Bologna, Teatro Comunale: “Werther”

Bologna, Teatro Comunale: “Werther”

Bologna, Teatro Comunale, Stagione d’opera 2016
WERTHER”
Dramma lirico in quattro atti. Libretto di Édouard Blau, Paul Milliet e Georges Hartmann dal romanzo I dolori del giovane Werther di Johann Wolfgang von Goethe.
Musica di Jules Massenet
Werther JUAN DIEGO FLÓREZ
Le Bailli
LUCA GALLO
Charlotte
ISABEL LEONARD
Albert
JEAN-FRANÇOIS LAPOINTE
Schmidt
ALESSANDRO LUCIANO
Johann
LORENZO MALAGOLA BARBIERI
Sophie
RUTH INIESTA
Brühlmann
TOMMASO CARAMIA
Kätchen
ALOISA AISEMBERG
Orchestra e Coro di Voci Bianche del Teatro Comunale di Bologna
Direttore Michele Mariotti
Maestro del Coro di Voci Bianche Alhambra Superchi
Regia Rosetta Cucchi
Scene Tiziano Santi
Costumi Claudia Pernigotti
Luci Daniele Naldi
Nuova produzione del Teatro Comunale di Bologna
Bologna, 15 dicembre 2016
Questo Werther di Massenet non si riduce nel protagonista. Neanche quando questi è fra i più grandi tenori del momento. Neanche se la prestazione è maiuscola. Neanche se per giunta occorre il suo debutto scenico nel ruolo. Proprio la scena giova non poco alla perfomance di Juan Diego Flórez, tanto lui aderisce con sincero entusiasmo alla regia di Rosetta Cucchi. Che peraltro, sia detto per inciso, è fra le sue migliori, nel seguire gli snodi della trama pur calando i fatti (complici le scene di Tiziano Santi e i costumi di Claudia Pernigotti, senza contare le curatissime luci di Daniele Naldi) in un imprecisato milieu borghese contemporaneo.  Ai personaggi la regia suggerisce spesso giuste intenzioni, cadendo solo occasionalmente nel mélo didascalico (l’onnipresente foto della mamma morta), nella non brillante riproposizione di gag fiaccherelle (Johann e Schmidt occhieggianti alla coppia Jack Lemmon/Walter Matthau), nel prevedibile simbolismo (la progressiva riduzione in brani degli alberi del giardino di Charlotte, di pari passo con la consunzione di Werther). Un Werther attaccato alla bottiglia, quello che vediamo a bordo palco accasciato su rossa poltrona, intento a guardare dal suo mondo la magione di Charlotte, una casa di bambola che si riempie di gioie familiari banali eppure da lui tanto agognate. Flórez a questa lettura ci sta: si butta a capofitto nella messinscena e sbozza il ritratto di un antieroe giovane eppure non giovanissimo, torturato ma capace di esprimersi con i toni di un canto virilissimo. Che a volerlo analizzare, potrà forse evocare predecessori di latino stampo, primi fra tutti Alfredo Kraus. Ma rispetto all’illustre Spagnolo, si percepisce nel Peruviano una passionalità tutta terrena, insuffla in certi interventi al second’atto un fuoco cabalettistico, e raccende l’entusiasmo della platea ove sa scaldare e raffreddare con calcolato gioco dinamico un pezzo strasentito come “Pourquoi me réveiller”.
Accanto a lui, Isabel Leonard è splendida Charlotte. Anzi, per certi versi lo supera in scavo della parola, in tornitura del melodismo tortuoso di Massenet, nel far esplodere in  chiari proiettatissimi acuti il tormento del personaggio, sfoggiando nel contempo un medium pieno e sicuro e un registro grave non enorme ma che evita al personaggio cavernosità fuori luogo. È insomma una Lotte fragile e umanissima quella che si presenta davanti a noi al terzo atto, momento supremo della serata. Merito anche di Michele Mariotti, al primo ma già illuminante approccio con la partitura. Splendidi i momenti strettamente orchestrali, come la scena del Clair del lune, già presaga dell’Impressionismo lì lì da venire. Centrati i tanti brevi ariosi come “Va! laisse couler mes larmes”, “Là-basau fond du cimetière” o  Il a des ailes, c’est un oiseau…” intonato dalla fresca, limpida, briosa Sophie di Ruth Iniesta: tutti quadretti palpitanti di impulsi ritmici e meditati accenti, ritratti di poche battute d’una pregnanza psicologica da lasciare senza fiato. E quando non sovrastano il palcoscenico (qualche equilibrio con la buca sarebbe da rivedere, anche se gli incisi di questi ottoni gravi del Comunale bolognese sono di gran soddisfazione), sbalordiscono quelle esplosioni orchestrali che si fanno esatta immagine sonora della pulsione amorosa, espansione irrefrenabile del più intimo Io dei due amanti degna di Tristani e Valchirie. E qui la domanda sorge: maestro, a quando Wagner?  E a quando Puccini?
Nota a margine: si allestisce un Werther e di madrelingua francese c’è solo l’onesto Albert del canadese Jean-François Lapointe, sufficientemente sonoro e burbero. Per tutti gli altri, l’inflessione della parola d’Oltralpe è ora piccolo ora grande mistero.  Vedi gli episodi che coinvolgono il Bailli con gli amici Johann e Schmidt (impersonati qui dai pur validissimi Luca Gallo, Lorenzo Malagola Barbieri e Alessandro Luciano), in cui il canto di conversazione potrebbe essere più serrato. Piacevole ed espressivo, il Coro delle voci bianche del Comunale di Bologna guidato da Alhambra Superchi, con i suoi ultimi interventi al quart’atto, ci ricorda che (fuori di finzione scenica) siamo a Natale, che il 2016 operistico del Comunale di Bologna s’è concluso. Il futuro del teatro è incerto, indubbio il gran finale di stagione.

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