“Un ballo in maschera” all’Opera di Roma

Teatro dell’Opera di Roma – Stagione Lirica 2015/2016
“UN BALLO IN MASCHERA”
Melodramma in tre atti su libretto di Antonio Somma basato sul libretto di Eugène Scribe per l’opera di Daniel Auber Gustave III, ou le Bal Masqué
Musica di Giuseppe Verdi
Gustavo III Re di Svezia (Riccardo) FRANCESCO MELI
Il Capitano Anckarstrom (Renato) SIMONE PIAZZOLA
Amelia  HUI HE
Arvidson, indovina (Ulrica)  DOLORA ZAJICK
Oscar  SERENA GAMBERONI
Il Conte Horn  (Samuel) ALESSIO CACCIAMANI
Il Conte Ribbing (Tom)  DARIO RUSSO
Christian, in marinaio (Silvano) GIANFRANCO MONTRESOR
Un giudice GIANLUCA FLORIS
Servo di Amelia MICHAEL ALFONSI
Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma
Direttore Jesùs Lòpez-Cobos
Maestro del coro Roberto Gabbiani
Regia Leo Muscato
Scene Federico Parolini
Costumi Silvia Aymonino
Luci Alessandro Verrazzi  
nuovo allestimento in coproduzione con il Teatro dell’Opera di Malmo
Roma, 18 ottobre 2016
Spettacolo conclusivo della stagione in corso al Teatro dell’Opera di Roma questo Ballo in Maschera verdiano, andato in scena nella versione originale ambientata in Svezia che peraltro, a parte qualche inevitabile e irrilevante variazione nel testo poetico e la diversa denominazione dei personaggi, non mostra altre sostanziali differenze rispetto a quella che siamo abituati da sempre ad ascoltare. La regia affidata a Leo Muscato ambienta la vicenda a fine settecento in un contesto favolistico nel quale sono compendiati molti degli archetipi delle favole stesse: un re innamorato, la strega, la corte, il ballo mascherato, la congiura, il paggio mattacchione, etc. Il tutto viene raccontato come se fosse filtrato attraverso questa lente della finzione , in modo che la umana e dolorosa storia che vivono i personaggi, osservata dall’alto, resti senza dubbio reale e coinvolgente ma anche in grado di suscitare quel sentimento di nostalgia un po’ malinconica che ci afferra quando attraverso le altrui vicende andiamo a ripescare nel nostro vissuto e più in generale siamo indotti a riflettere sul senso della vita. Tutto è vero e fino in fondo autenticamente commovente ma narrato sempre con sobrietà e misura sia negli aspetti allegri e divertenti che nei momenti più intensamente drammatici senza cadute di gusto, ostentazioni o forzature. Valga per tutti l’esempio dell’unica traccia della supposta omosessualità di Gustavo III la quale oltre che nella incontenibile ma virile vitalità del personaggio potrebbe essere scorta nella scena della morte tra le braccia sinceramente commosse ed accoglienti di Oscar. Assolutamente incomprensibile viceversa la scelta di far comparire in scena il figlio di Amelia prima del “Morrò ma prima in grazia”,  in completo contrasto con il testo, la tensione emotiva e la commozione che la scena  dovrebbe creare. Molto bella e curata la scena della casa della strega e dell’atto secondo mentre statici ma per fortuna senza recare disturbo al discorso musicale, sono apparsi altri momenti dell’opera come la scena del ballo, alla fine un po’ deludente anche perché sia pure nella dimensione dell’invenzione favolistica avrebbe comunque potuto ricordare meglio che Gustavo III fu un raffinatissimo ed autorevole protagonista della vita culturale ed intellettuale del suo tempo,  trovando una miglior  linea di contatto con l’eleganza con la quale ce lo descrivono la musica ed il testo. Jesùs Lòpez-Cobos ha diretto l’orchestra del teatro con sicurezza e poesia sia pure con qualche eccesso di sonorità, trovando un ritmo di narrazione fluido, vivo e spontaneo e riuscendo a mantenere sempre desta l’attenzione dell’ascoltatore qualche volta sorprendendolo piacevolmente. La raffinata complessità della partitura è resa e valorizzata con una semplice facilità solo apparente, senza autocompiacimenti di sorta e le molte belle frasi melodiche sono esposte con grande equilibrio formale, una evidente ricerca del colore orchestrale appropriato pur non coartando  la creatività o la tenuta vocale dei solisti.  