Venezia, Teatro La Fenice: il ritorno di Diego Matheuz con Rachmaninov e Schumann

Venezia, Teatro La Fenice: il ritorno di Diego Matheuz con Rachmaninov e Schumann

Venezia, Teatro La Fenice, Stagione sinfonica 2016-2017
Orchestra del Teatro La Fenice
Direttore Diego Matheuz
Pianoforte Boris Petrušanskij 
Sergej Rachmaninov: Concerto per pianoforte e orchestra n. 4 in sol minore op. 40 (versione 1941)
Robert Schumann: Sinfonia n. 2 in do maggiore op. 61 (revisione di Gustav Mahler)
Venezia, 18 dicembre 2016
Quarto appuntamento della Stagione sinfonica del Teatro La Fenice. Due i titoli in programma: il Quarto concerto per pianoforte e orchestra di Rachmaninov (solista il pianista russo Boris Petrušanskij, interprete di fama internazionale) e la Seconda sinfonia di Schumann, con la quale ha preso il via l’esecuzione del ciclo sinfonico completo del sommo compositore tedesco. Sul podio una “vecchia” conoscenza degli spettatori che più assiduamente affollano la sala del Selva: il trentaduenne venezuelano Diego Matheuz, tra i più prestigiosi musicisti contemporanei, formatosi nel proprio paese nell’ambito del celebre “Sistema Abreu” e ormai considerato uno dei maggiori talenti provenienti dall’America latina, il cui debutto come direttore avvenne nel marzo del 2008 al Casals Festival di Porto Rico, con la Simón Bolívar Youth Orchestra, del Venezuela, mentre il suo esordio ”operistico” risale al 2010, quando diresse il Rigoletto proprio alla Fenice, di cui divenne direttore principale dal 2011 al 2015. Il giovane maestro ha confermato le promettenti doti interpretative, già in passato apprezzate dal pubblico veneziano – passione, energia, nitore di suono –, che anzi ora sono apparse temperate da una prevedibile, ancorché non del tutto completa, maturazione.
Lavoro dalla gestazione travagliata, il Concerto per pianoforte e orchestra n. 4 di Rachmaninov fu portato a termine nel 1926 a Weisser Hirsch, nei pressi di Dresda, diciassette anni dopo il Terzo. La sua composizione aveva avuto inizio intorno al 1914, quando il musicista si trovava ancora in Russia. Poi, dopo la fuga dalla Rivoluzione d’ottobre, la brillante carriera concertistica, coronata da successi trionfali, di cui fu protagonista in Europa e in America, lo distolse dall’attività compositiva. Solo nel gennaio del 1926, a New York, Rachmaninov inizia a lavorare con regolarità al suo quarto concerto, che sarà terminato – come si è detto – di lì a poco in Germania. Ma l’autore non era soddisfatto dell’esito finale: era deluso soprattutto dall’eccessiva lunghezza della partitura, che fu sottoposta, così, a sostanziosi tagli, prima di arrivare alla prima versione, che fu eseguita a Filadelfia nel marzo del 1927 sotto la direzione di Leopold Stokowski, ricevendo, peraltro, critiche piuttosto severe: donde, altri tagli insieme a correzioni alla scrittura orchestrale e pianistica. E le revisioni continuarono per anni, fino a quella radicale del 1941, due anni prima della morte. Questa genesi così tribolata e soprattutto i ripetiti tagli si tradussero in un periodare quai rapsodico, che unito alla presenza di temi poco cantabili e orecchiabili, determinò lo scarso seguito che il lavoro conobbe da parte del pubblico. Nondimeno questo concerto, ad un ascolto più attento, rivela – proprio in forza delle caratteristiche, cui si è fatto cenno – una concezione che guarda avanti, come se Rachmaninov – prendendo le distanze dall’aura romantica che pervade i tre precedenti concerti – intendesse confrontarsi con il linguaggio musicale dell’inquieto Novecento; il che è attestato anche dalle sonorità spesso aspre e graffianti, nonché dai ritmi franti e irregolari. In questa prospettiva i limiti del lavoro diventano aperture verso il nuovo.
In linea con questa interpretazione ci è apparsa la lettura offerta da Boris Petrušanskij, che ha sfoggiato una vasta tavolozza di colori e sonorità fatte di brillantezze e turgori, più che di languide estenuazioni, riscoprendo l’anima percussiva del pianoforte. Questo si è colto, ovviamente, soprattutto nei movimenti estremi, resi con grande vivacità e nitore nel tocco. Morbida e distesa invece – com’è naturale – l’atmosfera dominante nel bellissimo Largo. Rigoroso e sensibile si è dimostrato Diego Matheuz – coadiuvato da un’orchestra che lo ha pienamente assecondato con musicalità e senso del colore – nell’accompagnare il prestigioso solista, che ha galvanizzato il pubblico, concedendo anche due sostanziosi fuoriprogramma: Polka de W. R. e un étude-tableau dello stesso Rachaniil momentnov.

