Opera di Firenze: “Faust”

Opera di Firenze: “Faust”

Opera di Firenze – Stagione lirica  2016-2017
“FAUST”
Dramma lirico in cinque atti. Libretto di Jules Barbier e Michel Carré tratto dal Faust e Marguerite di Michel Carré, a sua volta tratto dal Faust di Johann Wolfgang von Goethe.
Musica di Charles Gounod
Faust WOOKYUNG KIM
Marguerite CARMELA REMIGIO
Méphistophélès PAUL GAY
Siebel LAURA VERRECCHIA
Marthe GABRIELLA SBORGI
Wagner KARL HUML
Valentin SERBAN VASILE
Danzatori:
Chiara Afilani, Elena Barsotti, Maria Novella Della Martira, Martina Gerbi, Mariangela Massarelli, Gaia Mazzeranghi, Marika Meoli, Jessica Rapelli, Selene Scarpolini, Marianna Zanaglio, Luke Bradshaw
Figuranti speciali:
Laura Bandelloni, Chiara Catelani, Diletta Della Martira, Ermelinda Pansini, Francesco Baldini, Alessio Nieddu, Leonardo Paoli, Lorenzo Torracchi
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Juraj Valčuha
Maestro del coro Lorenzo Fratini
Regia David McVicar ripresa da Bruno Ravella
Scene Charles Edwards
Costumi Brigitte Reiffenstuel ripresi da Anna Watkins
Luci Paule Constable riprese da John Percox
Coreografie Michael Keegan-Dolan riprese da Rachel Poirier
Allestimento del Royal Opera House di Londra, Teatro Verdi di Trieste, Opera de Lille, Opera de Montecarlo
Firenze, 24 gennaio 2017
Il Faust di Gounod, talvolta definito drame-lyrique, talvolta Opéra senza altri attributi, si struttura sul modello del Grand Opéra, con cinque atti, balletto, una certa esigenza di grandiosità e spettacolarità – ‘effetti speciali’, persino, per rendere gli aspetti soprannaturali – benché l’epoca d’oro del Grand Opéra, 1830 e dintorni, fosse ormai passata e benché fosse stato inizialmente concepito con i dialoghi parlati, come si usava per l’Opéra comique. Il Faust inizia ad infrangere quindi certe barriere di genere nel teatro musicale francese, aprendo la strada a Thomas, Bizet, Massenet, dai quali prende le mosse l’Opera naturalista e verista.
Accolto subito da un buon successo, divenne rapidamente popolarissimo, anche fuori dalla Francia in versione tradotta, tra la fine dell’Ottocento e tutta la prima metà del Novecento, per poi accusare un calo nella frequenza delle produzioni, rimanendo comunque un titolo di repertorio.
Il pubblico fiorentino ha avuto pochissime occasioni di vedere il Faust: nel massimo teatro cittadino il capolavoro di Gounod è comparso solo tre volte in circa settant’anni.
In pochi ricorderanno il Faust in traduzione italiana della stagione 1948-’49, a parte Rolando Panerai, ancor oggi gagliardo e inossidabile, che vi sosteneva il ruolo di Valentino inseme ad altri cantanti di un passato mitico come Giacinto Prandelli, Faust, e Giulio Neri, Mefistofele; dopo quasi quarant’anni la prestigiosa accoppiata Ronconi-Pizzi ha firmato lo spettacolo che nel 1985 ha portato al Comunale lo storico Méphistophélès di Samuel Ramey, con una compagnia di importanti artisti italiani e internazionali.
Oggi dopo un intervallo di più di trent’anni il Faust è nuovamente in scena ed è valsa la pena di aspettare tanto tempo per rivederlo nell’allestimento con la regia di David McVicar, ripresa in quest’occasione da Bruno Ravella, e le scene di Charles Edwards.
Si tratta di una messa in scena recente, nata a Londra nei primi anni duemila, e tuttavia abbondantemente rodata e giustamente ammirata in vari teatri, che fonde l’originalità creativa con la coerenza e il rispetto della vicenda narrata dal libretto, che riesce a stupire, incantare con la monumentalità, con una cura pittorica per gli insiemi, senza distogliere dal dramma, infondendo vera vita ai solisti e alle masse.
La vicenda viene trasportata nella seconda metà dell’Ottocento, negli anni della composizione dell’opera o forse poco più avanti; il Faust vede la luce nel 1859, lo stendardo di Napoleone III circoscrive il periodo agli anni 1852-1870, la guerra franco prussiana alla quale presumibilmente i soldati partecipano è del ’70. A voler essere pignoli la presenza della luce elettrica e del Cabaret L’Enfer, storico locale di Montmartre, dovrebbe posticipare l’ambientazione di un po’, ma qualche lieve imprecisione o anacronismo non toglie niente al fascino evocativo delle atmosfere create: la Parigi proto-industriale in cui convivono sobborghi proletari anneriti dal fumo e locali scintillanti di luci è una cornice molto seducente e ricca di spunti.
Il dualismo tra bene e male, che sta alla base dell’opera è reso materialmente da due elementi fissi che incorniciano la scena: un frammento di architettura teatrale sulla sinistra e una navata di chiesa gotica con l’organo a canne in balconata sulla destra; queste due polarità opposte, la mondanità e lo spirito, la terra e il cielo, racchiudono tutte le scene che si susseguono nel corso dell’Opera.
Il diavolo, anche etimologicamente, è colui che confonde, che inganna, mescolando i significati; il teatro, quindi, lo spettacolo, la finzione, sono in questa visione registica strettamente associati alla seduzione diabolica: Faust torna giovane emergendo da un baule con lo specchio contornato da lampadine, come se fosse un attore che si è cambiato, il regno di Méphistophélès durante la Notte di Valpurga è rappresentato mediante la proiezione di un teatro sul fondale e forse anche l’apparizione di Méphistophélès in vesti femminili, tra le regine e le cortigiane dell’antichità allude al fatto che, non soltanto la personificazione del male non ha sesso, ma che tra gli attributi del diavolo c’è proprio l’ironia, il gusto del contrario e quindi il travestimento.