Molto buona la prestazione del coro. Protagonista assoluto dello spettacolo il tenore Francesco Meli nel ruolo di Gustavo III cantato con la consueta bella voce che ci ha fatto sempre ascoltare, sicurezza, elegante musicalità, dizione impeccabile e acuti luminosi. Molto bello, simpatico e spigliato scenicamente il suo Gustavo, verrebbe d’impeto da scrivere Riccardo, conquista per nobiltà autentica e immune da qualsiasi  traccia di artefazione ed una sana ed incontenibile gioia di vivere, unendo al tono simpaticamente scanzonato da libertino di fine’700 una bruciante, sofferta ed verace passionalità temprata da un’alta statura morale. Un’interpretazione davvero matura e maiuscola alla quale il pubblico ha tributato meritati applausi.  Molto bravo anche il baritono Simone Piazzola nel ruolo di Anckarstrom che esprime anche con la sua fisicità e gestualità il carattere a senso unico dell’amico fedele tradito. La voce è gradevole  e pur senza possedere un volume particolarmente ampio è governata con sicurezza in ogni registro e con eccellente musicalità, in buona sintonia con le intenzioni esecutive del direttore, giungendo a regalarci un ritratto del personaggio commosso e credibile. Ugualmente ottimo il Christian di Gianfranco Montresor per immedesimazione, spigliatezza scenica e resa vocale. Funzionali  e corretti i ruoli minori, il Conte  Horn, il Conte Ribbing, un giudice e il servo di Amelia rispettivamente Alessio Cacciamani, Dario Russo, Gianluca Floris e Michael Alfonsi. E veniamo al versante femminile del cast. Su tutte svetta la sicurezza vocale e scenica di Serena Gamberoni nel ruolo di Oscar, cantato con voce omogenea per volume  e colore in tutti i registri, ampia, morbida e priva di asprezze o petulanza. Il suo è un personaggio volutamente eccessivo e sopra le righe, allegro, vitale e irresistibilmente simpatico, mai stereotipato o manierato e sempre rigorosamente mantenuto entro i confini del buon gusto e della verità scenica. Nel complesso molto interessante l’indovina di Dolora Zajick che nella fisicità e nella gestualità ricorda efficacemente un po’ la ruvida bonomia romana da personaggio del cinema del neorealismo. La voce è ampia e sonora, con un registro acuto saldo ed autorevole ma con alcune aperture eccessive nel registro grave e diverse disomogeneità tali però da non inficiare la buona resa complessiva della parte non lunga ma certo impegnativa. Nel ruolo di Amelia il soprano Hui He dopo aver fatto annunciare dalla Direzione del teatro di trovarsi in condizioni vocali non ottimali ha offerto una prova che potremmo dire interlocutoria e sostanzialmente non valutabile per l’intonazione approssimativa, errori di tempo e soprattutto, indipendentemente da una forma vocale non felice che oggettivamente può capitare, a causa di una visione del personaggio che è apparsa assolutamente generica, stereotipata e affatto priva di spessore e di qualsivoglia partecipazione emotiva. Criticabile infine la scelta di effettuare la rappresentazione con un solo intervallo mettendo inutilmente alla prova la resistenza di interpreti e pubblico, che sembra voler suggerire l’impressione purtroppo non infrequente nella via pubblica del nostro paese come di un burocratico e un pò frettoloso adempimento, confermata anche alla fine dal sipario abbassato mentre la platea ancora  applaudiva. Alla fine  calorosi e meritati applausi per tutti. Foto Yasuko Kageyama

 

2 Comments

  1. anita.morganti

    Ottimo articolo cone sempre il dott. Giudiceandrea sa cogliere gli aspetti essenziali di un opera.

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