Quanto alla Seconda sinfonia di Schumann, va ricordato che questa partitura fu composta in un periodo, che vedeva Robert e Clara impegnati assiduamente nello studio del contrappunto; lo stesso periodo, purtroppo, in cui si manifestò un violento attacco di quella malattia nervosa, che avrebbe portato il sublime musicista alla rovina. Vi si coglie conseguentemente una forte tensione dialettica tra la lucida ricerca di una scrittura particolarmente meditata, arricchita da una rigorosa elaborazione polifonica, e l’emotività esasperata di un artista, afflitto dalla sofferenza fisica, a cui titanicamente si sforza di resistere, tra accensioni di gioiosa speranza e cupi ripiegamenti su se stesso; una partitura dunque, dove – citiamo dalla dotta presentazione di Mario Bortolotto nel programma di sala –  “il sognante Eusebius e l’appassionato Florestan si incontravano, forse, per l’ultima volta su un piano di parità emozionale”.
A differenza della rapidità dimostrata in precedenza, Schumann impiega dieci mesi prima di arrivare alla versione definitiva del suo secondo lavoro sinfonico: la composizione, iniziata il 12 febbraio 1846, viene interrotta molte volte a causa di un disturbo al nervo acustico (un suono continuo, che lo ossessiona). La prima esecuzione ha luogo al Gewandhaus di Lipsia il 5 novembre del 1846, sotto la direzione di Mendelssohn. Molto si è scritto sullo stile orchestrale di Schumann, ritenuto, fin dall’Ottocento, poco vario ed originale, e penalizzato da cadute a livello espressivo, nel vano tentativo di imitare Beethoven. Perciò da tempo grandi direttori, a partire da Mahler, hanno inteso “migliorare” l’orchestrazione schumanniana: Mahler fece centinaia di correzioni alla Seconda Sinfonia (così come alla Terza e alla Quarta). Lo stesso Schumann, assistendo alla prima esecuzione della Seconda, provò insoddisfazione, e successivamente intervenne sulla partitura manoscritta per correggerla. Merita comunque  precisare che le incongruenze della sua scrittura strumentale verosimilmente non dipendono da insufficiente padronanza tecnica, trattandosi di un musicista estremamente colto e rigoroso, semmai da un’indole creativa intimamente contraddittoria, che si nutriva dell’ordine formale classico e insieme degli eccessi di uno spirito romanticamente passionale.
Equilibrata ed elegante è risultata, tutto sommato, l’interpretazione di Matheuz – sorretto da un’orchestra in perfetta sintonia –, che ha tutt’altro che esasperato quella certa bipolarità emotiva, che si coglie, con particolare evidenza, tra i movimenti estremi e lo Scherzo, da una parte, e l’Adagio espressivo, dall’altra. Peraltro, in quest’ultimo movimento, il culmine poetico di tutta la sinfonia, qualche attenzione in più alle sfumature e ai contrasti, avrebbe reso più efficacemente il grande struggimento, che caratterizza questa straordinaria, indimenticabile pagina. Ma si tratta dell’opinione di chi scrive, che nulla toglie alla godibilità complessiva di questa esecuzione, festeggiata caldamente dal pubblico.

 

 

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