Agli aspetti concettuali e simbolici fa da contraltare la concretezza e la cura nella ricostruzione degli ambienti, dei costumi, dei movimenti delle masse.
Di grande efficacia è, ad esempio, la piazza del secondo atto, chiusa sul fondo da una cortina di poveri edifici, popolata dai soldati e dagli studenti euforici, in abito borghese e in abito militare, con zaini, sciabole e moschetti, che fanno festa intorno ad un grande crocifisso di legno che di lì a poco sanguinerà vino su comando di Méphistophélès, terrorizzando tutti.
Ancora nel seguito del secondo atto, al riprendere delle danze, la scena è invasa da ballerine di cancan e la piazza si trasforma nell’interno del Cabaret L’Enfer, mediante il cambio delle luci e la semplice discesa dall’alto di due strutture reticolari che ricalcano gli arconi della Tour Eiffel, ornate di lampadine colorate.
Sono solo pochi esempi di una messa in scena estremamente ricca e varia, fantasiosa, ma mai gratuitamente iconoclasta, che mette la trovata a servizio della logica e non il contrario, con un gusto opportunamente kolossal e grande bellezza visiva, anche grazie ai costumi di Brigitte Reiffenstuel ripresi da Anna Watkins e alle luci di forte impatto drammatico di Paule Constable riprese da John Percox.
Méphistophélès è un diavolo signorile, salottiero, spiritoso e garbato; Paul Gay, bass-bariton parigino quarantottenne, con la sua figura alta e slanciata, i modi eleganti, l’espressione distaccata, lievemente divertita, è perfetto scenicamente per impersonare questo diavolo un po’ dandy un po’ flaneur, sempre composto e padrone di sé, tutto sommato simpatico, la cui perfidia si identifica con l’indifferenza, la nonchalance con la quale scivola senza scomporsi sugli abissi del dolore.
La sua prestazione vocale segue dappresso quella scenica: la voce è tonda, morbida, correttamente emessa, il fraseggio è elegante e opportunamente insinuante; questo Méphistophélès si esprime prevalentemente a fior di labbro, con garbo e civiltà; due o tre esplosioni vocali in cui cerca un maggior volume e un’espansione tonante non sono felicissime né per il personaggio né per lo smalto vocale che si incrina.
Una bella sorpresa è il Faust di Wookyung Kim: senza fare paragoni con mostri sacri del passato, che oggi nessuno potrebbe sostenere, mette in mostra un timbro notevolmente bello, un volume e una proiezione che lo rendono distintamente udibile e soprattutto – rarità nel panorama odierno per un tenore lirico pieno con possibilità di espansione verso ruoli più drammatici – ha un’emissione sul fiato, morbida, non spinge sugli acuti, non forza, anzi canta più della metà della parte piano e pianissimo con una bella mezzavoce – ad esempio all’esclamazione O merveille.
Unico neo: gli manca un filo di squillo nelle note estreme che, pur rimanendo morbide e timbrate, tornano un po’ indietro, come il do della cavatina Salut demeure, peraltro tutta benissimo cantata, con un’espressività semplice e il giusto tono estatico.
Carmela Remigio canta e interpreta con esperienza ormai consumata il ruolo di Marguerite, disegna una figura di grande delicatezza e grazia femminile con una vocalità sicura che dà il meglio in zona medio acuta; la scrittura virtuosistica della sua aria è resa con più attenzione alla partecipazione che alla spettacolarità dell’esecuzione.
Altrettanto ben cantato, ma un po’ pallido a causa di una voce aggraziata e timbro gradevole, ma più leggera di quanto ci si aspetterebbe per un grande ruolo baritonale, che fonde accenti lirici ed eroici, è il Valentin di Serban Vasile.
Laura Verrecchia fa del suo Siebel una figura di grande poesia e dolcezza, grazie alla vocalità sicura e alla proprietà della recitazione.
Efficacissima è Gabriella Sborgi nei panni della stagionata, ma non rassegnata Marthe: la scena della seduzione tra lei e Méphistophélès è un episodio brillante, perfettamente riuscito grazie alla bravura di entrambi.
Vocalmente e scenicamente valido è il Wagner di Karl Huml.
Juraj Valčuha dirige l’eccellente Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino ottenendo una compattezza e una bellezza di suono di per sé stupende, a questo si unisce una ricerca delle sfumature preziose e una cura del dettaglio coniugata ad un ritmo narrativo serrato, teatralmente efficace. Capita che in qualche punto il turgore sonoro copra le voci, ma molti momenti restano nella memoria, in particolare tutto il terzo atto – nel quale si concentrano i tesori musicali del Faust – a partire dall’introduzione coadiuvata dall’ottimo clarinetto.
Magnifica è la prova del Coro diretto da Lorenzo Fratini, sempre all’altezza del compito.
Una menzione particolare meritano le coreografie di Michael Keegan-Dolan riprese da Rachel Poirier, in particolare il balletto del quinto atto che irride Marguerite e la sua gravidanza.
Il successo di pubblico è caloroso, il teatro è pieno in tutti gli ordini di posti e gli applausi sono lunghi e convinti per tutti gli interpreti, per il direttore e per il direttore del coro.

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