“Norma” al Teatro Real di Madrid

“Norma” al Teatro Real di Madrid

Madrid, Teatro Real, Stagione Lirica 2016-2017
“NORMA”
Tragedia lirica in due atti su libretto di Felice Romani basata su Norma, ou l’infanticide di Alexandre Soumet
Musica Vincenzo Bellini
Norma  MARIA AGRESTA
Pollione  GREGORY KUNDE
Oroveso  MICHELE PERTUSI
Adalgisa  KARINE DESHAYES
Flavio  ANTONIO LOZANO
Clotilde  MARIA MIRÓ
Coro y Orquesta Titulares del Teatro Real
Direttore  Roberto Abbado
Maestro del coro  Andrés Máspero
Regia  Davide Livermore
Scene  Giò Forma (Florian Boje)
Costumi  Mariana Fracasso
Luci  Antonio Castro
Videoproiezioni  D-Wok
Nuova produzione del Teatro Real de Madrid in coproduzione con Palau de les Arts de Valencia y ABAO Bilbao
Madrid, 29 ottobre 2016

madrid-teatro-real-29-x-2016-norma-2Come in ogni manifestazione artistica complessa, dai risvolti sociali altrettanto complicati, anche il teatro musicale può incorrere in momenti spiacevoli; non è il caso di parlare di disastri o insuccessi, beninteso, ma di esecuzioni avvolte da un’atmosfera sfavorevole, cupa, ostile. La considerazione non è così ovvia come potrebbe sembrare, perché nei grandi teatri il pubblico sempre più spesso usa accettare quasi tutto, senza porlo mai in discussione, ossia con un aperto dissenso. Per la recita di Norma di cui si dà conto è proprio così: gli spettatori madrileni, che sono abitualmente generosi, in questa terza replica della prima compagnia non paiono disposti a perdonare nulla; e al tempo stesso non hanno abbastanza elementi per disapprovare sonoramente. Il risultato è un misto di tensione, di imbarazzo, di fastidio, che non determina né un successo né un fiasco clamoroso, ma un limbo sgradevole per tutti.
In sintesi: Norma è il secondo titolo della stagione, dopo Otello e prima della Clemenza di Tito. Otello è piaciuto, anche se lo spettacolo non ha entusiasmato molto. La forte aspettativa per la seconda produzione da parte di un pubblico preparato ed esigente ha una sua ragione, storica e forte: Norma manca nelle stagioni del Teatro Real da 102 anni, ed è quindi prevedibile che sulle recite della prima compagnia si concentrino attese di vario genere; anche per questo la direzione artistica ha programmato undici repliche dopo la première, con avvicendamento di tre primedonne (Maria Agresta, Angela Meade e, per una sola recita, anche Mariella Devia). Se a questo si aggiunge che Norma è l’opera belcantista per eccellenza – a giudizio del pubblico che frequenta il repertorio principale – e che la cavatina della protagonista concentra uno dei momenti più alti, più ardui e più suggestivi di tutta la storia del melodramma, si intuisce facilmente che la delusione delle aspettative nella prima metà del I atto sancisce il fallimento dell’esecuzione. Che cosa avviene nella recita cui abbiamo assistito? Nonmadrid-teatro-real-29-x-2016-norma-8 convince la coppia protagonista e non piace abbastanza l’allestimento. Il direttore d’orchestra, Roberto Abbado, conosce molto bene la partitura, e insiste (forse anche troppo) sulle strutture ben cadenzate, marziali, sostenute da legni e ottoni sempre in primo piano. Tutto questo produce qualche momento un po’ bandistico, a detrimento delle scene elegiache e più drammaticamente complesse. Certamente Maria Agresta non si presenta né con le qualità che l’hanno caratterizzata in passato né con attitudine vocale e attoriale adeguata per il personaggio di Norma; la voce risuona assai poco, come se fosse trattenuta, e a partire dal primo duetto con Adalgisa le note acute sono sempre più compromesse (anche se le grida ingiuriose che si levano dalla platea alla fine del I atto sono francamente esagerate). Ad avere deluso (e infastidito) il pubblico è stata appunto una «Casta diva» priva di qualunque suggestione coloristica, spenta, con messe di voce e cadenze più mormorate che cantate. Sul piano della qualità del canto, poi, non possono che danneggiare le troppe inflessioni parlate nel corso del duetto con Pollione nel II atto. Insomma, un’interpretazione sostanzialmente mancata del ruolo principale. Più difficile spiegare perché non sia piaciuto troppo neppure Gregory Kunde. Appena un mese fa era stato protagonista di Otello, che aveva interpretato da par suo; e non ripeteremo quanto già osservato in quell’occasione, perché tutto sembra confermato. Semmai si può dire che la vocalità di Pollione si adatti alla fase attuale della carriera di Kunde ancora meglio di quella di Otello: il registro è complessivamente più omogeneo, l’emissione più naturale e sciolta, capace di prodursi anche in variazioni all’interno delle riprese. Eppure la voce del tenore non suscita l’apprezzamento che merita, come accade quando un artista disattende quanto il gusto alla moda si aspetta. Quella di Kunde non è infatti una voce convenzionale, in linea con le tendenze più diffuse; al contrario, è raffinata, insieme massiccia e delicata nell’impostazione e nelle risonanze, capace di elaborare smorzature e pianissimi, unico degli interpreti principali della compagnia a fraseggiare il testo italiano con nitidezza pienamente comprensibile. Tutto questo sembra scomparire alle orecchie del pubblico; e forse non giova a Kunde l’essere rivisto sullo stesso palcoscenico a pochi giorni dalle recite del titolo inaugurale. Il mezzosoprano francese Karine Deshayes, in confronto alla coppia protagonista, ha voce meno importante e meno pregiata dal punto di vista tecnico; però la grana, il “corpo” di tale voce, ha struttura più uniforme e si proietta più diffusamente nella sala: per questo madrid-teatro-real-29-x-2016-norma-7incontra il favore degli ascoltatori. Il più festeggiato alla fine è Michele Pertusi, che si distingue per eleganza e correttezza vocale. Ottimi i due comprimari e il Coro del Teatro Real, sempre impeccabile grazia alla guida di Andrés Máspero.
La freddezza del pubblico investe tutto il I atto a partire dalla sinfonia, accolta senza un minimo cenno di applauso; fortunatamente, per tutto il II atto non accade più nulla di spiacevole, ma l’incantesimo teatrale è spezzato, e neppure le fiammeggianti immagini video riescono a recuperarlo. Della regia di Davide Livermore ha già dato conto Mercedes Rodríguez nella recensione della seconda compagnia vocale; dal nostro punto di vista sarà sufficiente ricordare la semplicità con cui la scena progredisce: una catasta di tronchi, dalle protuberanze in forma di testa di dragone o rettile, costituisce il podio mobile da cui Norma parla al suo popolo e in cui nasconde i propri figli. Se questo è in pratica l’unico, monumentale elemento scenico, sono poi le immagini a integrare l’illustrazione del dramma, per esempio con il motivo ricorrente del fuoco o con la proiezione degli spaventosi sogni di Norma. Una terza dimensione scenica è offerta dalle coreografie, perché una dozzina di danzatori fa capolino nei momenti in cui si allude alla morte, sin dalla cupa sinfonia quasi trasformata in balletto. Considerata anche l’uniformità delle luci basse, il risultato complessivo è persino troppo unitario e funzionale, non rendendo giustizia alla pluralità di situazioni affettive che il libretto presenta. Sicuramente documenta una fase nuova del pensiero registico di Livermore, più interessata alla ricchezza estetica di quadri statici, simmetrici, scenograficamente disposti, che non al movimento convulso o difficile da giustificare.   Foto Javier del Real © Teatro Real de Madrid

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