Milano, Teatro alla Scala: “Don Carlo”

Milano, Teatro alla Scala: “Don Carlo”

Milano. Teatro alla Scala. Stagione d’opera e balletto 2016/2017.
“DON CARLO”
Opera in cinque atti. Libretto di François-Joseph Méry e Camille DubLocle. Traduzione italiana di Achille De Lauzières e Angelo Zanardini.
Musica di Giuseppe Verdi  
Filippo ll, Re di Spagna FERRUCCIO FURLANETTO
Don Carlo, Infante di Spagna FRANCESCO MELI
Rodrigo, Marchese di Posa   SIMONE PIAZZOLA
Il Grande Inquisitore  MIKA KARES
Un frate MARTIN SUMMER*
Elisabetta di Valois  KRASSIMIRA STOYANOVA
La Principessa d’Eboli  EKATERINA SEMENCHUK
Tebaldo, paggio d’Elisabetta THERESA ZISSER
Il conte di Lerma/Un araldo reale AZER ZADA*
Una voce dal cielo  CÉLINE MELLON*
Deputati fiamminghi GUSTAVO CASTILLO,*ROCCO CAVALLUZZI,*DONGHO KIM,* VIKTOR SPORYSHEV, CHEN LINGJIE,** PAOLO INGRASCIOTTA*
*Solisti dell’Accademia di Perfezionamento per Cantanti Lirici del Teatro alla Scala
**Allievo del Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano
Coro e Orchestra del Teatro alla Scala
Direttore Myung-Whun Chung
Maestro del coro Bruno Casoni
Regista Peter Stein
Scene Ferdinand Wögerbauer
Costumi Anna Maria Heinrich
Luci  Joachim Barth
Produzione Salzburger Festspiele 2013
Milano. 8 febbraio 2017
L’attuale produzione al Teatro alla Scala di Don Carlo, la  celeberrima opera di Giuseppe Verdi, è stata proposta nella revisione del 1887. Da quasi tutti i punti di vista, sappiamo di trovarci di fronte a un vero e proprio capolavoro del genio musicale e drammatico di Verdi. Il soggetto, tratto dal poema drammatico di Friedrich Schiller, ha fornito a Verdi un’ampia possibilità di trarre forti caratterizzazioni e situazioni di intenso impatto nonché di generare una quantità di musica memorabile. Siamo in uno dei punti più alti della sua creatività. Intrisa di “gravitas” e “pathos”, la grandezza del respiro drammatico, unito all’imponenza scenica,  ne fa forse la più complessa delle opere di Verdi. L’intensità musicale e drammatica prevalgono nelle tante questioni affrontate nell’opera- i conflitti fra vita privata e pubblica, fra padre e figlio, fra Chiesa e Stato, dispotismo e liberalismo, fra la Spagna cattolica e le Fiandre protestante. In questo allestimento, le colossali monocromatiche scene bianche dello scenografo Ferdinand Wögerbauer  danno un senso soverchiante, quasi a simboleggiare il peso della storia sulla vita  dei protagonisti. L’impianto scenico è scarno, evocativo: un grande albero caduto a rappresentare il bosco di Fontainbleu nell’atto  primo, portici per il chiostro del convento di San Giusto e il sagrato nel secondo atto, una nuda cella spartana di Filippo e l’enorme prigione sotterranea nel quarto.  L’imponente scalinata che scende dall’alto verso la cella situata al proscenio è usata al massimo effetto per l’assalto alle carceri da parte della popolazione. La semplicità delle scene, oltre a renderne agili e veloci i cambi,  mette in rilievo i protagonisti,  i loro conflitti relazionali, emotivi e psicologici, separati  con regale distacco dal mondo che li circonda. La scena spoglia lascia campo libero alle belle atmosfere luminose create da Joachim Barth: dalla foschia crepuscolare della foresta, alle notti di un blu intenso, passando poi al grande impatto  di luce e ombra delle scene di massa, che dava un senso di profondità e movimento. Raffinati i costumi di Anna Maria Heinrich: le masse armonizzate con sottili sfumature monocromatiche. La corte rigorosamente vestita di nero come decretò il vero Filippo, mentre i reali spiccavano per i loro costumi eleganti, ricchi di ricami. Solo il negligé di Elisabetta nel quarto atto appare decisamente  fuori luogo in un luogo  non certo “intimo”. La regia di Peter Stein procede fedele alla partitura e al libretto. L’interpretazione dei personaggi è coerente e logica. Le masse agiscono in modo naturale e con discrezione. I personaggi principali interpretano con spontaneità e passione, senza  movimenti superflui.
Complessivamente di alto livello la prova del cast;  si ha comunque l’impressione  che, ad eccezione dei bassi, alle voci mancava parte della potenza vocale necessaria per avere una totale peso drammatico. Francesco Meli ė stato un Don Carlo affascinante: l’emissione è  impeccabile, così come il modo di porgere la frase, l’estensione uniforme, il registro acuto squillante,  timbro caldo e pieno, colori e sfumature espressivi e interpretazione ricercata. Kassimira Stoyanova (Elisabetta) ha resa la commovente aria ‘Non pianger, mia compagna‘ con infinita dolcezza e compassione. La sua qualità vocale calda e morbida si presenta al meglio nei momenti lirici, mentre quelli più scopertamente drammatici mostrano qualche limite di peso vocale.  Fortunatamente la cantante non forza la sua natura vocale nel tentativo di  ingrandire il suono. Ekaterina Semenchuk è stata una determinata e risoluta Eboli sopratutto nella sua ultima aria ‘O Don Fatale‘, perfettamente calibrata alle sue forze vocali. Pregevole è stata la prestazione dal giovane Simone Piazzola nel ruolo di Rodrigo, anche se non del tutto convincente e non sempre capace di comunicare particolare fascino. La statura del Filippo di Ferruccio Furlanetto rimane intatta. Con il suo timbro scuro e profondo l’artista ha saputo rendere un ritratto intimo e introspettivo, ma al tempo stesso di grande forza e fermezza.  Ha trovato un degno antagonista nell’Inquisitore di Mira Kares, cantante di ragguardevoli mezzi vocali e interpretativi. Disinvolta scenicamente ma piuttosto flebile vocalmente il Tebaldo di  Theresa Zitter. Ottimi gli interventi dalle altre parti di fianco:  Martin Summer (Un frate) Azer Zanda (Conte di Lerma e Araldo)e i deputati fiamminghi di Gustavo Castillo, Rocco Cavalluzzi , Dongho Kim, Victor Sporyshev, Chen Lingjie e Paolo Ingrasciotta. Una menzione speciale per la splendida voce celestiale di Céline Mellon.
La direzione musicale di Myung Whun Chung ha evidenziato i ricchi e raffinati effetti orchestrali e le forme sia fluide che drammatiche. Ha tenuto il volume  dell’orchestra sempre un filo sotto quello dei cantanti lasciandosi andare nelle grandi di massa. Abbiamo però anche notato qualche sfasamento tra buca e scena: il più eclatante nella scena  di Filippo, ‘Dormirò sol‘. Il coro della Scala sotto la guida di Bruno Casoni ha dato prova della sua consueta professionalità.

 

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