocenza e alla fragilità della donna, contesa al pari di un oggetto tra tutti gli uomini in scena (Cassio compreso, interpretato da un sanguigno Andrea Capaldi), la Lucenti riesce infatti a rivelarne tutta quella carica di desiderio e soprattutto di risolutezza nel perseguirlo che tanto affascina quanto spaventa la controparte maschile – e non solo – e che proprio per questo si sente ancora drammaticamente addotta quale attenuante, se non giustificazione, in tanti episodi di femminicidio. Al tempo stesso Otello (interpretato dal giovane Demian Troiano, un po’ esile a inizio spettacolo ma convincente dalla follia in poi) mostra una delicatezza di tratti che scardina il tradizionale modello del Moro shakespeariano, riuscendo così a rappresentare più efficacemente l’uomo contemporaneo, chiamato da una parte a esprimere nuovi lati della sua personalità ed emotività ma in difficoltà, dall’altra, a conciliarli con la logica del possesso, della competitività e del comando di stampo patriarcale.
L’uomo e la donna escono da questo dramma parimenti vittime e carnefici, bambole e burattini proprio come la prostituta Bianca (Natalia Vallebona) e l’ingenuo Roderigo (Fabio Bergaglio) nelle mani di un sistema di potere che stenta a morire ma la cui radice è da estirpare dall’interno di ogni essere umano. “Io non sono ciò che sono” dice Jago attraverso la voce di Maurizio Camilli: un’affermazione che solitamente suona come arma del perfido e astuto alfiere o come magia riservata all’artista, ma che può essere letta anche come rimedio e cura ai “mostri del pensiero”, per citare il poeta inglese, a cui spesso ci si dà in pasto dimenticandosi le infinite possibilità di sé e dell’altro. Lo spettacolo sembra suggerirlo nella forma e nel contenuto, sta ora allo spettatore provarlo. (foto Pino Izzo – prima Nazionale Ravello Festival)

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